Inchiesta White Collar a Cotronei, «tentata estorsione contrattuale e non mafiosa»

  • Postato il 11 febbraio 2026
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Inchiesta White Collar a Cotronei, «tentata estorsione contrattuale e non mafiosa»

I motivi della sentenza White Collar, il medico di Cotronei si rivolse al figlio del boss per una tentata estorsione ma non si può procedere


COTRONEI – Fu un tentativo di estorsione contrattuale, ma non si può più procedere per assenza di querela. Non fu un’estorsione mafiosa, come voleva l’accusa. Questo il responso del Tribunale penale di Crotone, che ha depositato le motivazioni della sentenza con cui fu condannato, a un anno e mezzo di reclusione, il medico Robert Oliveti, 69enne direttore sanitario di una rsa per disabili a Cotronei. Il pm Antimafia Pasquale Mandolfino per lui aveva chiesto 9 anni. Il processo è quello scaturito dall’inchiesta che nel marzo 2023 portò all’operazione “White Collar”. Marianna Poerio (51), di moglie di Oliveti, e Pietro Curcio (42), furono condannati rispettivamente a 4 anni e 9 anni e 4 mesi. Sette anni furono inflitti a Younes El Kharchi (41), originario del Marocco. A 4 anni e 5 mesi ammonta la condanna per Salvatore Rachieli (68).

IL FIGLIO DEL BOSS

Nel troncone processuale svoltosi col rito abbreviato, la Corte d’Appello di Catanzaro ha confermato la condanna a 12 anni inflitta a Nicola Comberiati, figlio di Vincenzo, il boss di Petilia Policastro, per associazione mafiosa, tentata estorsione e usura.  Secondo la ricostruzione della Dda di Catanzaro, confermata anche in Appello, a lui si sarebbe rivolto, per risolvere i dissidi con la sorella Marcell, l’imprenditore Oliveti, direttore sanitario della clinica della quale lo stesso Comberiati era dipendente. L’obiettivo era la gestione esclusiva della struttura residenziale “Santino Covelli”.

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La presunta (ora più che mai) estorsione mafiosa era al centro dell’inchiesta condotta dai carabinieri della Compagnia di Petilia Policastro che portò a sei arresti. I giudici del Tribunale di Crotone hanno, però, escluso l’aggravante mafiosa e hanno derubricato il reato di estorsione in tentata estorsione. Nel caso di Oliveti, la pena è molto più lieve rispetto alle richieste anche perché per lui il Tribunale ha stabilito di non doversi procedere in ordine alla tentata estorsione per mancanza di querela.

IL PROCESSO

Fratello e sorella erano soci dell’impresa “Centri Assistenziali Mons. Oliveti s.r.l.”, esercente a Cotronei l’attività di gestione delle strutture residenziali per disabili “Carusa”, “Spirito Santo” e “Santino Covelli”. Oliveti quale mandante, la moglie quale concorrente morale e Comberiati quale esecutore materiale, secondo l’accusa, avrebbero concorso nell’incendio dell’auto Fiat “600” di un’educatrice, stretta collaboratrice di Marcell Oliveti, per costringere quest’ultima a cedere a pretese divisorie e spogliarla delle proprie spettanze. Il medico alla fine è stato condannato soltanto per l’incendio, l’episodio che fece scattare l’inchiesta. Un episodio, sempre per i giudici, non maturato in un contesto mafioso.

IL FIAMMIFERO

Eppure la conversazione intercettata durante la quale Oliveti parlava con la moglie sembrava una sorta di confessione, dal punto di vista degli inquirenti. «Quanto ci ho messo a fare accendere un fiammifero? Ventiquattr’ore ci ho messo. E mo’ gli faccio un culo con Nicola che devono ballare a cartella verde». Il riferimento è a Nicola Comberiati, figlio del boss Vincenzo, vertice indiscusso della cosca dominante nel Petilino. I giudici rilevano il «nesso funzionale e teleologico tra l’atto e il cedimento della persona offesa alle proprie pretese». I coniugi Oliveti-Poerio, infatti, «rivendicano espressamente l’atto incendiario», facendo riferimento ad una situazione societaria che a loro avviso li vedeva penalizzati. Pertanto «ambivano all’autonomia gestionale (quantomeno del ramo d’azienda preteso)».

AGGRAVANTE MAFIOSA

Perché è caduta l’aggravante mafiosa, nonostante nel tentativo di imposizione negoziale il presunto mandante dell’incendio si sia avvalso quale esecutore materiale del figlio di un boss conclamato? Per la «mancata percezione, da parte della vittima, al momento del fatto, del coinvolgimento di Comberiati quale esecutore materiale».  Gli imputati erano difesi dagli avvocati Renzo Cavarretta, Vincenzo Cicino, Vincenzo Galeota, Tiziano Saporito, Gregorio Viscomi. La parte civile Marcell Oliveti era rappresentate dall’avvocato Francesco Verri. Si prospettano ricorsi in appello della Dda di Catanzaro e della parte civile.

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