La donna viene prima di qualsiasi ideologia religiosa, soprattutto dell’islamismo radicale
- Postato il 24 luglio 2026
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- Di Libero Quotidiano
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La donna viene prima di qualsiasi ideologia religiosa, soprattutto dell’islamismo radicale
Quando una religione viene interpretata per giustificare la violenza contro le donne, la dignità umana deve prevalere. La donna viene prima. Sempre. Prima della religione. Prima delle tradizioni. Prima delle interpretazioni di un testo sacro. Prima di qualsiasi ideologia che pretenda di ridurne la libertà, la dignità o i diritti. Su questo non possono esistere compromessi.
Uno dei passaggi più controversi della tradizione islamica è il versetto 4:34 del Corano. La maggior parte degli esegeti classici ha interpretato il verbo arabo wa-ḍribūhunna come “colpitele”, indicando una sequenza composta da tre passaggi: ammonire la moglie, separarsi nel letto coniugale e, infine, ricorrere alle percosse. Per secoli numerosi giuristi islamici hanno sostenuto che tali percosse dovessero essere limitate: senza colpire il volto, senza provocare gravi lesioni e, secondo alcuni, persino con un semplice siwak, il piccolo bastoncino utilizzato per la pulizia dei denti. Ma il punto non è l’intensità del colpo. Il punto è che un marito possa ritenere di avere un diritto religioso di alzare le mani sulla propria moglie. Questa idea è incompatibile con i principi fondamentali dello Stato di diritto. Nessuna donna dovrebbe mai sentirsi dire che è stata picchiata perché “se l’è cercata”. Nessuna moglie dovrebbe sentirsi attribuire la responsabilità della violenza subita.
Eppure, ancora oggi, negli ambienti dell’islamismo radicale esistono predicatori che sostengono che la moglie debba interrogarsi su cosa abbia fatto per indurre il marito a colpirla o che debba sopportare per preservare la famiglia. Queste affermazioni non possono essere accettate in una società che riconosce la piena uguaglianza tra uomo e donna. Molti studiosi musulmani contemporanei respingono questa interpretazione del Corano e sostengono che il versetto debba essere letto nel suo contesto storico o interpretato in modo diverso. Questo dibattito è reale e importante. Ma è altrettanto reale il fatto che movimenti islamisti radicali continuino a utilizzare tali interpretazioni per giustificare discriminazioni e violenze. L’Europa e le democrazie occidentali hanno costruito il proprio ordinamento su principi non negoziabili: la donna è libera, è uguale all’uomo davanti alla legge e nessun marito ha il diritto di esercitare violenza nei suoi confronti. La legge tutela la persona, non l’autorità del più forte. La libertà religiosa è un diritto fondamentale, ma non può trasformarsi in una giustificazione per violare altri diritti fondamentali.
Ogni interpretazione religiosa che venga utilizzata per legittimare la violenza, la sottomissione o l’umiliazione delle donne deve essere criticata apertamente e senza timori. L’integrazione non significa rinunciare ai valori dello Stato democratico. Significa condividerli. Significa riconoscere che la legge civile prevale su qualsiasi precetto religioso quando sono in gioco la libertà, l’uguaglianza e l’incolumità delle persone. La violenza contro una donna non diventa meno grave perché viene giustificata con un’interpretazione religiosa. Resta violenza. E come tale deve essere condannata. Ogni società che voglia definirsi veramente civile deve partire da un principio semplice e assoluto: nessuna religione, nessuna tradizione e nessuna ideologia possono essere invocate per giustificare anche una sola mano alzata contro una donna. Perché prima di tutto viene la persona. E prima di tutto viene la donna.
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