La preoccupazione di Confartigianato Piemonte per l’emergenza idrica: «Il 66,9% delle imprese piemontesi idro-esigenti è artigiano»
- Postato il 14 luglio 2026
- Economia
- Di Quotidiano Piemontese
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Confartigianato Piemonte accende i riflettori sulla crisi idrica regionale, evidenziando come il settore artigianale sia tra i più colpiti. Con circa due terzi delle aziende piemontesi ad alta intensità di consumo idrico appartenenti al comparto artigianale, l'organizzazione denuncia la carenza di interventi manutentivi infrastrutturali e critica l'utilizzo del cambiamento climatico come giustificazione per scaricare responsabilità su cittadini e imprese, invece di adottare soluzioni strutturali efficaci.
Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.
PIEMONTE – Non solo il comparto agricolo in allarme. La siccità, il caldo torrido e, in generale, i cambiamenti climatici, preoccupano anche gli artigiani del Piemonte. La scarsità d’acqua potrebbe infatti influenzare l’attività delle imprese artigiane e di gran parte del sistema produttivo regionale.
10 mila imprese lavorano in settori ad alto consumo di acqua
Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi di Confartigianato Imprese sulle “Imprese idro-esigenti”, che ha preso in esame il perimetro delle attività manifatturiere e di quelle dei servizi alla persona, in Piemonte nei 10 settori a maggior intensità di uso di acqua operano oltre 10mila imprese, che danno lavoro a 125mila addetti. Di queste, le imprese artigiane sono circa 7mila, con circa 28mila addetti: il 66,9% delle imprese piemontesi che operano nel perimetro di settori water intensive è artigiano.
«La Regione Piemonte ha annunciato di voler chiedere lo stato di emergenza se non ci sarà un cambiamento nelle previsioni meteo, in quanto alle piogge mancanti si aggiunge il caldo record degli ultimi mesi» – dichiara Giorgio Felici, presidente di Confartigianato Imprese Piemonte – «Una situazione climatica che potrebbe penalizzare pesantemente le imprese manifatturiere, in particolar modo quelle artigiane che rappresentano la maggioranza delle imprese a maggior uso di acqua. In relazione al fabbisogno di acqua, vanno considerate anche le imprese dei servizi alla persona: lavanderie, acconciatori ed estetisti».
Come stanno le tubature italiane? Male
La situazione climatica presenta un’emergenza reale e documentata: secondo l’analisi di Arpa, in Piemonte il mese scorso ha registrato un’anomalia di +3,5 gradi, collocandosi tra i mesi di giugno più caldi mai osservati in regione. Le risorse idriche superficiali risultano oggi inferiori del 37% rispetto alla media del periodo, mentre lungo molti corsi d’acqua i deficit superano il 40%.
Al caldo e alla scarsità delle precipitazioni si aggiunge però anche il cattivo stato delle infrastrutture idriche. Secondo una recente indagine della CGIA di Mestre, in Piemonte, ogni giorno, vengono immessi nelle reti 359 litri pro capite e se ne perdono 127, equivalente al 35,4%. Tra i capoluoghi del Piemonte il più “sprecone” è Verbania con il 43% delle perdite, seguito da Novara e Cuneo con il 31,5%, da Biella con il 30,7%, Alessandria 28,9%, Torino 25,6%, Vercelli 22,25 e Asti con il 19,2%. In Italia CGIA stima che il 42 per cento dell’acqua potabile si perda a causa di una rete di distribuzione inadeguata.
«Come ogni estate si pone la questione della crisi idrica. Si facciano gli invasi e si intervenga sulla rete!» – commenta Felici – «Con la scusa del “cambiamento climatico” non si fa più manutenzione e si preferisce scaricare responsabilità e disagi su cittadini ed imprese. È necessario, con estrema rapidità, continuare a ripensare alle priorità del PNRR e sfruttare quindi le risorse europee per ammodernare e realizzare gli invasi e le reti distributive per poter affrontare meglio una eventuale emergenza idrica che potrebbe mettere in seria difficoltà le attività produttive. Occorre programmare e progettare per non farci trovare impreparati di fronte al perdurare di assenza di precipitazioni senza dover rincorrere l’emergenza e senza dover adottare, se fosse necessario, misure drastiche» conclude.
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