La paura di dover imparare a vivere senza Franco Baresi
- Postato il 1 agosto 2026
- Sport
- Di Libero Quotidiano
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La paura di dover imparare a vivere senza Franco Baresi
Da oggi siamo in terra incognita, procediamo a tentoni. Vivere senza FrancoBaresi (scritto proprio così, un sintagma unico, una categoria dello spirito e allo stesso tempo una sicurezza quotidiana), non abbiamo idea di come si faccia. Non solo chi, come lo scrivente, è cresciuto milanista mentre lo vedeva alzare al cielo qu1alunque Coppa, anzi perché lo vedeva alzare al cielo qualunque Coppa. Ma anche chiunque conosca la verità intuitiva di Pier Paolo Pasolini, per cui il calcio è «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo». E non si può non pensare al massimo chierico officiante di questa liturgia sopravvissuta, Diego Armando Maradona, che un giorno del 1989, dopo l’ennesima puntata di un duello infinito, esce con addosso la maglia numero 6 del Milan. «Questa è di un grandissimo giocatore. Questo è un ricordo che mi porterò per tutta la vita». Tutta la vita. Per tutta la nostra vita, FrancoBaresi, sei stato il Capitano. Colui che sfoggiava la fascia al braccio, certo. Ma, di nuovo, il calcio è trascendenza, esonda dal campo e si riflette in quello che Edmund Husserl chiamava il «mondo della vita», anzi contribuisce a ridefinirne le coordinate simboliche.
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PALCOSCENICO
FrancoBaresi era il Capitano nel mondo della vita di ciascuno di noi, un idealtipo calato nella ritrosia pragmatica di un lombardo di provincia (Travagliato, un comune di 13mila anime in provincia di Brescia ma anche un destino, il valore della fatica, difendere, sradicare il pallone, ripartire a testa alta) che rimase orfano a 14 anni, ed eresse San Siro a nuova casa. Uno stadio come palcoscenico del mondo, e l’ex Piscinin, il diciottenne che vinse lo scudetto della stella ricevendo le stimmate da Gianni Rivera, a inventarsi una nuova perfezione nel ruolo. Il Capitano perenne, Baresi come maschera ieratica e certezza residua, mentre tutto scorre, le Coppe dei Campioni che diventano Champions League, il giocattolo popolare che diventa globale (grazie anche al Presidente, quel Silvio Berlusconi che la 6 del Milan la ritirò per sempre, perché nessun’altra schiena poteva portarne il peso), l’Italia ancora figlia del boom e di Tutto il calcio minuto per minuto che diventa l’Italia della pay-tv e della Seconda Repubblica. Ma il Capitano c’era, c’è e ci sarà (perché FrancoBaresi è lì, ritto col braccio alzato, che ha messo in fuorigioco il Tempo, la dimensione in cui noi siamo rimasti intrappolati). Un automatismo confortante, la testimonianza che si può essere all’altezza di se stessi, e se non lo siamo lo abbiamo scelto, gli alibi stanno a zero, sono contropiedi abortiti. Si può scendere in serie B col Milan, disperatamente aggrappati alla propria maglia, nonostante ti cerchi mezza Italia, contro ogni logica economica e calcolante.
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E poi si può risalire e vincere tutto, più e più volte, la Coppa dei Campioni come abitudine e l’Intercontinentale come passatempo, perché l’uomo quando è veramente all’altezza di sé non è mai finito, nella caduta come nel trionfo. È la ubris del Capitano, è FrancoBaresi come figura ulissiaca, materia più da Omero che da Nolan, è l’entrata in scivolata come epica, la maglia fuori dai pantaloncini come eccezione, un’eccezione semidivina. FrancoBaresi era il costante promemoria che l’uomo può (e forse nella sua essenza deve) ambire a grandi gesta, che si può incrociare in Coppa dei Campioni il Real Madrid e vincere 5-0 e che il rimpianto è un inganno autoassolutorio, contano solo la volontà e l’atto che la insegue. Non conta che ti rompi il menisco nel girone eliminatorio contro la Norvegia, mondiale di Usa ’94. Contano l’operazione, la sofferenza ricacciata indietro, il ritorno in campo 25 giorni dopo, contro ogni nozione clinica, la partita sovrumana giocata dal Capitano: annullato Romario.
Anche in quella maledetta serata, anche con i crampi finali e le lacrime che lo dilaniano dopo il rigore calciato sopra la traversa, FrancoBaresi ci ha ricordato l’ordinarietà dello straordinario. È un ossimoro, ma è anche la vetta più alta di quell’essere in fondo ossimorico che è l’uomo. Il fatto stesso che il Capitano esistesse, testimoniava che la vetta esiste, che non si è condannati alle piccinerie della pianura, che si può ascendere. FrancoBaresi era in fondo uno degli ultimi segni, impressi in quello strano universo tangenziale che è il calcio, del valore granitico della Storia dentro il guazzabuglio postmoderno della fluidità, dello scorrimento social, dell’idolatria del relativo. Il Capitano era forse l’ultimo Assoluto, e purtroppo dovremo allenarci a vivere senza di lui.
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