La missione Usa: salvare il soldato Dollaro

  • Postato il 31 gennaio 2026
  • Di Panorama
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Dal Venezuela alla Groenlandia, passando per l’Iran e Cuba. Sono numerosi i fronti che, dal punto di vista geopolitico, Donald Trump ha aperto nelle scorse settimane. Tanto che, se ci si limitasse a una lettura superficiale, sembrerebbe essere avvalorata la tesi di quanti sostengono che il presidente americano agirebbe d’impulso, senza una chiara strategia alle spalle. Eppure le cose non stanno così. Il filo rosso che lega tutti questi dossier c’è. Ed è assai rilevante. La Casa Bianca punta infatti ad arginare i Brics e, in particolare, a salvaguardare il predominio globale del dollaro.

A seguito della cattura di Nicolás Maduro, Washington ha iniziato rapidamente a incamerare il petrolio venezuelano. «Le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Usa tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio sanzionato di alta qualità», dichiarò Trump, per poi aggiungere: «Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e quel denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Usa, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo del Venezuela e degli Stati Uniti!». In quegli stessi giorni, l’inquilino della Casa Bianca affermò di essere aperto a vendere il greggio di Caracas anche a Cina e Russia.

Vale a tal proposito la pena di ricordare che Pechino era il principale acquirente di oro nero venezuelano: petrolio che acquistava aggirando le sanzioni statunitensi. In particolare, secondo l’Associated Press, «il Venezuela ha iniziato a fissare il prezzo del petrolio in yuan cinesi nel 2017 e negli ultimi anni ha accettato pagamenti in valuta diversa dal dollaro». Ebbene, Trump non sembra di per sé intenzionato a impedire al Dragone di continuare ad acquisire questo greggio (che rappresenta circa il 4,5 per cento delle sue importazioni petrolifere). Quello che interessa davvero al presidente americano è che Pechino, in caso, lo acquisti in dollari e sotto la supervisione degli Stati Uniti. In altre parole, l’inquilino della Casa Bianca punta a mantenere il predominio globale del biglietto verde con particolare attenzione alla questione delle transazioni energetiche. Sì, perché la Cina è altresì il principale acquirente di greggio iraniano. E, anche in questo caso, effettua storicamente i suoi acquisti, violando le sanzioni statunitensi e pagando con la propria valuta. «L’Iran spedisce petrolio in Cina utilizzando petroliere della flotta ombra e riceve pagamenti in renminbi tramite piccole banche cinesi», sottolineò l’Atlantic Council nel 2024.

Ora, secondo la Fed, a livello generale, il dollaro rappresenta attualmente il 58 per cento delle riserve valutarie globali: una quota senza dubbio ampia ma assai inferiore rispetto al 72 che si registrava nel 2001. Se si passa poi al settore delle materie prime, la situazione sembra complicarsi ulteriormente. «La de-dollarizzazione è più evidente nei mercati delle materie prime, dove l’influenza del biglietto verde sui prezzi è diminuita, riportava uno studio di JP Morgan dello scorso luglio. «A causa delle sanzioni occidentali, i prodotti petroliferi russi esportati verso Est e Sud vengono venduti nelle valute locali degli acquirenti o nelle valute di Paesi che la Russia considera amici. Tra gli acquirenti, India, Cina e Turchia stanno utilizzando o cercando alternative al dollaro. Anche l’Arabia Saudita sta valutando l’aggiunta di contratti futures denominati in yuan al modello di determinazione del prezzo del suo petrolio, sebbene i progressi siano stati lenti», proseguiva la banca d’affari statunitense.

Anche un’analisi di Oanda, pubblicata a novembre scorso, ha sottolineato che le sanzioni americane alla Russia hanno indirettamente favorito processi di sganciamento dalla valuta Usa, in quanto avrebbero «rapidamente accelerato la creazione di nuove opzioni finanziarie e rotte commerciali incentrate sullo yuan cinese».

