“La frana di Niscemi è nota dal 1997 e avanzerà. Il fronte non è mai stato interessato da interventi di messa in sicurezza”
- Postato il 27 gennaio 2026
- Scienza
- Di Il Fatto Quotidiano
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La frana sul versante occidentale di Niscemi non è un episodio isolato né un evento improvviso: è un movimento lento ma continuo, che sta progressivamente avanzando verso la parte meridionale dell’abitato. La parete del distacco, in alcuni punti alta oltre venti metri, si estende su un fronte di più di quattro chilometri e continua a esercitare una pressione crescente sulle abitazioni che sorgono a ridosso del precipizio. Case che, secondo gli esperti, rischiano di essere progressivamente inglobate dal dissesto.
La dinamica è legata in modo diretto alla natura del terreno. Come spiega all’Ansa Riccardo Ferraro, consigliere della Sigea, la Società italiana di geologia ambientale, l’area poggia su un substrato sabbioso che, secondo la letteratura scientifica, ha un angolo di resistenza al taglio di circa 35 gradi. Un valore ben lontano dall’attuale inclinazione del versante, che raggiunge punte di circa 85 gradi. Una condizione instabile che, per ritrovare un assetto naturale, potrebbe portare il fronte della frana a spingersi ancora più avanti, inghiottendo ulteriori edifici. Non a caso, la zona rossa, inizialmente delimitata a cento metri dal profilo dello smottamento, è già stata estesa di altri cinquanta metri.
Secondo Giuseppe Collura, referente della Sigea presente a Niscemi insieme al collega Michele Orifici, l’ultimo cedimento registrato domenica scorsa non fa che sovrapporsi a un fenomeno già noto: “La parte terminale del movimento coincide con la frana dell’ottobre 1997“. Un dato che rafforza l’idea di una vulnerabilità storica dell’area. D’altronde, ricorda il geologo, esistono scritti risalenti addirittura al 1790 che descrivono movimenti franosi nella stessa zona, a dimostrazione di una criticità mai realmente risolta.
Dal punto di vista geologico, il meccanismo è chiaro. Il terreno è costituito da uno strato sabbioso superficiale che poggia su un livello argilloso impermeabile. Lo si osserva anche dalla colorazione della parete franata, dove il giallo della sabbia si alterna al grigio dell’argilla. Le piogge intense degli ultimi mesi e il disastroso ciclone Harry che si è abbattuto sulla Sicilia hanno favorito lo scivolamento degli strati più superficiali, che, saturandosi d’acqua, hanno perso coesione e hanno iniziato a muoversi lungo il piano argilloso sottostante. Collura esclude invece che all’origine del dissesto vi sia una faglia diretta di natura tettonica: un’ipotesi che, a suo dire, non trova riscontri evidenti.
Se la conformazione geomorfologica rende l’area naturalmente predisposta alle frane, il quadro è aggravato da fattori antropici. Il diffuso disordine urbanistico e il marcato dissesto idrogeologico causato dalla gestione incontrollata delle acque piovane hanno contribuito ad aumentare la vulnerabilità del versante. Le acque di scorrimento attraversano la città e si riversano sull’intero pendio, scavando solchi profondi che accelerano i processi di erosione. Dopo la frana del 1997, sottolinea Collura, la probabilità che un evento simile si ripetesse era già elevatissima, anche perché il versante non è mai stato interessato da interventi strutturali di messa in sicurezza, nonostante i segnali di movimento fossero stati rilevati nel tempo.
Un primo campanello d’allarme si era già avuto il 16 gennaio scorso, quando un nuovo movimento di terra aveva causato l’interruzione della strada provinciale 12. Dopo gli eventi del 1997, alcune abitazioni comprese nel perimetro della frana furono demolite e, da allora, non sono state autorizzate nuove costruzioni nell’area. Ma il fronte instabile continua a spostarsi, rendendo sempre più fragile il confine tra zona abitata e versante in movimento. A confermare la gravità della situazione è anche il capo del Dipartimento della Protezione civile nazionale, Fabio Ciciliano, intervenuto a Niscemi per una riunione nel Centro operativo comunale insieme al presidente della Regione Siciliana Renato Schifani e al capo della Protezione civile regionale Salvo Cocina. “Non sta crollando solo quello che vediamo – ha spiegato Ciciliano – ma è l’intera collina che sta scendendo verso la piana di Gela”. Un quadro emerso anche dal sopralluogo effettuato con il professor Nicola Casagli, della componente scientifica del centro di competenza della Protezione civile.
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