La mostra sull’arte relazionale al MAXXI di Roma ha forse dimenticato qualcuno 

La mostra 1+1 Arte Relazionale al MAXXI di Roma è indubbiamente un evento di rilievo, un omaggio a quel movimento che ha preteso di scardinare il solipsismo dell’artista per abbracciare il contesto sociale. L’idea di celebrare l’arte relazionale, un’estetica che ha rivoluzionato il modo in cui l’arte interagisce con la vita, è un’operazione necessaria, ma che porta con sé il retrogusto amaro delle grandi occasioni mancate. Tuttavia, pare che nel celebrare l’arte del “mettere in contatto”, qualcuno al MAXXI abbia dimenticato di consultare l’elenco telefonico della storia dell’arte italiana. È un paradosso che esplode nel momento in cui ci si accorge che questa “festa della relazione” somiglia più a un ricevimento privato con una lista d’attesa molto severa, da cui sono stati esclusi movimenti e gruppi fondamentali del nostro panorama nazionale. 

Nella mostra di Roma l’arte relazionale diventa escludente 

Viene da chiedersi se l’arte relazionale sia davvero un dialogo aperto con la società o se, una volta entrata nei corridoi romani, sia diventata un monologo istituzionale che soffre di una selettiva amnesia storica. È quasi divertente notare come un movimento nato per abbattere i confini si ritrovi oggi recintato da una curatela che sembra aver smarrito la memoria dei propri pionieri: in un evento che dovrebbe celebrare l’incontro, certe assenze finiscono per pesare molto più delle presenze e fa male notare il silenzio di chi ha fatto la storia di questa disciplina in Italia, è questo un “non-invito” che stona con il tema stesso dell’evento. 

I pionieri dell’arte relazionale italiana: Sergio e Giuliano Lombardo 

E queste sono le realtà dimenticate. Protagonisti di una stagione fondamentale della ricerca romana tra gli Anni Settanta e Ottanta, gli Eventualisti – legati all’attività del Jartrakor Center e del suo fondatore Sergio Lombardo – hanno segnato il passaggio cruciale dall’opera come oggetto all’opera come stimolo. La loro importanza risiede nell’aver teorizzato una “scienza dell’arte” basata sul coinvolgimento attivo e psicologico dello spettatore: l’opera non esiste in sé, ma si compie solo attraverso l’evento percettivo e comportamentale del fruitore. Anticipando di decenni le estetiche relazionali, hanno trasformato l’atto artistico in un laboratorio antropologico dove il pubblico non è più testimone passivo, ma parte integrante e necessaria del processo creativo. Disordinazioni è stato, invece, un gruppo artistico – e una modalità di intervento urbano pensata da Giuliano Lombardo nel 1994 che rielabora in chiave contemporanea l’eredità dei Situazionisti – che ha esplorato la relazione tra arte e disordine come forza creativa e liberatoria. La loro importanza sta nell’aver utilizzato l’azione diretta e l’intervento non autorizzato nello spazio pubblico per sfidare la percezione e la comprensione dello spettatore, mirando a un coinvolgimento fisico e mentale capace di minare l’ordine precostituito del sistema dell’arte e della società. 

Disordinazioni Roma 1995, Ph Giorgio Sacher
Disordinazioni Roma 1995, Ph Giorgio Sacher

L’arte relazionale del Gruppo di Piombino 

Il Gruppo di Piombino è stato un collettivo artistico italiano attivo soprattutto dal 1984 al 1991con Domenico Nardone come teorico e gli artisti Salvatore Falci, Stefano Fontana, Pino Modica e Cesare Pietroiusti. Riconosciuto anche lui come pioniere dell’arte relazionale in Italia e precursore delle pratiche artistiche partecipative che sarebbero state teorizzate a livello internazionale solo negli Anni Novanta. La loro ricerca si basava sulla “con-presenza” e sulla necessità dell’altro nell’atto creativo, con un approccio rigoroso e concettuale che ha prodotto opere e riflessioni fondamentali sulla relazione intersoggettiva come elemento imprescindibile dell’arte stessa. Ma mentre gli artisti Eventualisti lavoravano prevalentemente in spazi chiusi, i Piombinesi trasferirono la sperimentazione nello spazio pubblico urbano, dove gli stimoli artistici agivano su un pubblico inconsapevole della loro natura

Le altre esperienze italiane 

Giochi del senso e/o non senso è un gruppo artistico che ha indagato la complessità della comunicazione umana e il ruolo del gioco come strumento di interazione e conoscenza. La loro importanza risiede nell’uso sistematico di pratiche ludiche come metodologia artistica per sfidare i confini tra ciò che ha senso e ciò che non lo ha, permettendo ai partecipanti di sperimentare sé stessi e le dinamiche relazionali in un ambiente “protetto”, ma intellettualmente stimolante, molto prima che la gamification diventasse un tema diffuso. Infine, Progetto Oreste che, più che un’esperienza artistica comunitaria, è stata una piattaforma di dibattito che, tra il 1997 e il 2001, ha coinvolto artisti e curatori di tutta Italia in un confronto serrato sull’arte partecipata e il suo ruolo sociale e culturale. La sua importanza è capitale perché ha rappresentato un momento di auto-organizzazione e riflessione critica dal basso, ponendo al centro la discussione sul territorio, la collaborazione e i nuovi modelli espositivi, influenzando un’intera generazione di operatori culturali. 

