“Io e papà dormivamo in auto per risparmiare. Lui raccoglieva gli snack rimasti a colazione per pranzo e cena”: Darderi racconta la sua storia
- Postato il 15 maggio 2026
- Tennis
- Di Il Fatto Quotidiano
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“Io e papà dormivamo in auto per risparmiare. Lui raccoglieva gli snack avanzati a colazione per il pranzo e la cena”. La storia di Luciano Darderi parte da qui, da sacrifici che oggi sembrano lontanissimi mentre il tennista italo-argentino si prepara a giocare la prima semifinale della carriera agli Internazionali d’Italia. Ma per arrivare fino al Foro Italico, il torneo che sognava da bambino, Darderi ha attraversato anni difficili, vissuti sempre accanto al padre–coach Gino.
Nato a Villa Gesell, in Argentina, nel febbraio 2002, Darderi ha iniziato a giocare prestissimo. “Mio padre era maestro di tennis, mi ha dato una racchetta e mi ha portato in giro per i tornei”, ha raccontato in un’intervista alla Gazzetta dello Sport. Il legame con l’Italia arriva dal nonno Luciano, emigrato da Fano in Sudamerica. A 10 anni anche il piccolo Luciano ottiene la doppia cittadinanza: il primo viaggio in Italia è per ritirare il passaporto, ma ovviamente anche per giocare a tennis. “Ne approfittai per disputare un torneo all’Aquila: battei Cobolli in semifinale e Gigante in finale”. Poi, a 13 anni, Darderi torna per restare, da solo.
Il trasferimento a Roma “non è stato facile”, ammette oggi. Nella capitale viene ospitato dalla famiglia di un amico del padre, Marcello Macchione, mentre cambia più volte centro di allenamento prima di stabilirsi: “Infine il Forum, che mi ha offerto l’alloggio nella foresteria del circolo”. È lì che cresce tennisticamente e umanamente, passando anche attraverso il lockdown del Covid, trascorso praticamente chiuso dentro il circolo insieme al padre. “Non mi ha pesato per nulla. Mi allenavo e basta”, ha spiegato.
Il rapporto con il papà Gino Darderi è il cuore della sua storia. “Gli devo tutto. Nella mia infanzia ha sostituito anche il ruolo di mia madre”. E quando i soldi mancavano, il tennis diventava una questione di sopravvivenza: “Dormivamo in auto per risparmiare, oppure lui raccoglieva gli snack rimasti a colazione per il pranzo e la cena”. Al legame familiare è legata anche la scelta di giocare per l’Italia: ” Non ho mai ricevuto un supporto economico dalla Federazione. Abbiamo deciso così io e mio padre, perché in Europa ci sono maggiori opportunità per gli atleti, rispetto al Sud America. E poi c’era un legame affettivo con l’Italia, il Paese di mio nonno”.
L’altra figura di riferimento per Luciano Darderi è nonna Elisa: “Mi dava la sua pensione, di nascosto dal nonno, per pagare le spese degli allenamenti. L’unico tatuaggio che ho è dedicato a lei”. Quel tatuaggio Darderi lo bacia prima di celebrare ogni vittoria. Negli ultimi due anni sono state tante: cinque titoli ATP conquistati, con l’ingresso tra i primi 20 del ranking mondiale e questa cavalcata agli Internazionali che lo porterà almeno al numero 16 del mondo, suo nuovo best ranking. Luciano Darderi però non ha nessuna intenzione di fermarsi: “Sinner per primo ha dimostrato che, se ci si impegna ogni giorno e si lavora sodo, non ci sono limiti”.
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