James Van Der Beek, la scomparsa di un idolo adolescenziale ci riporta tutti indietro nel tempo
- Postato il 12 febbraio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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La morte di un idolo adolescenziale ha la capacità di riportarci con dolore e malinconia indietro nel tempo, dentro la nostra stanza anni ’90, con la televisione accesa nel pomeriggio, i compiti ancora da fare e quell’ardente desiderio di essere altrove, lì dove accadono sempre cose incredibili, lì dove tutto dura il tempo di una puntata della nostra serie tv preferita. Quell’altrove per me erano Beverly Hills e Capeside.
E forse è per questo che, quando muore un attore che per anni ha dato il volto al tuo idolo adolescenziale, è come se morisse un pezzetto di te. Con lui se ne va l’incanto, la speranza che tutto, anche le cose brutte, possano risolversi nell’arco di 45 minuti, se ne va l’idea dell’amore per sempre e dell’amicizia eterna. E’ come se qualcuno ci risvegliasse bruscamente da un lungo e pacifico sonno e ci ritrovassimo improvvisamente cresciuti, pieni di responsabilità e totalmente disincantati.
Per noi sognatori anni ’90 Luke Perry, Shannen Doherty, James Van Der Beek non sono mai stati solo attori. Sono stati specchi e finestre attraverso cui guardare il mondo e analizzare noi stessi. Sono stati il simbolo di una generazione, l’ultima che ha vissuto la vita prima dei social network, prima delle app di incontri, prima di tutta questa alienazione sociale.
La morte di Luke Perry è stata uno strappo doloroso che ha segnato in maniera violenta la fine dell’innocenza. Un colpo improvviso, come quando si interrompe una puntata sul più bello. Il suo Dylan McKay era l’archetipo del bello e dannato, simbolo di eterna giovinezza e di ribellione. Quanto di più distante dall’idea di morte.
Con Shannen Doherty invece abbiamo assistito al lento progredire della malattia, alla lotta, finché non abbiamo dovuto fare i conti con la morte, la sua, ma per noi tutti quella di Brenda Walsh, che ha sempre rappresentato la ragazza testarda e determinata che tutte noi avremmo voluto essere. La mora ragazza di provincia che non ha paura di confrontarsi con le bionde e patinate adolescenti dell’alta società di Beverly Hills. Brenda era forza e rivalsa sociale.
Quando tempo fa ho saputo che James Van Der Beek era gravemente malato, ho rivissuto le stesse sensazioni acute che avevo già sperimentato con Shannen/Brenda. Per me e per tutti i Millennials che hanno sognato di vivere in riva al fiume, a Capeside, con la migliore amica che ti piomba in camera attraverso la finestra, il volto di James Van Der Beek era quello di Dawson Leery.
Dawson’s Creek era la serie tv che mi confortò per la fine di Beverly Hills 90210 e quel ragazzo che spiegava la realtà attraverso il cinema, cintura nera di pippe mentali, innamorato dell’amore come in un eterno sogno, mi aveva conquistato. Certo, Dawson non era Dylan, non era quello figo a cui bastava comparire in sella alla sua moto per sedurre chiunque nel raggio di chilometri. Dawson era il bravo ragazzo, l’amico fedele, il figlio modello. Ma era anche complicato, tormentato e pieno di creatività.
Se Dylan era attaccato coi denti alla realtà, deluso e disincantato, Dawson era il sogno, quello che ti accompagna per tutta la vita e che ti fa capire chi sei. Era la camera tappezzata di poster del cinema, la passione smodata per Spielberg, era la realtà vissuta attraverso le citazioni dei film. Per gran parte del mondo, la morte di James Van Der Beek è quella di un attore, di un marito e padre amorevole di sei splendidi figli.
Per noi, cresciuti con le sigle delle nostre serie tv preferite, ad andare via per sempre è il dolce Dawson Leery, innamorato della sua migliore amica Joey Potter, ma forse più dell’idea di loro due insieme per sempre, amico fedele del suo alter ego Pacey Witter, ironico e scanzonato, complice delle sue fantasie adolescenziali, ma sempre pronto a riportarlo a terra quando vola troppo alto.
La verità è che Luke Perry, Shannen Doherty e James Van Der Beek hanno dato un volto a tutta la complessità che caratterizza l’adolescenza. Nei loro personaggi ci siamo identificati e con loro abbiamo imparato a capire meglio noi stessi, le nostre fragilità, le nostre paure e le nostre speranze. Li abbiamo vissuti come dei cari amici o fidanzati immaginari, li abbiamo amati profondamente e a volte odiati. Ci hanno fatto piangere, soffrire, ridere a crepapelle e riflettere. Tutto senza fine, sempre lì, custodito nei nostri pomeriggi davanti alla tv.
La morte spezza l’incantesimo, ci costringe a guardare con lucidità il tempo che passa, ci ricorda che non siamo più quei ragazzi con i poster in camera, fragili ma comunque invincibili. La morte di un idolo di gioventù è la consapevolezza che quell’invincibilità non c’è più, che anche i miti si ammalano e muoiono e che, purtroppo, nessuno potrà mai riscrivere un finale diverso.
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