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La Magna Grecia antropologica da valorizzare attraverso una politica culturale del Mediterraneo

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La Magna Grecia antropologica da valorizzare attraverso una politica culturale del Mediterraneo

Pierfranco Bruni
La Magna Grecia non è soltanto una valenza archeologica sul piano dei beni culturali. È un intreccio che chiama in causa processi culturali principalmente antropologici e identitari. Il mito e il popolare rispondono alla stessa domanda che interroga il nostro modo di abitare il mondo. Il sacro e il popolare, nella Magna Grecia, sono la stessa ferita e praticano la stessa cura.
La cultura popolare è antropologia. Non descrive l’uomo. Lo fonda. Al centro c’è la religione come gesto e come corpo, notte, fame, fuoco, festa. Nasce quando una comunità afferma che quel tempo e quel luogo non sono uguali agli altri.
La Magna Grecia ha un profilo orfico imponente. Si pensi a ciò che sono state Taranto e Sibari, Reggio Calabria e Naxos. La struttura dell’essere necessita della ierofania. Mircea Eliade sostiene che il sacro nasce nel mito e dal mito. Il mito non è favola. È ontologia. È l’uomo che esce dal caos e fonda un cosmo, conoscendo il labirinto.
Si tratta della Magna Grecia orfica, ovvero di strati che non sono rovine e vivono di contaminazioni. In questo cosmo c’è un nome che attraversa più mari. Ma non è la Magna Grecia dei manuali scolastici. È la Magna Grecia orfica. Quella che resta nel gesto, nel rito, nella lingua sussurrata.
Faccio alcuni esempi. Da Cuma a Napoli, da Paestum a Velia, da Sibari a Crotone, da Locri a Reggio, da Taranto a Metaponto, da Siracusa ad Agrigento, da Selinunte a Gela. Colonie achee, doriche e ioniche che non sono morte. Sono diventate strato e abitano il mito e il sacro.
È il rito delle Anthestérie diventato festa patronale. È Demetra che, dal grano delle pianure di Metaponto e del Tavoliere, passa alla processione di paese in Calabria o in Sicilia. È Capo Leuca, De finibus terrae, e Capo Colonna, dove il tempio di Minerva e quello di Hera Lacinia diventano soglie mariane e popolari. È Monte Sant’Angelo, sul Gargano, e sono le grotte del Cilento, luoghi trovati e non costruiti. Labirinti che non cercano l’uscita. Cercano la trasformazione.
Nullus locus sine genio. Ogni masseria, ogni trullo, ogni casale, ogni tempio dorico ha il suo genio nella metafisica della civiltà. In termini antropologici ciò che purifica le radici è il fuoco. O, meglio, il falò.
Il fuoco popolare è metafisica pratica. È la Fòcara di Novoli, nel Salento, per Sant’Antonio. È San Giuseppe in Puglia, in Calabria e in Campania: falò, pane, voto, tavole imbandite. È la Notte di San Giovanni tra Lucania e Cilento con l’acqua, le erbe e il rito propiziatorio. È la Notte della Taranta nel Salento, la tammurriata vesuviana, la pizzica calabrese, i canti a ballu in Sicilia.
Nel falò si brucia l’oblio. Si riapre il canale tra il tempo profano e il tempo originario.
È lo stesso fuoco con cui i coloni greci accendevano gli altari a Demetra e Persefone a Locri e a Enna. Lo stesso gesto. Altra lingua. Radice uguale. Epoche e millenni si intrecciano nei simboli che si sviluppano in un’epifania etnica.
Tutto questo è, appunto, epifania e intreccio etnico. Vere presenze minoritarie.
Károly Kerényi suggellava: «Tutto ciò che è religioso presuppone il divino». Il mito è epifania. Gli dèi accadono. E accadono in una terra che è stratificazione.
Si pensi a ciò che sono stati i Messapi, i Peuceti, i Dauni, i Lucani, i Brettii, gli Italioti. Poi i Greci. Poi i Romani, i Bizantini, i Longobardi, i Normanni, gli Svevi, gli Aragonesi. Dentro questo tempo lungo ci sono presenze che non si sono dissolte. Si sono innestate.
Ancora testimonianze. I Griko del Salento, come Calimera, Martano e Zollino. Parlano ancora greco. Cantano ancora i lamenti. Oppure gli arbëreshë di Calabria, Basilicata e Sicilia: San Demetrio Corone, Piana degli Albanesi, Santa Cristina, Gela.

