La posta dell’estate: Il mio magone senza eskimo per la morte del maestrone
- Postato il 9 agosto 2026
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- Di Quotidiano del Sud
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Il Quotidiano del Sud
La posta dell’estate: Il mio magone senza eskimo per la morte del maestrone
La rubrica del Quotidiano… la Posta dell’estate: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Il mio magone senza eskimo per la morte del maestrone
LE VOSTRE DOMANDE ALLA POSTA DELL’ESTATE: Il mio magone senza eskimo per la morte del maestrone
Cara Altravoce, quando ho saputo della morte di Francesco Guccini ho fatto una cosa stupida. Ho cercato tra i dischi quello con la copertina scolorita. Come se dovessi controllare che fosse davvero esistito, come se la notizia potesse essere smentita da un vinile. Perché non volevo proprio crederci. Avevo vent’anni quando cantavo “L’avvelenata” pensando di essere io in persona, l’avvelenato del sistema. Salvo poi scoprire trent’anni dopo che il sistema ero diventata io, con tanto di partita IVA e mutuo. È il destino di chi si è innamorata delle canzoni giuste alla velocità sbagliata: si cresce, e la canzone resta lì, giovane e feroce, mentre tu devi imparare a fare la spesa con giudizio.
Non l’ho mai incontrato, Guccini.
L’ho incontrato attraverso il mio ex marito che lo suonava, male, alla chitarra. Non gli somigliava affatto, ma io per anni ho creduto che gli uomini che citavano “Dio è morto” fossero automaticamente uomini seri, con un pensiero. Poi ho scoperto che si può citare Guccini e lasciare i calzini sul pavimento esattamente come chi non l’ha mai sentito nominare. La cultura, ahimè, non redime nessuno dal disordine domestico. La sua voce comunque mi ha accompagnata più di certi uomini, con meno pretese e maggiore fedeltà.
Non piangerò in pubblico, non è nel mio stile né in quello che la mia famiglia considera dignitoso. Da noi il lutto si fa con la porta chiusa e il caffè pronto per chi viene a bussare. Ma confesso che ho riascoltato “Eskimo” lavando i piatti, e mi sono fermata con le mani nell’acqua, immobile senza reagire. E con il magone. Se ne va un uomo che ha scritto le canzoni giuste per fare da sottofondo a una vita intera senza mai essere sottofondo, ma sempre, ostinatamente, in primo piano. Addio Maestrone. Verrebbe voglia di mettere quel maglione a collo alto anche con questo caldo per ricordarlo.
LA NOSTRA RISPOSTA
Vedi cara è difficile spiegare la tristezza che mi ha avvinto come una ragnatela densa e spessa quando anche io ho letto della morte di Guccini. Anzi non l’ho letto, me lo ha detto mio marito, “Bubi è morto il maestrone, è verificato è morto davvero”. Avevo le mani sulla tastiera e le ho fermate sui tasti. Ho sentito una lacrima premere sul lato destro degli occhi. Ma non è scesa. Si sentiva di troppo.
Guccini mi ricordava mio padre, in una certa fisicità, la barba, quel certo modo di pensare e di dire le cose. Nell’aspetto austero e nell’ironia sottesa. Nell’amore per un certo proletariato, pur essendo mio padre di censo alto borghese. Anche mio padre era un artista, a modo suo ovviamente e prima di tutto era un medico certo, ma amava dipingere, scattare foto, suonare la chitarra, leggere di miti e filosofi. Quindi non lo so, l’ho vissuto come un secondo lutto personale e non solo da pubblico.
Il dolore serio, quello che conta, prende spesso la forma di un gesto interrotto e tu, con le mani nell’acqua del lavello e la mente altrove, hai fatto esattamente quello che si fa quando qualcuno che non conoscevamo personalmente ci ha però conosciuti benissimo, canzone dopo canzone, per quarant’anni. Sei rimasta interdetta, chiedendoti come ho fatto io, “ma posso piangere o è troppo?”. Non ti dico di smettere di essere ironica sui maglioni pesanti e sugli ex mariti con tre accordi. Perché l’ironia, in casa mia, non è mai stata il contrario del cordoglio, ne è semmai la forma più elegante. L’unica che permette di dire “mi manca” senza doverlo urlare.
Continua pure a scherzare.
Guccini, che ha passato una vita a smontare la retorica altrui, avrebbe approvato. Ti lascio qualche consiglio di lettura, visto che me lo hai chiesto e che è quello che faccio sempre e visto che i libri sono l’unico lutto che si può tenere sul comodino invece che nel petto.
Comincia, se non l’hai già fatto, da “Cròniche epafàniche”, la sua autobiografia degli anni Novanta: c’è tutta l’Emilia, tutta l’infanzia, tutto quel misto di rabbia e tenerezza che poi è finito nelle canzoni. Ti farà lo stesso effetto della fotografia di tuo padre più giovane di te, uno sfasamento innocuo, ma non troppo. Poi il “Dizionario delle cose perdute” (e il suo seguito, il “Nuovo dizionario delle cose perdute”), un catalogo di oggetti, mestieri e parole che non esistono più, scritto insieme a Loriano Macchiavelli. Perfetto per una che, come te, cerca conforto rovistando tra i vinili.
Se poi vuoi un contorno meno gucciniano ma dello stesso spirito, ti suggerisco “Il gioco della vita” di Vivian Lamarque, poesie brevi sull’invecchiare senza pomposità e senza vittimismo, con quella leggerezza che pesa il giusto.
Chiudo tornando al maestro con “Storia di altre storie”, dove racconta la vecchia osteria di Pàvana e i suoi avventori con una pietà comica che ti farà bene.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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