La guerra dei dazi di Trump potrebbe favorire l’Africa, se solo iniziasse a commerciare con se stessa
- Postato il 9 febbraio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Il Lesotho produce jeans. Piccolo dettaglio geografico che nel 2025 è diventato un caso di studio globale. Perché quando Donald Trump ha deciso di far partire la sua guerra dei dazi ad aprile, questo minuscolo regno montagnoso incastonato dentro il Sudafrica si è ritrovato con una tariffa del 50% sui suoi prodotti — la più alta al mondo, insieme alla Cina. Il motivo? Una formula matematica tanto semplice quanto assurda.
La storia del Lesotho racconta qualcosa di più grande. Racconta come il protezionismo trumpiano stia ridisegnando le catene globali del valore in modi imprevedibili. E racconta anche perché, paradossalmente, l’Africa potrebbe trovarsi nella posizione di chi guarda gli altri cadere mentre continua a camminare.
La guerra delle sanzioni (che tutti chiamano dazi ma che dazi non sono)
La nuova guerra economica di Trump, combattuta a suon di sanzioni d’emergenza (Ieepa) che vengono erroneamente raccontate come dazi ‘presidenziali’, alla fine potrebbe davvero favorire l’Africa?
Le nuove tariffe americane hanno complicato le esportazioni africane verso gli Usa, erodendo competitività e redditività. Parallelamente, però, la disgregazione dei flussi commerciali mondiali sta costringendo le multinazionali a ripensare la logistica produttiva, creando potenziali varchi che l’Africa potrebbe sfruttare.
A Davos, a metà gennaio 2026, la ministra egiziana della Pianificazione Rania Al-Mashat ha pronunciato una frase che suonava controintuitiva: “Le politiche protezionistiche stanno creando opportunità reali per i paesi africani, migliorando la loro capacità di attrarre investimenti industriali”. Non entusiasmo cieco, ma calcolo freddo. Perché se Washington chiude i mercati e Pechino risponde con contromisure, le imprese globali cercano alternative. E l’Africa, con 1,5 miliardi di persone e un mercato interno ancora largamente inesplorato, diventa improvvisamente interessante.
I numeri però raccontano anche un’altra storia. Il rapporto Foresight Africa 2026 della Brookings Institution — presentato proprio a ridosso di Davos — conferma che l’Africa nel 2026 avrà il maggior numero di economie in rapida crescita (oltre il 6% secondo il Fmi). Ma conferma anche che il commercio intra-africano si ferma ancora tra il 14% e il 17% del totale, una quota ridicola se confrontata con l’Asia o l’Europa. Al-Mashat stessa lo ha ammesso senza giri di parole: “Non riflette la portata delle opportunità del continente”.
Ecco il paradosso. L’Africa potrebbe beneficiare dalla frammentazione del commercio globale, ma solo se riesce a fare ciò che non ha mai fatto: commerciare con se stessa.
Gli investimenti privati, quando arrivano, sono concentrati. Sudafrica, Egitto, Nigeria, Marocco, Kenya assorbono la maggior parte dei flussi. Gli altri restano ai margini. E anche sul piano settoriale la concentrazione è marcata: energia, estrazione mineraria, telecomunicazioni. Manifattura, agroindustria, servizi a valore aggiunto ricevono briciole.
Eppure il protezionismo potrebbe funzionare come catalizzatore involontario. Non perché Trump abbia un vero e proprio piano strategico per l’Africa, ma perché rendendo più costoso e incerto l’accesso ai mercati avanzati, aumenta l’incentivo a produrre e commerciare dentro il continente.
L’Agoa (African Growth and Opportunity Act), che dal 2000 garantiva accesso duty-free al mercato americano per oltre 30 paesi subsahariani, è di fatto morente. Doveva scadere a settembre 2025, ma le tariffe trumpiane l’hanno reso irrilevante mesi prima. Stephen Lande, presidente di Manchester Trade, lo ha detto senza mezzi termini: “Agoa è morto nel lungo termine. La domanda è se possiamo ottenere una proroga breve per evitare un vuoto. L’unico vincitore sarà la Cina”.
E infatti la Cina ha già risposto. A maggio 2025 ha annunciato accesso duty-free per tutti i paesi africani. Non solo per i paesi a basso reddito, ma anche per grandi economie a medio reddito come Nigeria, Kenya, Sudafrica. Una mossa che costa poco a Pechino ma posiziona strategicamente la Cina come alternativa credibile agli Stati Uniti proprio mentre Washington si ritira.
Ma qui emerge il terzo paradosso. L’Africa ha la demografia giusta — 12 milioni di giovani entrano nel mercato del lavoro ogni anno, contro solo 3 milioni di nuovi posti formali creati annualmente. Ha le risorse giuste — minerali critici necessari per energie rinnovabili, telecomunicazioni, elettronica di consumo. Ha anche l’urgenza giusta — nei prossimi 25 anni la popolazione africana crescerà di 800 milioni, più del resto del mondo messo insieme. Quello che non ha è il tempo.
E intanto il Lesotho continua a produrre jeans. Solo che adesso li vende a un prezzo che nessuno può permettersi.
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