Intervista a Giovinazzo: «La ‘ndrangheta in crisi di reclutamento sfrutta le vetrine social»
- Postato il 11 settembre 2026
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Intervista a Giovinazzo: «La ‘ndrangheta in crisi di reclutamento sfrutta le vetrine social»
Intervista al colonnello Giovinazzo, da Crotone capitale delle truffe e del reclutamento social dei clan al vertice regionale dei carabinieri
CROTONE – La ‘ndrangheta cambia abito e sbarca sui social network, trasformando il proselitismo in una strategia di marketing criminale per intercettare le nuove generazioni. La mutazione genetica e comunicativa delle cosche apre l’intervista al colonnello Raffaele Giovinazzo, nuovo Capo di Stato Maggiore della Legione Carabinieri Calabria dopo aver guidato per quattro anni il Comando provinciale di Crotone. Un colloquio a tutto campo che spazia dalla metamorfosi digitale dei clan, con Crotone eletta capitale delle truffe informatiche e del riciclaggio in criptovalute, alla profonda crisi di reclutamento che porta ad affidarsi alla vetrina dei social. Fino al cambio di passo impresso dalla magistratura e dall’Arma sul fronte della repressione e della trasparenza amministrativa.
Colonnello, come commenta il proselitismo social della ‘ndrangheta fotografato dall’inchiesta del Quotidiano?
«Oggi la ‘ndrangheta vive una crisi di reclutamento profonda. Se in passato l’affiliazione rappresentava l’unico ascensore sociale per famiglie numerose e indigenti, oggi, nell’era degli smartphone e dei social, trovare un quindicenne totalmente estraneo a questi strumenti è impossibile. La spettacolarizzazione social e l’ostentazione esplicita da parte di giovani affiliati e simpatizzanti non sono solo l’evoluzione del crimine, ma un evidente segno di debolezza. Fa molto più paura una realtà in cui il rispetto viene imposto in modo riservato. Il servizio pubblicato oggi (ieri per chi legge, ndr) dal Quotidiano del Sud sul proselitismo social coglie perfettamente questa ambivalenza».
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Molte indagini condotte dai carabinieri di Crotone nell’era Giovinazzo segnano un’evoluzione del fronte Cyber. Crotone sembra essere diventata una capitale digitale del crimine…
«Crotone si è confermata snodo critico e “capitale” delle truffe informatiche. Dalla metà degli anni Duemila a oggi si è assistito a un’evoluzione impressionante. Dalle semplici inserzioni per la vendita di trattori inesistenti si è passati a strutture complesse con siti adibiti al commercio di beni, certificazioni fasulle e pagamenti digitali. Il denaro viene reinvestito in criptovalute e occultato in Paesi privi di cooperazione di polizia giudiziaria, ciò che rallenta le indagini. Quando le cosche intuiscono l’esistenza di accertamenti, disperdono i patrimoni. L’apoteosi di questo fenomeno l’abbiamo visto con l’operazione Glicine. La traccia dei movimenti bancari sparisce e rende indispensabile il supporto di consulenti informatici specializzati per documentare il riciclaggio e stanare hacker al soldo dei clan».
Le inchieste degli ultimi anni documentano anche la geografia mafiosa del turismo e dell’imprenditoria collusa…
«La ‘ndrangheta ha esteso i propri interessi alla gestione di complessi turistici, favorendo l’acquisizione di immobili da parte di persone provenienti da fuori regione per garantire entrate e facciata pulita (servizi di guardiania, pulizia del verde). L’obiettivo è mantenere lo status quo e la non belligeranza nelle aree turistiche. Niente auto incendiate o danneggiamenti plateali per non allertare i riflettori. Il denaro accumulato viene ripulito attraverso la permeabilità di società e imprese acquisite solo per aggiudicarsi appalti o commesse, senza alcuna attenzione al know-how o alla sicurezza dei lavoratori, salvo poi dismettere le aziende nel giro di pochi anni. Emblematico il meccanismo collaudato dei prestanome, come l’indiano del boss Grande Aracri».
Il cambio di passo giudiziario ha coinciso anche con la ripresa dell’accesso antimafia nei Comuni…
«Il salto di qualità registrato negli ultimi anni porta l’impronta netta dell’era Gratteri, che prosegue col procuratore Curcio, e di una scuola di magistrati straordinari che hanno lavorato nel distretto giudiziario di Catanzaro (da Guarascio e Sirleo nel Crotonese, a Cubellotti e Valerio a Cosenza a Frustaci e Di Bernardo a Vibo). Le condanne definitive nate dalle inchieste della Dda rappresentano un’enormità rispetto al resto d’Italia.
Sul fronte della pubblica amministrazione, l’Arma continua a produrre input investigativi fondamentali che portano agli accessi e agli scioglimenti dei Comuni (come a Casabona, Melissa, Strongoli e Isola Capo Rizzuto). Nonostante una normativa che andrebbe aggiornata e resa più efficace, gli enti locali restano spesso il primo bersaglio delle cosche a causa del controllo di settori chiave come la depurazione e i rifiuti, complici spesso legami familiari dei funzionari con storici clan. Con il venir meno di vecchi presidi di legalità e controlli di legittimità, il mantenimento dell’alta vigilanza dello Stato resta l’unico argine imprescindibile».
Sempre più spesso gli imprenditori si rifiutano di piegare la testa e denunciano il racket. Il caso di Cutro e quello più recente nel Cirotano lo dimostrano, insieme a tanti altri episodi in Calabria. La tendenza è ancora minoritaria?
«La crescente centralità della cultura della denuncia rappresenta uno dei mutamenti più profondi registrati nel tessuto economico calabrese. Gli imprenditori, oggi messi di fronte all’aumento dei costi per la sicurezza, alla necessità di restare competitivi sul mercato e ai rischi drastici di esclusione dalle gare pubbliche europee e nazionali, non possono più permettersi di tollerare compromessi o cedere al ricatto mafioso. Scegliere la via della legalità non è più soltanto un atto etico, ma una condizione di sopravvivenza economica, sancita da quel cambio di passo culturale e investigativo che ha portato a condanne definitive imponenti e all’isolamento progressivo dei clan».
Il suo nuovo incarico la vedrà impegnata diversamente…
«Il passaggio dal Comando provinciale di Crotone al vertice dello Stato Maggiore della Legione Carabinieri Calabria segna una svolta netta nella quotidianità operativa dell’ufficiale. Un lavoro più “grigio”, meno esposto sulla prima linea territoriale ma nevralgico per l’intera organizzazione regionale. Dallo Stato Maggiore dipendono infatti tutti gli uffici logistici, la disciplina, l’addestramento del personale e il coordinamento strategico di tutti i Comandi provinciali calabresi, dovendo gestire flussi di rinforzi, supporto operativo e pianificazione. Una cabina di regia complessa che estende lo sguardo sull’intero scacchiere regionale. Farò tesoro della vicinanza con la gente, con i giovani, con le categorie produttive, col radicamento sul territorio costruiti negli anni precedenti».
Il Quotidiano del Sud.
Intervista a Giovinazzo: «La ‘ndrangheta in crisi di reclutamento sfrutta le vetrine social»