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La prossima rivoluzione industriale fermenta. Cosa dice il rapporto Ecfr

La prossima rivoluzione industriale fermenta. Cosa dice il rapporto Ecfr

Oltre il 70% della capacità mondiale di fermentazione di base è già concentrato in Cina. Pechino investirebbe inoltre tra i 2 e i 3 miliardi di euro l’anno nella ricerca biotecnologica, mentre l’Europa può ancora contare su un settore delle biosolutions da circa 60 miliardi, in crescita del 5% annuo. Sono le dimensioni della nuova competizione industriale ricostruita dall’European Council on Foreign Relations nel rapporto The future is fermented.

La prossima competizione industriale potrebbe dunque giocarsi dentro grandi serbatoi di fermentazione. Il terreno della sfida è quello del biomanufacturing, che prevede l’utilizzo di cellule, enzimi e microrganismi per produrre alimenti, carburanti, fertilizzanti, sostanze chimiche e materiali oggi ancora legati, in larga parte, alle risorse fossili. Una tecnologia non nuova, ma che gli sviluppi dell’intelligenza artificiale e la maggiore disponibilità di energia rinnovabile stanno rendendo più veloce, prevedibile e potenzialmente conveniente.

La lezione di Pechino

A contare, anche in questo ambito, sarà la capacità di portare le nuove scoperte dal laboratorio alla produzione su larga scala. Sfida per cui servono impianti, energia a prezzi competitivi, accesso alle materie prime, capitale disposto ad attendere e regole capaci di accompagnare la crescita. E questo la Cina sembra averlo compreso da tempo. Il biomanufacturing è stato inserito tra le tecnologie strategiche per la resilienza e l’autosufficienza nazionale, accanto all’intelligenza artificiale. Nel 2025 Pechino ha individuato 35 prodotti prioritari e selezionato 43 imprese per la costruzione di impianti pilota. La strategia è quella già osservata in altri comparti: sostenere la capacità produttiva prima ancora che i nuovi mercati siano pienamente maturi.

Europa e Italia: tra opportunità e sfide di sempre

L’Europa dal canto suo non parte necessariamente in ritardo. Il rapporto valuta in circa 60 miliardi di euro il comparto europeo delle cosiddette biosolutions e richiama la presenza di poli specializzati in Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Francia, Svizzera e Italia. Il vecchio continente possiede inoltre il 47% della capacità globale di fermentazione di proteine ed enzimi industriali, e dispone di 479 impianti dimostrativi, pilota o semi-industriali per la fermentazione di precisione e di altre 2.362 bioraffinerie. Secondo l’Ecfr, le sole proteine alternative potrebbero generare 111 miliardi di euro di valore aggiunto annuo entro il 2040 e 60 miliardi di esportazioni e il settore potrebbe inoltre sostituire un quarto delle sostanze chimiche derivate dal petrolio e creare 700mila posti di lavoro.

Anche l’Italia compare nella mappa delle opportunità. È terza nell’Ue per superficie agricola biologica, dispone di residui cerealicoli e vitivinicoli utilizzabili come materia prima e figura tra i produttori europei di carburanti sostenibili per l’aviazione, con Eni.

La volta buona? 

Il problema è, ancora una volta, ciò che accade nel passaggio intermedio. Una tecnologia può essere ideata e brevettata in Europa, ma avere bisogno di impianti cinesi per essere sperimentata e prodotta a costi sostenibili. Con la manifattura però possono migrare anche esperienza, dati, investimenti e parte del valore economico generato dall’innovazione. Il parallelo con pannelli solari, batterie e veicoli elettrici è immediato, forse persino troppo.

Il richiamo dell’Ecfr resta però utile perché sposta il dibattito dal sostegno alla singola tecnologia alla costruzione di un ecosistema. L’Unione europea dispone di strategie per le scienze della vita e la bioeconomia, prepara nuovi interventi legislativi sulle biotecnologie e crea domanda attraverso gli obiettivi ambientali. Ma continua spesso a trattare separatamente ricerca, energia, agricoltura, industria, difesa e regolazione. Non basta dunque finanziare la ricerca o creare domanda, se poi la capacità necessaria a soddisfare quest’ultima viene costruita altrove. Nel 2024, ad esempio, il 69% delle materie prime impiegate per produrre carburanti sostenibili per l’aviazione nell’Ue proviene dall’estero; il 38% arriva dalla Cina.

Sul tavolo esistono già alcuni strumenti: la strategia europea per la bioeconomia, il futuro Biotech act II, il Fondo europeo per la competitività e l’Industrial accelerator act. L’Ecfr propone inoltre di affiancare alla costruzione del mercato interno partnership più strutturate con Regno Unito, Giappone e India, combinando ricerca europea, capacità industriale e diversificazione delle catene di fornitura. E se “la gara è ancora aperta”, come sostiene il rapporto, il tempo resta una variabile decisiva. Pechino, avvertono gli autori, “si sta posizionando per plasmare la prossima rivoluzione industriale”, e l’Europa dovrebbe “prendere molto sul serio questa ambizione”.

Autore
Formiche

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