La cura come trama della condizione umana. La riflessione di Spinsanti
- Postato il 28 marzo 2026
- Cultura
- Di Formiche
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Due sponde, unite da un ponte: da una parte coloro che la cura la erogano nelle sue molteplici forme: pietas familiare e affinità elettive, solidarietà sociale e soprattutto professionalità sanitaria; dall’altra chi le cure le riceve. In pratica, una sponda in cui ci ritroviamo tutti: perché dal primo vagito all’ultimo respiro la vita è tenuta insieme dalla cura.
Il ponte tiene in contatto le due sponde. Ma il ponte è anche – ahimé – sinonimo di fragilità. L’associazione mentale più immediata è quella con il ponte Morandi di Genova che è improvvisamente crollato, trascinando nel baratro coloro che vi transitavano. Se ci appoggiamo alla letteratura, troviamo un’opera costruita su un evento analogo. Il riferimento è al romanzo di Thornton Wilder: Il ponte di San Luis Rey. Pubblicato nel 1927, è molto familiare ai cultori di letteratura, un po’ meno al grande pubblico.
Il romanziere prende spunto da un ipotetico fatto di cronaca: “Il venerdì 20 luglio 1714, a mezzogiorno, il più bel ponte di tutto il Perù si spezzò, precipitando cinque viaggiatori nell’abisso sottostante”. Un piccolo fatto di cronaca, che però offre allo scrittore lo spunto per una riflessione di ampio respiro. “Forse un caso”, intitola il romanziere il capitolo introduttivo. Il “forse” è inquietante. Un credente potrebbe domandarsi: ma le vicende umane non sono guidate dall’Alto? C’è un disegno provvidenziale in questo evento? In chiave laica la domanda suona: noi siamo guidati da un destino che sfugge al nostro controllo o ce lo costruiamo? Il romanzo prende avvio mettendo in scena un francescano, Fra’ Ginepro, che, spinto da questi interrogativi, si mette a indagare sulla vita delle cinque vittime del crollo. Per lui, credente, ci dovrebbe essere un disegno divino che le ha fatte incontrare in quel luogo: a loro ha tolto la vita, e non ad altri. Ricostruisce le rispettive biografie, arriva perfino a stabilire degli indicatori – costituiti dalla bontà, dalla diligenza nelle pratiche religiose e dall’importanza rispetto al gruppo familiare – che, sommati, porterebbero a concludere che c’è un’appropriatezza provvidenziale in certe morti rispetto ad altre. Pretende di dare ragione a Dio, senza rendersi conto che così lo caricaturizza.

Tralasciamo le affascinanti biografie immaginate dallo scrittore, che hanno garantito la fortuna letteraria del romanzo, saltando alla conclusione. Fra’ Ginepro, malgrado la sua volontà di giustificare la provvidenza divina, viene dichiarato eretico dall’Inquisizione e bruciato sul rogo insieme al manoscritto da lui redatto, contenente la biografia delle vittime. Tuttavia l’indagine non è stata inutile: ha fatto emergere ciò che tiene insieme coloro che muoiono e coloro che sopravvivono. È questa la conclusione del romanzo:
“Presto moriremo, ed ogni memoria di quei cinque sarà scomparsa dalla terra, e noi stessi saremo amati per breve tempo, e poi dimenticati. Ma l’amore sarà bastato; tutti quei moti d’amore ritornano all’Amore che li ha creati. Neppure la memoria è necessaria all’amore. C’è un mondo dei viventi e un mondo dei morti, e il ponte è l’amore, la sola sopravvivenza, il solo significato”.
Il ponte crollato non è solo quello di San Luis Rey: è quello, immenso, che ingoia instancabilmente le persone e crea i due mondi che si confrontano: quello dei viventi e quello dei morti. Due mondi che però, malgrado le apparenze che parlano di un’insanabile distanza, possono rimanere connessi mediante un altro tipo di ponte. Thornton Wilder gli dà il nome dell’amore. Il ponte dell’amore – afferma – tiene insieme anche quando il ponte della vita, come quello di San Luis Rey, è crollato.
A questo punto il rischio di arenarci in paludi dolciastre è grande. Se l’appello all’amore suona insidioso, proviamo a sostituirlo con un’altra parola che evochi il legame tra il mondo dei vivi e quello di coloro che sono stati ingoiati dal crollo del ponte. Facciamo appello alla “cura” e quindi riformuliamo: il ponte tra i morti e i viventi è la cura.
Non che la cura sia immune da fraintendimenti. Come l’amore, ci è familiare: ci siamo immersi e ci navighiamo dentro, come i pesci della metafora dell’acqua di David Foster Wallace. Nella cura noi siamo immersi. Rischiamo tuttavia di accorgercene solo quando ci viene a mancare e, come i pesci all’asciutto, finiamo spiaggiati. Quando ci sentiamo trascurati. L’inizio e la fine della vita sono i momenti cruciali. Ma la dimensione del ponte – ci suggerisce il romanzo di Thornton Wilder – si allarga: grazie alla cura non mette in contatto solo i viventi tra di loro, ma anche i sopravvissuti e coloro che la vita hanno dovuto lasciarla. La cura, erogata e ricevuta, è il ponte che permane tra i vivi e i morti. La cura ci viene incontro sotto forma di narrazioni. Tutti, e non solo le persone famose, possono lasciare una traccia, che diventa un racconto. Non si tratta di narrare i fatti – e i misfatti… – delle persone decedute, ma di rievocare il tessuto in cui si sono intrecciati i fili della cura. Cura è anche il ricordo.
Un legame misterioso e concreto ha tenuto insieme quelle esistenze, prima e dopo il crollo del ponte che ha segnato la fine della vita. In ambito religioso si tratta di ravvivare la formula che viene dal passato dottrinale: la “comunione dei santi”, che lega in un’unità profonda i credenti, sia vivi che defunti. Ma il tema non riguarda solo chi si muove nell’ambito religioso. La “questione ultima”, come la chiama Vito Mancuso, riguarda tutti gli esseri umani: si può essere indifferenti alle religioni, ma non si può rimanere indifferenti alla questione della salvezza:
“Non si può perché in essa si gioca la destinazione universale, in cui è iscritto il nostro destino e quello di tutti coloro che hanno vissuto e ora non vivono più. Sono scomparsi nel nulla per sempre? O esistono ancora da qualche parte che non sia il nostro ricordo? Esiste una dimensione dell’essere sulla quale la morte non ha l’ultima parola, in qualunque modo la si nomini, o regno di Dio, o paradiso, nirvana, iperuranio, campi elisi, trascendenza, vita eterna? E i morti, a prescindere dall’inconoscibile modalità con cui vi partecipano, sono ancora, grazie ad essa, in qualche modo vivi, oppure no, oppure tale dimensione dell’essere non esiste e i morti sono per sempre totalmente morti, annichiliti? È dunque questo annichilimento-nichilismo il senso ultimo di tutto? O invece lo è quella dimensione ontologica “al di là del tempo e dello spazio” (Wittgenstein) in cui la sussistenza dei morti è reale, per quanto essa rimanga inconcepibile per noi che sappiamo pensare solo al di qua del tempo e dello spazio?”
Per chi aspira alla saggezza, indipendentemente da come si colloca, dentro o fuori, rispetto al perimetro religioso, una prospettiva promettente è valorizzare il legame della cura, che tiene insieme chi la dona e chi la riceve: prima della morte, nel tempo del morire e dopo che la morte ha separato chi è transitato in un’altra realtà e chi è rimasto, ma senza riuscire a tranciare il filo che li tiene uniti.