La storia di Sidney Blanco, due volte esule volontario da El Salvador per non morire ammazzato

  • Postato il 8 gennaio 2026
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di Gerardo Ongaro

Tragedie come quella del Venezuela ci conducono a riflettere sulla macabra ripetitività degli eventi. Quello che qui brevemente racconto riguarda la stessa parte di mondo, così lontana eppure così vicina a noi: l’America Latina.

Per ragioni di studio, nel 1991 mi trovavo a Granada a condividere un appartamento con il salvadoregno Sidney Blanco. Lui stava facendo il dottorato, finanziato dai gesuiti.

I gesuiti divennero noti al mondo per la loro adesione alla Teologia della Liberazione, che afferma un Dio vicino ai poveri, con diritto a rivendicare la giustizia sociale. L’America Latina era martoriata dalla violenza delle dittature, da forze paramilitari, tra le quali gli Squadroni della Morte, che gli Stati Uniti d’America appoggiavano, perché garantivano alleanze e risorse minerarie.

L’assassinio politico era comune, così come le sparizioni di individui scomodi. Il mondo della Teologia della Liberazione era un bersaglio. L’assassinio dell’arcivescovo Romero del 1980 è un chiaro esempio.

Il 16 novembre 1989, un comando militare entra nella sede dell’Università Centro Americana di El Salvador e assassina sei sacerdoti gesuiti, la governante e la figlia sedicenne. In procura lavorano alle indagini una decina di procuratori; tra questi Henry Campos e Sidney Blanco. In parallelo, il governo guidato da Alfredo Cristiani affida le indagini alla commissione governativa CIHD, a guida militare

I procuratori vengono privati di documenti, esclusi da interrogatori. A questo si aggiungono minacce e ostacoli dal Procuratore Generale. Uno dopo l’altro i procuratori lasciano l’incarico, eccetto Henry Campos, Sidney Blanco e il loro capo, Pineda Valenzuela. Tutto sembra indicare responsabilità del massacro ai piani alti militari, fino al Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, René Emilio Ponce.

Infine, Henry Campos e Sidney Blanco decidono di rendere pubblico l’insabbiamento. Questo crea agitazione nei militari, e il loro capo li avverte di desistere, che altrimenti sarebbero stati assassinati.

Autunno 1990. Il funzionario dell’ambasciata degli Stati Uniti Carlos Mejía, che soleva recarsi in procura per chiedere rapporti sulle indagini, avvisa Henry Campos e Sidney Blanco che i guerriglieri del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional FMLN vogliono assassinarli. Henry Campos e Sidney Blanco chiedono aiuto all’arcivescovo Arturo Rivera y Damas, successore dell’arcivescovo Óscar Romero, assassinato nel 1980. I gesuiti perseguivano il fine della guerra civile tramite il dialogo tra le parti, avevano contatti con la guerriglia. L’FMLN assicura che non era vero.

Infine, i due giovani procuratori decidono di dimettersi. Vista la risonanza internazionale del massacro, allarmato per lo scandalo che questo avrebbe comportato, il Procuratore Generale tenta di dissuaderli. Il New York Times pubblica il sospetto licenziamento. L’ambasciatore degli Stati Uniti, William Walker, chiede al Procuratore Generale di chiarire la situazione. Questi nega, dice che sono in vacanza. L’Ambasciatore aggiorna il Segretario di Stato James Baker, e aggiunge che le lamentele dei due procuratori sono ingiustificate.

Il 9 gennaio 1991 Henry Campos e Sidney Blanco rendono pubblica la loro rinuncia in una conferenza stampa.

Alla fine del maggio 2011, il Tribunale Nazionale di Spagna chiede la cattura dell’ex Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, René Emilio Ponce, e di altri 19 militari per il massacro – cinque dei sacerdoti erano spagnoli.

Anni dopo, a guerra civile terminata, Sidney Blanco diviene professore universitario, giudice e membro della Corte Costituzionale di El Salvador.

Negli ultimi anni, El Salvador torna indietro nel tempo e Sidney Blanco è di nuovo esule volontario per evitare il rischio di morire ammazzato. Lo conobbi nel 1991 a Granada, esule per evitare la morte; lo ritrovo oggi nuovamente esiliato per non morire ammazzato.

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Il Fatto Quotidiano

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