LA SOCIETÀ MODERNA E LA PERDITA DEL SACRO
- Postato il 9 luglio 2026
- Antropologia Filosofica
- Di Paese Italia Press
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Pierfranco Bruni
Quando si parla di Europa si parla indirettamente anche di “solidarietà”. Ma nella solidarietà c’è il saper pensare. E saper pensare è indubbiamente saper comprendere. È anche saper confrontarsi. L’incontro con le altre culture è nella capacità di comprendere gli altri ma è anche nella capacità di aprire un dialogo con gli altri.
La cultura moderna è una cultura che non ha saputo pensare perché ha dimenticato l’identità e le radici dei popoli. Ha avuto, tra le altre cose, l’illusione di sconfiggere la morte perché è stato ritenuto che la morte sia la fine di tutto. Si è ritenuto che bastassero i soli valori culturali e sociali a superare la morte. Non si è mai tenuto conto che il vero parametro di tutto ruotasse intorno all’uomo come essere, come coscienza, come umanità, come fede, come spiritualità. Indubbiamente la perdita del sacro ha posto e pone seri interrogativi ai quali occorrerà rispondere non con una formuletta datata, ma con la riappropriazione di una grande umanità.
Jean Cau a conclusione di una suo libro sosteneva: «Ma quali parole porre sul ritmo delle battute e verso quale Gerusalemme marciare? Qui sta il segreto del nostro avvenire» (in “Il cavaliere, la morte e il duavolo). La desacralizzazione dilagante di questo nostro tempo ha messo a nudo le coscienze. Si è defuturizzato l’uomo rubandogli il senso e la speranza. Sempre Jean Cau sosteneva: «… una società che non offre alcuna speranza ai propri figli permette loro ogni eccesso».
Si è stati educati al presente diseducando le generazioni verso il passato. Si sono dimenticati i sacrifici e il sangue versato per far dimenticare la fedeltà ad una patria, ad una terra, ad una madre. In quali termini oggi può parlarsi di recupero dell’infanzia se all’infanzia è stata negata la fantasia. In quali termini si può parlare dell’uomo se all’uomo è stata barattata una identità in cambio dell’ideologia.
Siamo in un tempo di rovine. È da queste rovine che la cultura della tradizione e della solidarietà può innescare una rivoluzione che sia una rivoluzione cristiana delle coscienze. E allora la Gerusalemme è davanti a noi. E nel viaggio c’è la riconquista di una identità e di un progetto che non ha mai dimenticato la sua storia e il suo saper pensare.
Francesco Fuschini con molta semplicità annota delle meditazioni. Apre un capitolo di “Mea culpa” con queste parole: «C’è un paese che, se chiudo gli occhi, mi chiama con tutte le sue campane, e se li apro, non c’è più. Ci abitano i ricordi. Torno al paese a rifarmi le cuciture quanto lo schermo di casa mi butta le budelle in un sacco». Ognuno di noi deve guardare a questo paese reale ma questo paese è anche una metafora. Non si può pensare all’Europa dimenticando il paese. Non si può pensare alle solidarietà dimenticando la solidarietà. Non si può pensare agli uomini dimenticando l’uomo. Non si può essere cittadini del mondo senza prima essere cittadini. L’ambivalenza dei processi è un fatto serio, ma la solidarietà è sempre un fatto morale che tocca in prima istanza le coscienze.
Siamo cittadini del mondo ma tali non saremo mai se non siamo cittadini del tempo. Ridurre il tutto a una banale locuzione non ha senso. Essere cittadini del mondo avrà senso se si ha una identità, se si ha un passato, se si ha una memoria, se si hanno delle radici da far valere. Il segreto dell’avvenire è nel passato da riconquistare. Ma ciò che si riconquista è ciò che è stato. E la memoria è sempre una grande avventura.
In un tempo di lacerazioni e di attraversamenti che potrebbero essere definiti epocali, interrogarsi sul futuro significa anche una richiesta di futuro e in quanto tale ci si pone una domanda sul senso del futuro. La fine delle ideologie o meglio il superamento delle ideologie è anche la sostituzione di un valore che vede nella capacità della cultura politica l’espressione di una civiltà. I popoli muoiono ma non perdono la memoria perché è nella memoria che il senso del valore trova la sua espressione più sicura e più valida. E allora se dovrà esserci una richiesta di futuro dovrà anche esserci una richiesta di capacità politica.
