La storia di “Stefano”, 15esimo caso di suicidio assistito in Italia. “Deprimente e inaccettabile essere paralizzato”
- Postato il 28 aprile 2026
- Diritti
- Di Il Fatto Quotidiano
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In Italia si registra il quindicesimo caso di morte volontaria assistita, riguardante un uomo di sessanta anni della Liguria affetto da paralisi totale conseguente a un trauma alla colonna vertebrale. La decisione è stata resa possibile dall'auto-somministrazione di un farmaco letale, in conformità alla normativa vigente. Il caso evidenzia il dibattito etico e legale italiano sulla fine della vita e il diritto all'autodeterminazione dei pazienti affetti da condizioni irreversibili.
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Con la storia di Stefano – nome di fantasia per tutela della privacy – i casi di suicidio assistito in Italia salgono a 15. Si è spento oggi in Liguria un sessantaseienne che era in stato di paralisi completa dopo un trauma cervicale. La morte volontaria è stata possibile grazie all’auto-somministrazione del farmaco per il fine vita fornito dal Servizio sanitario nazionale. Dopo il trauma cervicale la vita di Stefano aveva completamente cambiato vita: perennemente costretto a letto, l’uomo seguiva una forte terapia antalgica, aveva un catetere e soffriva di una grave insufficienza respiratoria. Per di più, oltre ai frequenti episodi di polmonite dovuti all’incapacità di deglutire correttamente, il 66enne era dipendente dall’assistenza continuativa dei caregiver.
La decisione di essere libero da una vita che non lo rappresentava era stata manifestata da Stefano con un primo aiuto chiesto a Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni: l’intenzione – più veloce – sarebbe stata quella di andare a morire in Svizzera. Ma le possibilità di poter spirare nel proprio Paese e nella Regione natia – con questo nuovo caso la Liguria è a quota due suicidi assistiti – c’erano eccome. Cappato ha fornito a Stefano tutte le informazioni necessarie per completare la procedura prevista dalla Consulta con la sentenza 242/2019 che parzialmente depenalizzato l’aiuto del suicidio in Italia.
L’ostacolo più grande all’ottenimento del diritto riconosciuto dalla Corte Costituzionale è stato il tempo. Stefano infatti ha dovuto attendere ben dieci mesi dalla richiesta presentata alla ASL nel giugno 2025 e in questo arco temporale è dovuto ricorrere persino a due diffide legali emesse tramite il collegio dell’Associazione Luca Coscioni. Solo dopo decine di solleciti e una prima autorizzazione incompleta, l’uomo ha avuto il suo agognato via libera. Nei suoi istanti finali Stefano è stato assistito dal medico anestesista dottor Mario Riccio, lo stesso che nel 2006 aveva somministrato il farmaco a Piergiorgio Welby e che ha assistito chi non ha ottenuto dall’Asl un medico.
“Alla fine di tutta questa lunghissima storia sono comunque ben felice di potermene andare nel mio letto a casa mia senza dovermi sorbire una trasferta quasi infinita fino in Svizzera. Certo che se la ASL facesse subito le cose richieste per legge, si potrebbe evitare di attendere più di 10 mesi per riuscire nel proprio intento” ha detto Stefano che prima di andarsene ha voluto concludere così: “Indubbiamente per una persona che era iperattiva prima dell’incidente che mi ha provocato questa frattura cervicale, essere bloccato in un letto con qualche ora ogni tanto in carrozzina è una cosa che non augurerei a nessuno dei miei nemici e questo, di base, è il motivo per cui ho deciso di porre fine a questa che non si può assolutamente definire vita. Solo l’idea di dover andare avanti ancora diversi anni è semplicemente deprimente e inaccettabile da parte mia e quindi ringrazio profondamente l’Associazione Luca Coscioni per tutto quello che ha fatto per me cercando di velocizzare il più possibile la procedura e un sentitissimo grazie anche alle avvocate che si sono battute per tutto questo e al signor Marco Cappato che si sono rivelati immensamente comprensivi e gentili”.
Con il caso di Stefano, la Segretaria dell’Associazione Luca Coscioni – Filomena Gallo – e Marco Cappato hanno esortato: “Le regole stabilite dalla Corte stanno iniziando a essere applicate, ma Regioni e aziende sanitarie devono organizzarsi per dare risposte rapide, senza lasciare ai pazienti e all’Associazione Luca Coscioni il peso di difendersi dai ritardi o di cercare medici disponibili”.
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