Resti dei templi e delle aree sacre dell’antica Gela in Sicilia, VII secolo a.C

Rito bizantino, icone, canti, vallje.
Oppure gli ebrei di Siracusa, Catania, Napoli, Taranto, Trani e Otranto con un immaginario che vive nelle sinagoghe, nei mikveh, nelle pietre. Memoria che resiste dopo l’espulsione.
Schiavoni e balcanici sulle coste adriatiche. Armeni e provenzali nell’entroterra. Nella Magna Grecia nessuno ha cancellato. Tutti hanno aggiunto. È civiltà dell’intreccio. È antropologia viva.
La Magna Grecia non è finita. È diventata plurale. Da qui il sacro diventa devozione e tempo ciclico. Il sacro si serve degli archetipi. Questa è storia che diventa antropologia, come insegna James Frazer.
Nella Magna Grecia le memorie danzano con la luna per seminare, con l’acqua di San Giovanni, con la pietra a secco delle mura di Paestum e dei muretti di Modica. Il sacro popolare è tempo ciclico. È il grano che torna. È la festa che ritorna. È l’origine che si fa pratica.
Gli archetipi diventano rivelazione, come afferma Elémire Zolla: «Gli archetipi si conoscono con scene, colori, ritmi». Si mostrano con la tarantata, con il pellegrino scalzo verso Pompei e Tindari, con la madre che porta il cero, con i misteri pitagorici di Crotone, con le processioni del Venerdì Santo in Sicilia e Calabria e con i riti della Settimana Santa in Puglia e Campania.
Perché il sacro è esperienza. È vedere i simboli nei templi di Agrigento e Selinunte, nelle masserie fortificate, nei trulli di Alberobello, nelle gravine di Matera, nel mare di Torre Guaceto e in quello di Capo Vaticano. Ogni luogo è scena. Ogni scena è incarnazione della forza invisibile.
Le radici resistono. Resistono nei Griko che pregano in greco. Resistono negli arbëreshë che celebrano in rito bizantino tra la Calabria e la Sicilia di Piana degli Albanesi. Resistono nei falò che bruciano a gennaio e ad agosto da Reggio a Foggia. Resistono nella Magna Grecia orfica.
Non solo nei musei. Nei canti, nel pane di Altamura e Laterza, nella ceramica di Grottaglie e Caltagirone, nella pietra. Il mito non è morto. Dorme nel carparo, nel tufo, nella cenere dei falò. È ciò che si abita attraverso la memoria che diventa sacralità da custodire e pone, però, una problematica di politica culturale.
C’è da dire che il sacro popolare non chiede sistemi. Chiede abitazione. Il sacro non chiede spiegazioni. Chiede partecipazione: passo lento, silenzio, corpo, fuoco.
Nell’antropologia non si possiede il sacro. Lo si custodisce. E, nel custodirlo, custodiamo noi stessi e le nostre radici intrecciate ai Mediterranei.
Nella Magna Grecia il tempo è archetipo. È greco, romano, bizantino, albanese, ebraico, normanno, svevo. È Magna Grecia orfica che non è scomparsa. È diventata gesto. È fuoco che purifica e pietra che ricorda. È la rivelazione di un abitare che è ritornare. E ogni ritorno comincia da un falò, da una parola in greco, da una pietra che ha memoria di un suono antico.
Nella Magna Grecia che racconta le storie c’è una profonda antropologia di popoli e di civiltà che vivono nella memoria e nel solco del presente. Ma valorizzare la Magna Grecia antropologica significa porre una questione che resta una vera problematica politica da contestualizzare all’interno dei territori.
Non è folklore da cartolina. È una questione di identità, di scuola, di geografia del territorio, di economia, di Europa mediterranea. È decidere se vogliamo musealizzare i gesti o abitarli. Se vogliamo che i giovani riconoscano nel fuoco di Sant’Antonio e nel canto in griko la stessa radice di Pitagora di Crotone e di Empedocle di Agrigento.
La politica, qui, deve farsi antropologia della conoscenza. Deve capire che la Magna Grecia non è un’area da mappare. È un modo di stare al mondo da tramandare.
Questo è possibile soltanto attraverso una vera politica dei beni culturali che riguardi l’intera e vasta area di ciò che è stata la Magna Grecia, quando il Mediterraneo reggeva l’Europa e splendeva nel mondo con le sue arti, le sue filosofie e le sue poetiche, dando senso alle civiltà tra Occidente e Oriente.
Occorre una politica culturale europea che ponga al centro la cultura. Grecia e Roma sono stati gli epicentri del mondo civilizzato. Non si può e non si deve prescindere da ciò.
Cesare Pavese, da Brancaleone di Calabria, scriveva alla sorella che abitava a Torino: «Qui tutto è greco». In quel codice racchiuso nell’espressione «qui tutto è greco» vive un’identità con la quale non si smette mai di confrontarsi e di vivere.

Photo Cover: Agrigento Valle dei Templi

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