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La forza delle idee

  • Postato il 12 agosto 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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In sintesi

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La forza delle idee

“La gente esige la libertà di parola per compensare la libertà di pensiero, che invece rifugge” afferma Søren Kierkegaard, questo accadeva quasi due secoli or sono, ebbene, credo che l’affermazione del filosofo danese rivesta oggi una sconcertante attualità. Difficile sostenere che, almeno nel mondo occidentale, esistano censure alla cosiddetta libertà di parola e, con le evidenti complicazioni causate da odiatori da tastiera diffusi in rete, libertà di scrittura. A fronte di tanta libertà, spesso negata da adolescenti invecchiati che hanno bisogno di sentirsi censurati per occultare il proprio vuoto intellettuale, troppo spesso quello che latita è il pensiero libero. Accade frequentemente che, a mio modo di vedere, proprio chi denuncia la sudditanza del pensiero altrui come espressione di “ordini occulti e surrettizi del mainstream”, si renda inconsapevole espressione di altri poteri forti che dominano il pensiero orfano di sé e figlio di qualche algoritmo. Sono profondamente convinto che se un’idea è maturata, profondamente vissuta e figlia di un viaggio sempre aperto alla messa in discussione della stessa e all’accoglienza di un altro punto di vista, non avrà alcun timore nel confrontarsi con prospettive e convincimenti differenti, anzi, sarà felice di offrirsi al confronto. Allo stesso modo credo sia pleonastico precisare che ogni, etichetta, ogni incrollabile pregiudizio, ogni feroce dogma di pensiero, sia una “fragile e indistruttibile prigione” per il pensieri di chiunque. Una delle più macroscopiche evidenze di gabbie del pensiero, espressione dell’assenza di libertà individuale, credo sia rappresentata dall’impiego tanto frequente quanto superficiale di slogan e termini dei quali si possiede scarsa intelligenza. Per quanto riguarda gli slogan rimando alle piazze più ottuse e rumorose, alle quali quante volte social e televisioni concedono immeritata visibilità, ma, si sa, la semplificazione estrema e la platealità sono storicamente facile commestibile per la mediocrità, così, in questa sede, vorrei limitarmi all’utilizzo sloganistico delle singole definizioni, meglio ancora, di una particolare parola.

Mantenendo come appunto concettuale di sottofondo il saggio di Heidegger “In cammino verso il linguaggio”, seppur molto liberamente, assumo il concetto di “evento disvelante” riconoscibile in ogni termine e nel suo divenire nel tempo. Studiare comparativamente il senso assegnato a una parola nel tempo, ci aiuta a comprendere il contesto e la società che ne fanno uso in quella specifica accezione. La riflessione ermeneutica heideggeriana si fa portatrice di una doppia efficacia, ci illumina sulla società che si riconosce nell’impiego condiviso di un termine e la responsabilizza per l’evoluzione contemporanea del medesimo. Insomma, le parole sono come sacchi vuoti, da sole non si reggono, il loro valore dipende da ciò che in esse il tempo presente introduce. Questo comporta un’enorme responsabilità di ognuno, poiché si sta offrendo alle nuove generazioni il senso e il valore di “un sacco che ricevono già riempito”. Personalmente non amo le definizioni, con buona pace di Socrate, ma comprendo bene quanto sia indispensabile un accordo sul significato che attribuiamo ai termini che altrimenti sarebbe impossibile ogni forma di comunicazione. Fra le tante “parole slogan” svuotate di significato dall’abuso, ne scelgo una che sembra non tramontare mai, seppur in una perenne e confusa camaleontica trasformazione, anche perché pungolato dal fatto che, vecchio libertario, culturalmente e storicamente anarchico in senso nietzscheano, (ricordo come Emma Goldman definì Nietzsche “un anarchico onorario”) mi sono sentito dare del fascista perché non allineato, o meglio, non allineato con chi si proclamava non allineato. Ma io sono anarchico proprio perché non allineato e mi appaiono inconsapevolmente fascisti coloro i quali, in nome della libertà, decidono come e cosa si debba pensare, confondono un pensiero altro con la peggior deriva culturale, il tutto dall’alto di un’orgogliosa ignoranza che assurge, nella loro autoreferenziale prospettiva, a reazione nei confronti del mainstream.

