La lenta agonia dell’Europa? No, se c’è più federalismo pragmatico
- Postato il 14 febbraio 2026
- Verde E Blu
- Di Formiche
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L’incontro informale dei leader europei al Castello di Alden Biesen potrebbe essere molto di più di un’unione di intenti per il lancio dell’“anno della competitività europea”. Dal 2024, quando sono stati presentati i rapporti Draghi e Letta, infatti, il contesto economico europeo si è deteriorato. Per combattere la “lenta agonia” dell’Europa, dice Mario Draghi, occorre andare oltre la ritualità diplomatica e un’agenda meramente economica. Pressioni esterne, da ogni versante, rendono impellente che l’Unione dimostri la propria maturità geopolitica e capacità di rilancio economico. In termini concreti, ciò significa imparare ad agire senza fare affidamento automatico sull’ombrello transatlantico e, se necessario, anche in autonomia rispetto ad esso.
Il problema sottostante, però, è tutto istituzionale: occorre trovare un metodo per contrastare i veti incrociati senza riaprire il vaso di Pandora della riforma dei Trattati. Il “federalismo pragmatico”, in base a cui solo gli Stati membri disposti a rinunciare a quote maggiori della propria sovranità si uniscono su base volontaria in più aree possibili, è la strategia di integrazione più al passo coi tempi.
La stessa von der Leyen, nella lettera trasmessa ai leader per il Consiglio informale, ha esortato a spingere su meccanismi come le cooperazioni rafforzate per non compromettere “la competitività o la capacità di azione dell’Europa”. Con il federalismo pragmatico, quindi, l’assetto costituzionale europeo può evolvere anche a Trattati invariati. E, in parte, ciò sta già accadendo. Tre esempi lo mostrano con chiarezza.
Primo: l’allargamento. Accogliendo più Stati nell’orbita dell’Unione, si diventa più forti. Aumentano i cittadini europei, aumenta il PIL totale, aumenta la coesione sociale e politica. L’idea di un allargamento “graduale” che piace molto a Italia e Germania (meno alla Francia) permetterebbe di ammettere gli attuali candidati imponendo sin da subito l’assunzione degli obblighi comunitari, mentre l’accesso pieno a determinati diritti o politiche verrebbe modulato progressivamente, in funzione dell’effettivo allineamento ai criteri di Copenaghen.
L’accelerazione impressa al percorso di adesione dell’Ucraina, che si ipotizza possa avvenire entro la fine del 2027, resta comunque assoggettata all’art. 49 TUE, che richiede l’unanimità (e volendo anche i referendum, in base agli ordinamenti costituzionali degli Stati Membri), ma la prassi potrebbe evolvere. Di fronte al plausibile veto ungherese, le opzioni oscillano tra soluzioni politiche (attendere un mutamento degli equilibri interni a Budapest o pressioni diplomatiche esterne) e forzature su strumenti giuridici previsti dai Trattati. Tra questi, l’art. 7 TUE – la cosiddetta “opzione nucleare” – che, in caso di violazione grave e persistente dei valori di cui all’art. 2 TUE, può condurre alla sospensione di alcuni diritti dello Stato membro, incluso il diritto di voto in Consiglio (previa unanimità degli altri Stati). Del resto, proprio i 90 miliardi di euro di prestito di sostegno alla difesa dell’Ucraina sono stati ottenuti con una forzatura. Il debito, emesso sui mercati finanziari, è stato garantito dalla cosiddetta “capienza residua” del bilancio UE (budget headroom): garanzia che non produrrà obblighi finanziari per Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, rimasto fuori dal primo caso di uso di cooperazione rafforzata in materia di sicurezza.
Secondo: la politica commerciale, usata come leva geostrategica. Un altro terreno in cui l’Unione sta tentando di mostrare un approccio più muscolare è quello degli accordi di libero scambio (FTA). Si pensi, ad esempio, all’accordo Ue–Mercosur, negoziato per oltre vent’anni e divenuto improvvisamente il terreno su cui si sono riversate tutte le tensioni costituzionali dell’Unione: il Parlamento europeo che chiede alla Corte di giustizia di emettere un’opinione sulla conformità dell’accordo ai Trattati, l’effetto sospensivo della richiesta, la Commissione che ottiene comunque l’applicazione provvisoria. Se la paralisi è stata evitata, marginalizzando il dissenso, ciò è avvenuto in nome di un interesse strategico diffuso (ma non unanime). In parallelo, si stanno aprendo nuovi scenari di negoziazione con Asean, Australia, India e, in prospettiva, anche un “Breturn” commerciale. Persino con gli Stati Uniti si va avanti, visto che i gruppi al Parlamento europeo hanno concordato una posizione comune sull’accordo commerciale Ue-Usa. Nei casi più controversi, si riuscirà a superare la diversità di vedute con il pragmatismo?
Terzo: il modello Next Generation EU. con questo programma, l’Unione ha introdotto un meccanismo straordinario che ha consentito alla Commissione europea di emettere debito comune sui mercati per finanziare la ripresa economica degli Stati membri. Si è trattato di un passaggio di portata costituzionale, benché formalmente fondato su basi giuridiche già esistenti: l’Unione alla prova della crisi si è dotata di uno strumento tipico degli ordinamenti federali, ossia la capacità di raccogliere risorse finanziarie comuni. Perché non riprodurre questo schema su altri fronti? È ciò che Draghi ripete da tempo: senza una capacità di finanziamento collettiva, il divario competitivo con le grandi potenze è destinato ad ampliarsi. Letta è persino andato oltre, proponendo un One Market Act per unificare i mercati finanziari. Accanto, c’è poi la proposta di nuovi eurobond rilanciata da Emmanuel Macron per finanziare investimenti strategici, proposta che ha riaperto antiche fratture, con Germania e “frugali” che temono una mutualizzazione permanente dei rischi.
Il pragmatismo però deve incalzare. Il punto di caduta non è su un piano tecnico, ma politico: occorre rompere il tabù dell’integrazione europea mediante unità e omogeneità a tutti i costi, consentendo di avanzare a chi è disposto a una reinterpretazione funzionale delle competenze e, perché no, a un uso creativo di strumenti eccezionali. Questo è il federalismo pragmatico di cui parla Draghi. E, piaccia o no, non è una promessa per il futuro: è già in atto.