Kimpa Vita, la storia di una delle radici religiose della resistenza africana alla colonizzazione

  • Postato il 9 febbraio 2026
  • Blog
  • Di Il Fatto Quotidiano
  • 1 Visualizzazioni

Kimpa Vita vedeva croci bianche, ma anche i corpi neri venduti a peso ai portoghesi. La sua eresia è cominciata lì, nello spettacolo delle catene, tra le prediche sul Cristo universale e i villaggi svuotati nel Regno del Kongo. Imparava il catechismo, memorizzava i santi, recitava le formule. Ma ogni parola di salvezza cadeva sulla sua terra che sanguinava. Così ha iniziato a sospettare che Dio fosse stato sequestrato.

Ha riaperto il Vangelo e ha annunciato che Gesù è nato nel Kongo, che Maria è una donna nera, che gli apostoli hanno il volto dei suoi. Ha spostato Betlemme: non più in quel punto lontano sulle mappe dei missionari, ma nella sua São Salvador, la capitale abbandonata.
«Dio si fa uomo ma non può restare prigioniero di un solo colore».
«Non si può servire Cristo e riempire le navi di schiavi».
Diceva anche che un re che vende il suo popolo tradisce il battesimo prima ancora che la legge; che il Kongo diviso è già un giudizio che cade su tutti. Parlava come se il Vangelo fosse un processo in corso, non un dogma fossilizzato.

Predicava la purezza, ma restò incinta; parlava di santità, ma scelse di avere un compagno; annunciava piena obbedienza a Cristo, ma rifiutava di inginocchiarsi davanti ai missionari. Per la gente dei villaggi era la prima volta che il nome di Dio non chiedeva sottomissione al bianco in cambio di salvezza. Disse di chiamarsi Antonio e usò quel nome per togliere il santo dagli altari, farlo passare attraverso il suo corpo nero, ricordare che neppure i santi appartengono per sempre a chi li ha battezzati.

Era una minaccia. I missionari iniziarono a chiamarla posseduta, strega, idolatra travestita da cristiana; pazza che voleva scegliere chi era dalla parte di Dio. Quando l’hanno processata e portata al rogo c’erano tre poteri che si tenevano per mano: il re che non voleva perdere il trono, l’Europa che non voleva perdere le navi, la Chiesa che non voleva perdere il monopolio sul modo giusto di dire “Cristo”. Le accuse erano le solite: eresia, blasfemia, confusione tra religione e politica. In realtà l’unica cosa che Kimpa Vita aveva confuso erano le gerarchie: aveva messo il volto dello schiavo al posto di quello del padrone nella storia sacra.

L’hanno bruciata velocemente, come si elimina un documento compromettente.

Il movimento che aveva acceso si è disperso, ma le sue immagini non hanno smesso di circolare. Cristo nero, santi africani, città sante senza Europa: schegge del suo annuncio finite nei profetismi successivi, nelle religioni di resistenza, in tutte le volte in cui il crocifisso è stato alzato non per legittimare un potere, ma per metterlo sotto accusa.

Non ha salvato il suo regno, non ha fermato le navi, non ha convertito i missionari, ma ha fatto ciò che spetta ai grandi dissidenti spirituali: ha rotto per sempre la pace tra Dio e il potere. Da allora, ogni volta che il Vangelo viene usato per benedire una catena, il suo rogo riprende a bruciare.

Kimpa Vita (Dona Beatriz, c. 1684 – 1706) nacque nel Regno del Kongo in una famiglia nobile cristianizzata. Formata sia nelle pratiche spirituali tradizionali sia nel cattolicesimo, nel 1704 dichiarò di essere strumento di sant’Antonio e diede vita al movimento antoniano, che reinterpretava il cristianesimo in chiave africana, collocando Cristo e i santi nel Kongo e legando la fede alla fine delle guerre interne e della tratta degli schiavi. Arrestata con l’appoggio dei missionari e del potere politico, fu condannata per eresia e arsa viva nel 1706. La sua figura è oggi riconosciuta come una delle radici religiose della resistenza africana alla colonizzazione.

L'articolo Kimpa Vita, la storia di una delle radici religiose della resistenza africana alla colonizzazione proviene da Il Fatto Quotidiano.

Autore
Il Fatto Quotidiano

Potrebbero anche piacerti