Intossicazioni alimentari in aumento? Gli studi scientifici lo dimostrano: è anche colpa del cambiamento climatico
- Postato il 7 gennaio 2026
- Ambiente
- Di Il Fatto Quotidiano
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I troppi morti per botulino quest’estate in Sardegna e Calabria, poi le due donne decedute dopo lo scorso pranzo di Natale a Campobasso. Per non parlare delle intossicazioni da sushi sempre più diffuse: esiste una crescita delle intossicazioni alimentari? E se sì, quali ne sono i motivi? Secondo Antonella Fioravanti, scienziata che si occupa di batteri e come disarmarli con approcci innovativi, l’aumento nasce da una combinazione di fattori. “Da un lato, oggi controlliamo meglio: i sistemi di sorveglianza sono più efficienti, la diagnostica è più avanzata e riusciamo a collegare casi che in passato non venivano riconosciuti come parte dello stesso focolaio. Questo spiega una parte dell’aumento dei casi registrati”. Tuttavia, prosegue, “non è solo un effetto statistico. I rapporti più recenti delle agenzie sanitarie europee, ma non solo, mostrano che aumentano anche i casi clinici gravi e i focolai confermati, segno che il rischio reale è cambiato”.
Lo European Union One Health 2024 Zoonoses Report, a cura del European Food Safety Authority (EFSA) and the European Centre for Disease Prevention and Control, ha riportato i risultati delle attività di monitoraggio e sorveglianza delle zoonosi condotte nel 2024 in 27 stati membri e nel Regno Unito (Irlanda del Nord) e in 7 Paesi non-MS, cioè Paesi che non fanno parte dell’Unione Europea, ma che collaborano con l’UE nella raccolta e condivisione dei dati sulle zoonosi. Nel 2024, la prima e la seconda zoonosi più segnalate nell’uomo sono state rispettivamente campilobatteriosi e salmonellosi, seguite da infezioni da Escherichia coli (STEC) produttrici di tossina di Shiga. La listeriosi è stata la quarta e più grave malattia zoonotica, con la percentuale più alta di ospedalizzazioni e il tasso di letalità più elevato. Ben ventisette Stati membri e il Regno Unito hanno riportato più focolai, casi e ospedalizzazioni alimentari nel 2024 rispetto al 2023, anche se il numero di decessi è diminuito. La salmonella in “uova e prodotti a base di uova” era la coppia agente/alimento di maggiore preoccupazione: è stata anche l’agente causante associato alla maggior parte dei focolai multinazionali segnalati nell’UE nel 2024. Un dato spesso sorprendente è che, nei focolai alimentari in cui la causa è stata identificata con certezza, anche alimenti di origine non animale, in particolare verdure e prodotti vegetali, sono stati associati al maggior numero di decessi. Questo non significa che siano intrinsecamente più pericolosi, ma che se contaminati e consumati crudi possono avere conseguenze molto gravi.
Quel connubio tra caldo e sopravvivenza dei patogeni
Ma soprattutto è ormai rilevato un legame tra cambiamento climatico e intossicazioni. “Studi scientifici”, risponde Fioravanti, “dimostrano che il caldo e il cambiamento climatico favoriscono la crescita e la sopravvivenza dei patogeni alimentari. Revisioni sistematiche indicano che ogni aumento di 1 °C della temperatura ambientale è associato a un incremento di circa 4–5% dei casi di malattie alimentari nel mondo”.
Una recente analisi pubblicata su Public Health Reviews nel 202 e basata su 54 studi internazionali, mostra che la variabilità climatica è associata a un aumento delle malattie diarreiche di origine alimentare. In particolare, l’aumento della temperatura è associato a un incremento medio di circa il 4% del rischio per ogni grado in più. Tuttavia, l’impatto più marcato si osserva in occasione di eventi climatici estremi: alluvioni e piogge intense possono aumentare il rischio di malattie diarreiche trasmesse dal cibo di oltre il 40%. “È uno dei modi più concreti in cui il cambiamento climatico entra nella nostra alimentazione quotidiana: è stata dunque riscontrata un’associazione significativa tra la diarrea trasmessa dagli alimenti e la variabilità climatica”, spiega l’esperta.
Anche analisi su patogeni come Salmonella e Campylobacter confermano che temperature più alte favoriscono infezioni alimentari. Lo studio A systematic review and meta-analysis of ambient temperature and precipitation with infections from five food-borne bacterial pathogens, pubblicato su Epidemiology & Infection nel 2024, ha rivisto sistematicamente tutti gli studi sull’associazione tra temperatura ambiente e precipitazioni e l’incidenza di gastroenterite e bacteraemia da parte di specie di Salmonella, Shigella, Campylobacter, Vibrio e Listeria. Ad eccezione di uno studio su Campylobacter, tutti gli 83 studi inclusi nella revisione hanno mostrato un’associazione positiva tra temperatura, precipitazioni e gastroenterite. Eventi climatici estremi hanno un effetto concreto anche su infezioni gravi: le ondate di calore aumentano del 5% il rischio di batteriemia da Campylobacter e Salmonella, mentre le piogge intense possono portare a un aumento del 9%. “Se le tendenze climatiche attuali continueranno, questi patogeni aumenteranno la morbilità dei pazienti, la necessità di ricovero ospedaliero e i prolungati cicli di antibiotici”, afferma Fioravanti.
La gestione del cibo: errori e giuste pratiche
Un aspetto spesso sottovalutato è la gestione del cibo, critica in tutte le stagioni e in tutte le fasi: domestica, industriale e ristorativa. “Anche quando fa freddo”, spiega l’esperta, “lasciar passare troppo tempo prima di refrigerare o congelare alimenti, conservare prodotti cotti senza protezioni o trasportare cibi deperibili senza rispettare la catena del freddo può causare intossicazioni. Con temperature più elevate, questi rischi si amplificano ulteriormente. Purtroppo, ci siamo abituati a vivere in un mondo in cui molte malattie infettive sembravano debellate, e questo ha portato a minore attenzione a protocolli di igiene e sicurezza alimentare, che invece salvano vite”.
A questo si aggiungono resistenza agli antibiotici e zoonosi: batteri più resistenti, combinati con temperature più alte e maggiore esposizione a patogeni provenienti da animali, rendono alcune infezioni alimentari più difficili da prevenire e curare (cfr Antonella Fioravanti, Viaggio nel mondo invisibile, Aboca 2025).
In sintesi, conclude la scienziata, “l’aumento delle intossicazioni alimentari è il risultato di una combinazione di fattori: migliori sistemi di sorveglianza, cambiamento climatico che favorisce i patogeni, gestione del cibo critica in tutte le fasi e stagioni, e dinamiche biologiche complesse legate a resistenza antibiotica e zoonosi. Per questo le agenzie sanitarie insistono su un approccio integrato: non basta produrre cibo sicuro, bisogna anche conservarlo e gestirlo correttamente”.
Il rispetto delle buone pratiche di igiene alimentare riduce notevolmente il rischio di infezioni. Tra queste: mantenere il frigorifero a una temperatura ≤ 5 °C; consumare gli alimenti, compresi i prodotti pronti al consumo, prima della data di scadenza; cuocere bene carne e pollame; lavarsi le mani e pulire coltelli e superfici dopo aver maneggiato alimenti crudi; separare gli alimenti cotti dai prodotti crudi; i gruppi più vulnerabili devono evitare alimenti ad alto rischio, come prodotti pronti al consumo, latte non pastorizzato o formaggi a pasta molle prodotti con tale latte.
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