Edgar Morin diceva: «Il futuro, per me, è qualcosa di presente. Il futuro non si conosce, è il gioco. Il presente è la cosa straordinaria perché è il momento in cui si vive, nel quale passa la corrente elettrica della vita». Nel presente questa capacità politica è assorbita e trasformata in interessi vari che sempre meno fanno parte della collettività e sempre più invece riguardano problemi monotematici, localistici o lobbistici. Come è possibile pensare all’Europa se i vari Paesi europei esprimono coscienze e interessi eterogenei. Come è possibile pensare all’Europa se in un Paese come l’Italia ci sono frazionamenti regionalistici e localistici che testimoniano l’impossibilità di una cultura omogenea e monolitica pur nella diversità dei consensi.
Ciò che manca è l’espressione di una politica come valore. Ciò che manca è la coscienza e il senso di un progetto comunitario. E qui, al di là dei sistemi economici o dei processi economici, la riappropriazione del valore della cultura passa attraverso alcune istituzioni riferimento. Ecco dunque la scuola, il suo ruolo, il suo sogno di futuro, il suo bisogno di non perdere le qualità primordiali e la richiesta di senso. Ma c’è anche un’altra richiesta che è quella di dare senso alla vita stessa. Il futuro lo prepariamo solo grazie alle eredità o alla eredità che ci è toccata o ci tocca avere. È questo il punto. Sempre più abbiamo bisogno di una eredità con la quale costruire, sulla identità di una tradizione, un futuro o un progetto di futuro.
I popoli hanno bisogno di tradizione. I popoli europei si sono retti sul grande messaggio della tradizione. Una tradizione che diventa memoria. Una tradizione che perde i ricordi per restare paesaggio della memoria. I popoli devono essere educati alla memoria perché hanno bisogno di non perdere la fedeltà al passato. Non si può parlare di Europa quando si è perso il passato, quando la cultura smarrisce l’eredità e l’identità, quando i popoli navigano nell’incertezza di darsi un nome. L’infanzia è anche l’infanzia dei popoli e per ritrovare questa infanzia si ha bisogno di memoria. Occorre educare alla riappropriazione della memoria perché occorre capire la validità e la speranza di un rinascimento europeo.
Il nostro è stato anche un tempo di falsari. Recuperare l’uomo nella centralità del suo essere è la scommessa che ci pone di fronte la cultura europea. L’anima europea è ritrovare sulle sponde insieme Ulisse ed Enea e riproporli come metafora del ritorno per una civiltà che ha dimenticato la sua storia e ha barattato il suo tempo, per una civiltà che dovrà ritornare ad essere. E allora quando si parla di spezzettamento nello spirito dell’uomo europeo, si comprende bene la causa: c’è una mancanza di riferimenti perché il disorientamento è dettato dalla perdita delle radici.
C’è una grande tradizione letteraria che fa fede a questo viaggio e si testimonia nell’intreccio tragico delle epoche. La cultura europea indubbiamente è una cultura tragica. Si pensi a Thomas Mann. Si pensi a Robert Musil. Si pensi a Hermann Hesse. La tragedia è nella perdita di equilibrio e questa è causa di una scristianizzazione che ha ormai coinvolto tutti. L’uomo europeo può riconoscersi in questa perdita di capacità salvifica?
Dostoevskij ci ha insegnato che l’uomo che si trova senza Dio, e quindi senza la possibilità della salvezza o la possibilità di credere nella salvezza, è un uomo che si distrugge. L’anima europea non può dimenticare che nella sua storia c’è anche una richiesta di sacro. E questa coincide con la necessità che ha l’uomo di ricongiungersi con il centro e quindi di abbandonare la foresta in cui si trova intrappolato.
E allora con il ritrovare il centro, l’uomo ritrova la vita e la morte perché ritrova se stesso. E ritrova l’infanzia. Così i popoli hanno bisogno di ritornare e rimpossessarsi del viaggio, di quel viaggio che può essere una Utopia, ma hanno sempre una terra promessa in cui credere. La metafora del ritorno è il richiamo al mito. Ma il mito nel viaggio della cultura europea, dalle sue origini in poi, è sempre legato alla memoria e ci parla attraverso i simboli. Il mito è identità. Qui si aprirebbe un dialogo utilissimo tra Europa e Oriente. Simone Weil nel 1943 scriveva: «La civiltà europea è una combinazione dello spirito orientale col suo contrario, combinazione in cui lo spirito orientale deve entrare in una proporzione abbastanza considerevole. Questa proporzione è lungi dall’essere realizzata oggi. Noi abbiamo bisogno di un’iniezione di spirito orientale.