E qui veniamo a un punto essenziale. La questione del dollaro rappresenta da sempre una preoccupazione centrale per Trump. Il 30 gennaio 2025, appena pochi giorni dopo essersi reinsediato alla Casa Bianca, l’attuale presidente americano minacciò i Brics a causa dei loro propositi di de-dollarizzazione. «Chiederemo a questi Paesi apparentemente ostili di impegnarsi a non creare una nuova valuta Brics, né a sostenere alcuna altra valuta per sostituire il potente dollaro statunitense, altrimenti dovranno affrontare dazi del 100 per cento», tuonò Trump su Truth. A luglio, l’inquilino della Casa Bianca rincarò la dose, affermando: «A qualsiasi Paese che si allinei alle politiche antiamericane dei Brics verrà applicata una tariffa aggiuntiva del 10 per cento. Non ci saranno eccezioni a questa scelta». Tutto questo, senza trascurare che Washington non ha mai visto di buon occhio la corsa all’oro della Banca popolare cinese, per non parlare dell’acquisto di petrolio russo da parte di Nuova Delhi: acquisto che, secondo l’Economic Times, avviene principalmente in rubli e yuan.

Non è probabilmente un caso che la maggior parte della pressione tariffaria statunitense, l’anno scorso, si sia abbattuta proprio su alcuni dei principali membri dei Brics, come Brasile, Sudafrica, India e, soprattutto, Cina. Senza poi trascurare che dei Brics fa parte anche l’Iran, mentre Cuba, nel 2024, ha ottenuto lo status di Paese partner. Ebbene, nelle scorse settimane, sia Teheran che L’Avana sono state minacciate da Trump di regime change. Lo stesso Venezuela, che pure non fa ufficialmente parte del blocco, intratteneva, ai tempi della presidenza di Maduro, stretti legami con tre Paesi dei Brics, come Cina, Russia e Iran. Non vanno dimenticati gli storici legami del regime chavista con quello castrista (anche nel settore petrolifero). La preoccupazione, per Trump, non è tanto che il predominio globale del dollaro possa improvvisamente terminare nel breve termine, quanto che la valuta statunitense possa vedere progressivamente eroso il suo status.

E proprio il biglietto verde – nella sua valenza finanziaria, commerciale e geopolitica – costituisce forse la principale sfida che l’attuale presidente americano si trova ad affrontare. Da una parte, Trump punta a indebolirlo per aumentare le esportazioni e rilanciare il settore manifatturiero domestico. È anche in quest’ottica che vanno lette le tensioni tra Trump e il presidente della Fed, Jerome Powell, sui tassi d’interesse. D’altronde, per The Donald, dazi e rilancio dell’export hanno anche un significato connesso alla sicurezza nazionale. L’inquilino della Casa Bianca vuole infatti ridurre la dipendenza statunitense nei comparti strategici dagli avversari, a partire dalla Cina. Dall’altra parte, però, Trump punta a mantenere il predominio globale di cui il dollaro gode in forza del suo status di valuta di riserva. Un obiettivo che, secondo alcuni, sarebbe in contraddizione con l’altro, visto che la valuta di riserva, per sua natura, tende a rafforzarsi.

È quindi per cercare di risolvere questo nodo che Trump sta ricorrendo alla pressione militare e commerciale. L’operazione contro Maduro, insieme alle le minacce ai castristi e agli ayatollah, rientrano all’interno di questa strategia. Lo stesso vale per i dazi all’India, alla Cina e al Brasile. Pressione militare e pressione commerciale, agli occhi del presidente americano, costituiscono due facce della stessa medaglia. Il predominio globale del dollaro è inscindibilmente collegato al rilancio dell’influenza geopolitica di Washington. È dunque (anche) in questa cornice che va inserita la riedizione aggiornata della Dottrina Monroe, promossa dalla seconda amministrazione Trump.

Non solo. Nel 2024, l’attuale presidente del Council of economic advisers della Casa Bianca, Pierre Yared, pubblicò un articolo in cui sosteneva che il predominio globale del dollaro fosse inscindibilmente connesso alla potenza militare statunitense. «La potenza militare non è solo un fattore di supporto: è un pilastro della supremazia finanziaria», scriveva Yared, per poi proseguire: «La forza militare accresce la fiducia degli investitori nella capacità di una nazione di onorare i propri debiti, soprattutto in tempi di crisi. Al contrario, il predominio finanziario consente a un egemone di finanziare le proprie forze armate a costi di indebitamento inferiori, rafforzando la propria posizione a livello globale».

D’altronde, che il lato finanziario e quello militare siano correlati è chiaro anche ai Brics. A metà gennaio, il Sudafrica ha ospitato delle esercitazioni navali congiunte tra Cina, Russia e Iran. Il riemergere della politica di potenza, insomma, riguarda anche l’ambito finanziario.

E per Trump, questa, è una questione della massima urgenza.

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Panorama

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