La speranza secondo Rocco Papaleo. La recensione di Ciccotti
- Postato il 29 marzo 2026
- Cultura
- Di Formiche
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In una casa femminile d’accoglienza per detenute, in Lucania, seguiamo quattro donne, finite lì per reati diversi, in attesa di pagare il loro debito con la società, come si dice. La responsabile della casa è Raffaella, anche attrice sperimentale, che le aiuta in un lento ma coriaceo reinserimento psicologico nella vita, anche con il suo “laboratorio teatrale”, tra atmosfere orientali e azioni immersive nella natura (sul modello, “ora sei un albero, coraggio! Muovi le braccia, piega il corpo…”).
Arriva il giorno in cui il Giudice di Sorveglianza firma il permesso, richiesto con ansia dalla direttrice, per una gita diurna nella natura del parco del Pollino. Raffaella comunica la felice notizia alle quattro donne, dopo aver chiamato una guida locale, Biagio. Il sabato l’uomo si presenta con il pulmino della scuola comunale (non ha trovato di meglio), insieme a suo nipote, Luciano, (Andrea Fuorto, una promessa), come aiutante: un bel ragazzo che non ha intenzione di proseguire con l’università, ma ama correre, allenato dallo stesso zio nel tempo libero.
Conosciamo le quattro donne. Samanta, ex spacciatrice, picchiata dal marito regolarmente; Gudrun, infermiera agli arresti per rapina; Anny, ex hacker, dentro per violazioni informatiche; Fiammetta, musicista, rea di aver incendiato la casa della sua manager che le aveva sottratto i testi delle canzoni. Tutte, pronte per la gita, appaiono felici, seppur qualcuna con le nubi di oscuri pensieri negli occhi (Samanta, Fiammetta). Le cinque donne e i due uomini, scaleranno diversi percorsi, faranno sosta al rifugio, e poi, dopo aver lasciato parte dei sacchi lì, ancora su, verso la vetta del Monte Pollino, a vedere da vicino il noto Pino Loricato, “oltre 1200 anni di vita”.
Dentro questa “giornata particolare”, in cui le asperità tra le quattro donne pian piano si levigano, e alla fine, lo scampato pericolo, mortale, per Amy, colta da choc anafilattico, assistita da Gudrun, e soprattutto grazie alla corsa in 14 minuti di Luciano verso il rifugio e ritorno, a prendere il farmaco salvavita, le renderà tutte sorelle.
Negli interstizi della giornata la sceneggiatura inserisce i passati delle donne, con i loro reati. Ecco, lo spaccio per Samanta (una via di fuga per racimolare soldi e scappare, con suo figlio, da un marito violento); l’incendio causato da Fiammetta; i militari in casa di Anny per il sequestro del computer; il furto in ospedale di Gudrun. Cui si aggiungono, parimenti, i flash-back di attrice mancata di Raffaella, e l’ex impiego di Biagio, al tempo sottufficiale, “dimessosi” per aver (giustamente) punito il figlio del generale, giovane allievo dell’Accademia, immaturo e indisciplinato.
La prova degli attori è all’altezza dei ruoli. La regia di Papaleo, con tagli non scontati, spesso dal basso verso l’alto, in contre-plongée sia sugli attori che sul meraviglioso paesaggio del Pollino, creano una delicata atmosfera. Un notevole contributo si deve alla fotografia di Diego Indraccolo, perfettamente bilanciata in tutti i contesti, all’aperto e al chiuso, oltre alla attenta ricerca musicale di Michele Braga.
Il bene comune, inedito come soggetto, sembra però perdere colpi nella sceneggiatura. Alcuni passaggi ci sono sembrati non convincenti, qualcuno da commedia popolare anni Ottanta: i due carabinieri pronti a chiedere campioncini in regalo a Samanta-spacciatrice (in parte Claudia Pandolfi); l’automobile che investe la donna con il valigione pronto ad aprirsi come un cocomero a Ferragosto caduto sull’asfalto, mostrando i pacchetti di droga; l’agire del marito troppo stereotipato (al di sotto delle possibilità di Max Mazzotta). Il sottofinale, infine, perde la suspense: con il figlio di Samanta, mentre gioca idillicamente sulla spiaggia, con la governante, rintracciato dalla madre al primo tentativo, appare troppo anni Cinquanta, alla Raffaello Matarazzo. Anche i dialoghi, nella maggior parte del film sostenuti da sottili ironie, mostrano inattese cadute, rischiando di intaccare la poesia del film (il ripetuto riferimento alla masturbazione nelle battute dello zio, per arrivare poi alla contro- battuta del nipote, sa proprio da barzelletta anni Ottanta).