La deglobalizzazione secondo Usa e Cina: due strategie opposte per accaparrarsi le risorse del pianeta

  • Postato il 11 gennaio 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Il 2026 è iniziato con l’ennesimo colpo sferrato alla globalizzazione, ormai agonizzante nella scacchiera geopolitica. Non è la prima volta che il sogno di un pianeta interconnesso fallisce. Dalle reti commerciali dell’Impero romano e della Via della Seta, sostenute dalla stabilità politica e dall’innovazione nei trasporti, alla prima globalizzazione moderna tra il 1870 e il 1914, resa possibile dal vapore, dal telegrafo e dal gold standard, ognuno di questi tentativi è fallito. I motivi? Choc esogeni: epidemie come la Peste Nera, conflitti come le due Guerre Mondiali, o crolli finanziari come quello del 1929.

Ancora più importante per la nostra analisi è quello che si è verificato dopo questi fallimenti e cioè la repentina inversione di tendenza verso tendenze “deglobalizzanti” come il protezionismo, la frammentazione geopolitica, il ripiegamento nazionale, l’imperialismo. Ogni volta la lezione è stata la stessa: l’interdipendenza globale è un equilibrio fragilissimo, dipendente dalla cooperazione politica e vulnerabile alle crisi sistemiche.

Oggi, si parla di “slowbalization” o “glocalizzazione”. All’interno di questo fenomeno assistiamo al ritorno di una geopolitica delle sfere d’influenza il cui obiettivo è l’accaparramento delle risorse strategiche del pianeta. Due modelli distinti – e profondamente diversi – si stanno confrontando. Il primo è quello americano, esplicitamente muscolare e fondato sul controllo diretto delle risorse; il secondo quello cinese, infrastrutturale e basato sull’interdipendenza economica. Al centro di quest’ultimo si erge la Belt and Road Initiative (BRI), la “Nuova Via della Seta”, che rappresenta la spina dorsale della strategia globale di Pechino.

L’approccio statunitense sotto l’amministrazione Trump è invece intriso di logiche di controllo territoriale e militare. E così la riformulazione della Dottrina Monroe – rivitalizzata come “Donroe Doctrine” – lega l’influenza geopolitica al controllo delle risorse naturali. “Questo è l’emisfero occidentale. Qui viviamo noi”, ha dichiarato il Segretario di Stato Marco Rubio, giustificando l’intervento in Venezuela. L’obiettivo è l’esclusione di potenze rivali (Cina, Russia, Iran) dall’accesso e dal controllo delle risorse ubicate in questa zona. Gli strumenti sono l’intervento militare (Venezuela), gli accordi di sicurezza che vincolano l’accesso alle risorse (es. Ucraina, RD Congo), le pressioni diplomatiche per costringere paesi terzi a scegliere da che parte stare. La narrativa è apertamente improntata alla forza, alla competizione tra potenze, alla difesa degli interessi nazionali e della sicurezza attraverso il controllo territoriale.

La strategia cinese è molto più sottile, di lungo periodo e costruita su un’architettura di soft power e debito. La Belt and Road Initiative non è semplicemente un piano infrastrutturale, è il meccanismo principale per garantire a Pechino un accesso privilegiato, prevedibile e strutturale alle risorse globali di cui ha bisogno. La logica dietro questa politica è creare interdipendenze economiche e infrastrutturali così profonde da rendere i paesi fornitori di risorse funzionalmente e politicamente allineati agli interessi di Pechino. Non si tratta di dichiarare un’area “cortile di casa”, ma di renderla economicamente un’estensione della catena di valore cinese. Gli strumenti sono il finanziamento e la costruzione di infrastrutture critiche: porti, ferrovie, gasdotti e dighe in Africa, Asia e America Latina. Queste infrastrutture spesso collegano direttamente le miniere o i giacimenti ai porti da cui le risorse partono per la Cina. I finanziamenti cinesi sono spesso vincolati all’uso di aziende, tecnici e materiali cinesi.

Anche lo “stile” è diverso mentre gli Usa fanno annunci politici e mostrano i muscoli, le aziende di stato cinesi acquisiscono silenziosamente partecipazioni di controllo in miniere di cobalto in Congo, di rame in Perù, di litio in Cile e Argentina. La narrativa è quella dello sviluppo win-win, della cooperazione Sud-Sud, di non ingerenza negli affari interni.

L’approccio cinese alla corsa alle risorse è dunque olistico e integrato: la Cina non cerca solo di possedere le miniere, vuole controllare la logistica di esportazione (porti, ferrovie BRI) e, soprattutto, la capacità di raffinazione e trasformazione. E così facendo oggi Pechino controlla oltre l’80 per cento della raffinazione globale delle terre rare e quote dominanti nella raffinazione del cobalto e del litio. Tutte queste risorse estratte all’estero alimentano l’industria manifatturiera cinese, che produce pannelli solari, batterie, veicoli elettrici e dispositivi elettronici. Questo genera un vantaggio competitivo insormontabile per le sue esportazioni ad alta tecnologia.

Altra differenza fondamentale è l’arco di tempo: la Cina opera con orizzonti temporali pluri-decennali, tipici della sua pianificazione statale. Un progetto minerario può essere non redditizio per anni, ma strategicamente vitale per assicurarsi il controllo di un mercato futuro, come quello delle batterie per veicoli elettrici. Gli Stati Uniti sono vincolati ai quattro o massimo agli otto anni delle cariche presidenziali e quindi operano necessariamente nel breve periodo. E questo spiega anche perché la corsa americana alle risorse punta al controllo politico e territoriale, spesso con mezzi diretti.

Ed ecco la differenza fondamentale su cui riflettere nei prossimi anni, man mano che le costruzioni della globalizzazione crollano: quella americana è una geopolitica dell’esclusione mentre la corsa cinese alle risorse punta al controllo funzionale ed economico attraverso la connettività infrastrutturale e la dipendenza tecnologica. È quindi una geopolitica dell’inclusione strumentale, che lega i paesi in una rete da cui è difficile uscire. In entrambi i casi le forze sprigionate smantelleranno il cosiddetto villaggio globale.

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