Sempre Simona Weil: «L’Europa non ha forse altro mezzo di essere sottratta all’influenza americana, se non un contatto nuovo, vero, profondo con l’Oriente… Se l’uomo ha bisogno di un soccorso esteriore, e si ammette che questo soccorso è di ordine spirituale, il passato è indispensabile, perché è il deposito di tutti i tesori spirituali… La perdita del passato equivale alla perdita del soprannaturale… Gli americani non hanno altro passato che il nostro; essi vi sono collegati, attraverso noi, mediante fili estremamente tenui. Senza che essi lo vogliono, la loro influenza sta per invaderci, e se essa non incontra ostacoli sufficienti, li priverà del loro potere di passato, se così ci si può esprimere, nello stesso tempo che ci priverà del nostro. Dall’altro lato, l’Oriente si è aggrappato ostinatamente al suo passato…».
Era, allora, una previsione che si è verificata esatta. Oggi l’Europa se vorrà sopravvivere si dovrà aggrappare al suo passato. È questo il punto centrale. E qui c’è il richiamo all’eredità dei popoli e all’eredità di una cultura che trova nella tradizione la sua forza vitale. Certo. Si potranno inventare strategie, si potranno anche unificare istituzioni, si potranno creare sistemi monetari ma ciò che resta, come momento di vera unificazione, è quello di riproporre una eredità.
Konrad Lorenz diceva in “Laltra fa cia dello spe chio” che «chi ha perduto l’eredità spirituale della propria cultura è a tutti gli effetti un diseredato». Il problema da porsi è sempre lo stesso: la scelta europea resta indubbiamente un modo di essere. In quanto tale sono i grandi valori che unificano soprattutto in una stagione conflittuale e di cadute come la nostra. Sono caduti imperi e ciò in cui molte coscienze hanno creduto è crollato miseramente sotto gli occhi di tutti. E questo crollo della mistificazione impone con serietà una scelta europea, che può identificarsi sì nella unificazione dei valori, nella consapevolezza e nel rimpossessamento dell’eredità, ma anche nella riappropriazione della politica come identità e come nobiltà.
Ed ecco allora la ferma richiesta di ridisegnare una dimensione che parta dal recupero delle radici, dal ritrovare il gusto e il senso dell’appartenenza ad una identità europea per pensare a un vero e sensibile processo unitario. Il processo unitario nel senso della metafora del ritorno investe la rinascita europea. Ma ciò non può che avere un suo richiamo fondamentale che è quello che Nietzsche identificava in volontà di potenza, e che Pierre Drieu La Rochelle sottolineava nel coro della sua tragedia “Le Chef”: «Non siamo uomini d’oggi./Siamo soli./Non abbiamo più idee./Non crediamo né a Gesù Cristo né a Marx./Bisogna che immediatamente,/subito,/in questo stesso attimo,/costruiamo la torre/della nostra disperazione e del nostro orgoglio./Con il sudore ed il sangue di tutte le classi/dobbiamo costruire una patria/come non si è mai vista;/compatta come un blocco d’acciaio,/come una calamita./Tutta la limatura d’Europa vi si aggregherà,/per amore o per forza./E allora davanti al blocco/della nostra Europa/l’Asia, l’America, e l’Africa/diventeranno polvere».
Siamo anche qui ad una metafora ma La Rochelle disegna una immagine sulla quale riflettere. Non si può parlare d’Europa senza pensare alla sua eredità certamente, ma anche senza meditare sul destino tragico che ha avuto e sul destino che si va ridefinendo. Il costante richiamo ad una memoria è anche la partecipazione ad una consapevolezza che è nella riconquista dei valori in cui si gioca il futuro. Joseph de Maistre diceva che: «Ovunque trovate un altare vi è civiltà». L’Europa è stata un formicolio di altari. È da questi altari che il sogno o l’utopia, la speranza o la necessità di darsi un futuro dovranno edificarsi e farsi voce nella coscienza dei popoli. A questo sapere si lega l’identità di un popolo e la nobiltà di riproporre il significato delle radici. È nella preistoria dell’uomo che i popoli si ritrovano e si incamminano. Tutta la nostra storia è nell’infanzia. Il cerchio allora si richiude e ci attende l’alba che verrà.
Siamo davanti ad un interrogativo: Quale cultura per l’Europa? Ripensiamo all’Europa, alla sua storia, alle sue tragedie, alle sue tradizioni, alla sua grandezza e al suo declino. Soltanto attraverso le epoche e i secoli (e sono i secoli che ci mancano) che l’hanno caratterizzata, potremo pensare a quella riconquista di valori che dovrà essere porto sicuro per un’Europa, se ci sarà, delle coscienze. Ed è qui che i valori della solidarietà hanno senso nella responsabilità delle identità. Perché è l’uomo che dovrà avere senso.
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