Quale simbolo, più efficacemente del fascio littorio romano, ha rappresentato la solidale unione dei singoli fragili individui che, unitamente, si sono sentiti liberi e forti così da divenire antagonisti possibili nei confronti delle prevaricazioni del potere? Quanto diversa era l’idea dei fasci di combattimento del 1919 nel progetto sansepolcrista mussoliniano, eppure in esso sopravviveva l’anima socialista che animava il figlio del fabbro predappiano quando rivestiva il ruolo di direttore dell’Avanti. Già cinque anni dopo, il “progetto” ha mostrato ben altre caratteristiche, mi riferisco al tempo del sacrificio libertario di Giacomo Matteotti. Alla fine del ventennio la confusione era totale, l’importante era non essere accusati di fascismo che il nuovo potere ti avrebbe condannato, ma il 29 ottobre del 1944, sul Giornale di Napoli, era possibile leggere un articolo firmato da Benedetto Croce, che indiscutibilmente non era espressione di ideologie fasciste, il quale si interrogava intorno alla domanda espressa nel titolo: Chi è “fascista”? Il pensatore aquilano, partenopeo di adozione, affermava che tacciare un avversario politico di essere fascista rischiava “di diventare un semplice e generico detto di contumelia, buono per ogni occorrenza”. Il suggerimento crociano era quello di approfondire il senso del termine in prospettiva storica, cogliendone le radici culturali e interclassiste, le ragioni contingenti del successo e del degrado. Il suo invito non ha più possibilità di essere adeguatamente raccolto oggi, epoca in cui nessuno studia più la storia e tutti si affidano alle definizioni dell’intelligenza artificiale, confondendo la prospettiva dell’assemblaggio di dati documentali con il senso storico e morale del fenomeno stesso. Il fascismo storico è una cosa, il senso attualmente assegnato al termine diviene, oramai, molto più superficiale e qualunquista, sarà opportuno provare a rideterminarlo. Da una parte rimando alla profonda riflessione di Togliatti in À propos du fascisme ma la ribalto nella realtà di oggi, allora era opportuno e chiarificante collegarla al movimento politico appena sconfitto, quasi un secolo dopo, diverrebbe quasi fuorviante, specie se sovrapposta anacronisticamente a contesti troppo diversi. Diviene urgente insegnare, oltre alla storia, sempre riandando al concetto heideggeriano del viaggio con il linguaggio, come sia stato modificato il significato del termine che, o va inteso storicamente, con la difficoltà sopra accennata, o assume un valore meta temporale, così non avrebbe senso rimandarlo a un’epoca storica.

Bene, allora la domanda diviene: chi ha il diritto di assegnare certificazioni di fascismo o, ancor più inquietante, di antifascismo? Non mi si venga a dire che sarà sufficiente dichiararsi tali per esserlo davvero. Il patentino di antifascista è l’altra faccia della certificazione di iscrizione al partito fascista per accedere alla tessera del pane o per essere assunti al Gabinetto Visseux, sto pensando a Montale. Se alla Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, molto significativamente battezzata Più libri più liberi, alcuni editori e testi vengono esclusi, non si rovescia il senso dell’iniziativa in “meno libri meno liberi”? Se diviene lecito definire fascista chi non si allinea al pensiero dominante o del branco del momento, allora l’assurdo diviene la logica corrente. Ecco infine che media e social possono lecitamente nomare anarchico qualsiasi fascistello che ricorre alla violenza e all’intimidazione presumendo di combattere quelli che definisce “stupidi servi del potere”, quando lui stesso è prono al potere che, in nome dell’antifascismo, ricorrendo a strategie e tattiche fasciste, proclama essere libero pensiero antifascista. Di fatto penso si possa concordare che fascista è chiunque sia convinto di essere depositario di una verità e ricorra alla forza per imporla sugli altri. In questo senso fascisti sono numerosi conduttori televisivi che censurano certi ospiti celebrando degli altri, fascisti sono quelli che cacciano alcuni dal gay pride o che impediscono ad altri di esprimersi in una piazza, in una “libera” università, in un comizio o in una manifestazione. Chiunque sostituisca la violenza alla forza delle idee, in quanto privo di idee, è uno squallido vigliacco fascista.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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Il Vostro Giornale

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