Ilva, il tour autopromozionale di Flacks in Italia per inseguire l’acquisto. Tra numeri e idee a caso
- Postato il 22 aprile 2026
- Economia
- Di Il Fatto Quotidiano
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Un’intervista al Four Season di Milano, un’altra negli studi di Sky Tg24, quindi un salto a Roma e poi a Taranto. Michael Flacks è tornato in prima linea. Vuole l’Ilva, dice. E ricorda che in teoria avrebbe in piedi un negoziato in esclusiva con Acciaierie d’Italia, vistato dal ministro Adolfo Urso, mentre il concorrente Jindal Steel è alle prese con qualche dubbio, legato principalmente alla situazione in Iran e alla chiusura dello Stretto di Hormuz, senza dimenticare che la crisi in Medio Oriente avrebbe un impatto anche sulla volontà degli indiani di produrre in Oman una parte del preridotto, necessario per alimentare i forni elettrici, strumento chiave per ambientalizzare il siderurgico di Taranto.
Quindi rieccolo, l’uomo inglese con uffici nella Trump Tower che ambisce ad acquistare l’acciaieria attraverso il family office Flacks Group. Un tempo non molto lontano concedeva interviste a tutti, concordate direttamente rispondendo a una semplice mail. Oggi, invece, sembra aver deciso di tornare in pubblico selezionando gli interlocutori, mirando bene il target. Ha esordito con un colloquio concesso a Milano Finanza. Location: il Four Season di Milano. Poche ore dopo, si è accomodato negli uffici di Sky Tg24. Nei prossimi giorni, racconta, sarà a Roma e poi a Taranto, dove – è bene ricordarlo – aveva detto che sarebbe stato accolto come i Beatles.
Il problema è sempre il solito: chi è davvero Michael Flacks, finanziere senza esperienze in campo siderurgico? E ha la possibilità, come sostiene, di condurre l’Ilva fuori dalle secche di una crisi che dura da 14 anni? Ancora: perché torna alla ribalta proprio ora? Solo alcune settimane fa, erano stati gli stessi commissari di Acciaierie d’Italia ad avanzare dubbi sulla sua consistenza finanziaria. A inizio marzo, durante una riunione con i sindacati, avevano parlato di “punti in sospeso”, piano industriale “non ancora soddisfacente” e avevano sottolineato la necessità di “chiarimenti sulle fonti finanziarie”. Oltre a reiterare la richiesta di accordi vincolanti con partner industriali.
Ora lui ribadisce di avere contatti con Marcegaglia, Danieli e Metinvest. Accusa Jindal di voler tagliare posti di lavoro e garantisce, invece, che con lui saranno “fino a 10mila”. Negli scorsi mesi, in altre interviste, aveva parlato di 8.500. Poi le cifre erano lievitate, arrivando a 9-10mila. Tradotto: zero esuberi. Peccato che su un punto concordino finanche i sindacati: con 6 milioni di tonnellate di acciaio prodotte attraverso i forni elettrici servono 5-6mila dipendenti al massimo. Ha anche annunciato di avere intenzione di investire in altri settori in Italia, dove spesso viene in vacanza. Nulla di comparabile con l’Ilva, comunque: a Sky Tg24 ha buttato lì l’idea di un hotel.
Quando parla tutto diventa facile, “easy”, come ripete spesso. Non lo spaventano anche le inchieste della magistratura e le questioni ambientali: “Lo scudo penale non mi interessa e non siamo preoccupati dalle bonifiche”. Ma poi, al dunque, quando l’argomento si fa caldo – cioè quando si tratta di soldi – ecco che i conti non tornano. “Al momento nessuno investirebbe un dollaro in Ilva, è stato ucciso il business. È sul letto di morte. Due cose possono accadere: o la salvo io o continuerà a rubare al governo 100 milioni al mese”, ha attaccato durante l’approfondimento economico di Sky. Un tempo diceva di non avere bisogno di soci (“Solo io, al 100%”) e ora invece il quadro è cambiato. Sempre a Sky ha parlato della necessità di un un prestito ponte dal governo di “500 milioni di euro per avviare il business” e ha garantito che lo restituirà perché “non voglio nessuna beneficienza”. È pronto a investire: “Cento milioni, ducento milioni”. Ma solo se avrà accanto le banche.
Insomma, bene che andrà, sul piatto ci sono 700 milioni, compreso il contributo statale. Allo stato attuale, viste le perdite mensili, bastano per tenere in vita l’Ilva una manciata di mesi. Ma intanto Flacks parla spesso e molto. Non con Il Fatto Quotidiano, però. Contattato nelle scorse settimane, il finanziere aveva gentilmente girato la richiesta all’uomo che sembra ne curi le public relations in Italia, Ricardo Monaco. Da quel momento, le comunicazioni si sono interrotte, nonostante un sollecito. Restano quindi inevasi alcuni interrogativi, relativi anche alle figure del suo family office: come Cesare Sassi, una vecchia conoscenza del centrodestra italiano che da anni fa affari a Miami e segnalato sul sito di Flacks Group come suo Senior Advisor Government Affairs. Ma soprattutto restano un grande rebus le cifre sempre ballerine del suo piano per l’Ilva, dal quale potrebbero dipendere le vite di circa 9mila dipendenti, delle loro famiglie e le sorti delle filiere che dall’acciaio. Domande easy, garantito.
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