Un nuovo progetto: “Serve! Boresta” 

Queste realtà artistiche hanno contribuito significativamente allo sviluppo dell’arte relazionale e partecipativa in Italia; la loro assenza dalla mostra è stata notata da molti osservatori, poiché rappresentano le radici di un linguaggio che ancora oggi interroga il nostro presente. È proprio in continuità con queste esperienze storiche che si inserisce una delle mie più recenti progettualità: i pranziServe! Boresta. Questa serie di appuntamenti, che si è svolta nel 2021 presso la galleria MICRO Arti Visive di Paola Valori ha riscosso un’ampia e significativa risonanza, è questa una delle mie tante azioni di arte relazionale da l’esito coerente di una ricerca che porto avanti da ormai quasi trent’anni. Se la mostra al MAXXI offre una preziosa occasione di riflessione accademica sulla collezione e sul concetto di dialogo, Serve! Boresta ne ha dimostrato gli effetti e la validità, estendendone il raggio d’azione nel quotidiano e traducendo la teoria in una pratica sociale vissuta: il pranzo diventa il dispositivo in cui l’informazione circola e la relazione umana si fa opera aperta, trasformando l’incontro tra persone in un’autentica esperienza estetica. 

L’eredità contemporanea delle esperienze artistiche collettive 

Nel 2004, Nicolas Bourriaud avrebbe coniato il termine “Semionauti” per descrivere gli artisti che navigano tra i segni della post-produzione. Io, anticipando quella sensibilità, già nel 2001 firmai un mio “mini-manifesto” su Exibart definendomi un “Situazionauta”. Questa crasi tra l’eredità situazionista e la navigazione tra gli stimoli ambientali mi piacque a tal punto da dare il nome al mio Blog nel 2007, con il supporto di Valentina Tanni. 

Come l’arte relazionale ha cambiato le opere 

Con l’avvento dell’arte relazionale, ciò che chiamiamo “opera” ha smesso di essere un manufatto da venerare per diventare un innesco: un dispositivo necessario a generare un rapporto diretto con l’altro. Questa narrazione, che sento più calda ed emotiva rispetto al gelo dell’estetica formale, non è altro che una forma di allenamento alla vita. Lo descrisse magistralmente Paola Tognon nel 1999, osservando la mia azione L’Ultimo degli Sciuscià al Link di Bologna: in quel buio, tra una birra e lo sguardo orgoglioso di una bambina che mi aiutava a lucidare scarpe, non c’erano effetti speciali. C’era l’incongruità spiazzante del quotidiano che si faceva arte, trasformando un gesto umile in una metafora di previsione sociale. In quegli Anni Novanta, come ricordato anche da Andrea Lissoni, l’esperienza relazionale era una forma di engagement che usava l’estetica del quotidiano per riprogrammare il mondo. Mentre le forme processuali o partecipative si limitavano a coinvolgere il pubblico, l’arte relazionale compiva un passo ulteriore: rendeval’”Altro” indispensabile. Senza lo spettatore che accetta di sedersi sulla sedia dello sciuscià, senza chi accoglie lo “sfregio” all’opera d’arte per preferirgli l’interazione umana, l’evento semplicemente non esiste. 

Perché la mostra del MAXXI non è un esperimento riuscito 

È qui che risiede il cuore della mia critica a operazioni come quella del MAXXI. Organizzare una mostra sull’arte relazionale oggi, dimenticando di invitare chi quella “relazione” l’ha incarnata con il corpo e con il rischio dell’azione vera – fuori dai recinti museali e dentro il flusso della vita – significa privare il pubblico della sua anima. Significa trasformare un “allenamento alla vita” in una sterile sfilata di documenti. Se la matematica delle istituzioni oggi recita 1meno1, è perché sottraendo i protagonisti che hanno dato corpo a questo gioco interpersonale chiamato arte, si finisce per sottrarre la verità stessa dell’azione. Ciò che resta è solo la teoria; ma la teoria – come ho imparato tra i rigori dell’Eventualismo, le incursioni nelle strade delle città e gli incontri fertili di Oreste – non ha mai pulito le scarpe a nessuno, né ha mai fatto battere il cuore di una bambina nella penombra di un locale notturno. 

Il significato dell’arte e il ruolo del museo 

L’arte o è un incontro necessario, un urto che modifica il battito del tempo, o è solo un altro oggetto che prende polvere in una teca. A forza di escludere la vita per celebrare il suo archivio, si rischia di dimenticare che la vera opera non è ciò che resta appeso a un muro, ma quel calore invisibile che l’artista lascia addosso a chi, anche solo per un istante, ha accettato di giocare con lui. Senza questo scambio vitale, il museo non è più un luogo di relazione, ma un freddo sacrario di assenze. 

Pino Boresta 

L’articolo "La mostra sull’arte relazionale al MAXXI di Roma ha forse dimenticato qualcuno " è apparso per la prima volta su Artribune®.

Autore
Artribune

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