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Il vestito di Pantani sulle spalle di Pogacar: il record dell’Alpe d’Huez è un altro cortocircuito

  • Postato il 25 luglio 2026
  • Di Virgilio.it
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Il vestito di Pantani sulle spalle di Pogacar: il record dell’Alpe d’Huez è un altro cortocircuito

Quando Tadej Pogacar ha allargato le braccia sul traguardo dell’Alpe d’Huez, con lo sguardo di chi per un attimo sembra chiedersi cosa avesse appena combinato, il mio primo pensiero è andato a Kuss e Carapaz che si dannavano l’anima per prendersi il secondo posto. Sapevano già che sarebbe finita così. Come si fa a non voler bene ai ciclisti? Poi ho subito pensato a Marco Pantani. Chissà se Pantani avrebbe sorriso vedendo correre Pogacar.

Pogacar batte il record di Pantani sull’Alpe d’Huez

È impossibile non tifare per Pogacar. È grafene con un’anima. Forse qualcuno fatica ancora. Qualche collega, comprensibile. È il destino dei dominatori: quando vinci troppo, anche una parte del pubblico inizia a cercare una crepa. Ma basta osservare il modo in cui corre per capire perché tanti, perfino in Francia, hanno finito per arrendersi a Pogacar. Da ieri Pantani ha perso un record.

Tadej Pogacar ha scalato trentuno anni di storia del ciclismo in 35’27’’. Eppure L’Alpe d’Huez è rimasta la rappresentazione tridimensionale dell’identità di Marco Pantani: il tempo del Pirata resisteva da più di una generazione. In un’epoca in cui molti corridori limitavano i rischi, Pantani è stato il ciclista che ha scelto la strada più difficile. Era un uomo leggero, quasi fuori scala, ma capace di imporre una forza enorme ai pedali.

Nel 1995 era un altro ciclismo. Non c’erano ancora i dati continui, i modelli di potenza, la precisione scientifica. L’Alpe d’Huez di Pantani è sopravvissuta ai grandi scalatori, ai dominatori, all’evoluzione stessa di questo sport meraviglioso.

Pogacar ha battuto Pantani: è tra gli atleti più forti dei nostri tempi. Ma neanche Pogi ha cancellato l’ologramma di Pantani dall’Alpe d’Huez.

L’Alpe d’Huez ha un nuovo padrone dopo trentuno anni

Quanto vale il 35’27” di Pogacar rispetto al tempo di Pantani?

Il crono a volte inganna: vive di memoria ma non conosce il tempo. Misura i secondi ma ignora il viaggio. Alcune imprese sono più grandi del frammento che le rappresenta: dentro un istante riescono a contenere un’epoca.

Tra la salita di Pantani e quella di Pogacar ci sono trentuno anni di evoluzione. Sono cambiate le biciclette, più leggere, rigide ed efficienti. Sono cambiati pneumatici, ruote e trasmissioni. È cambiato il modo di nutrire un corridore: negli anni Novanta si saliva spesso con quaranta o sessanta grammi di carboidrati all’ora, oggi si supera con naturalezza quota cento. È cambiato il modo in cui il corpo del corridore viene conosciuto, misurato e costruito.

Ai tempi di Pantani l’allenamento era profondamente legato alla sensibilità del corridore. Si lavorava molto sul volume, sulle lunghe uscite, sulle salite ripetute e sulla capacità di ascoltare il proprio corpo. La frequenza cardiaca era lo strumento principale per leggere lo sforzo, il resto lo facevano esperienza e intuizione.

Oggi il ciclismo è diventato una scienza. I watt sono misura della prestazione, gli allenamenti vengono costruiti su zone precise di intensità; si analizzano ossigenazione, soglia, recupero e carichi di lavoro.

Pantani costruiva la condizione attraverso chilometri, fatica e sensazioni; un corridore come Pogacar arriva al suo limite attraverso una preparazione analitica, personalizzata e ha strumenti che gli permettono di misurarlo e gestirlo.

Settantatré secondi più veloce del Pirata

Un minuto e tredici: tra Pogacar e Pantani il gap è di settantatré secondi. La tecnologia e la scienza spiegano una parte del divario: non tutto, certamente. Attribuire il record di Pogacar soltanto all’evoluzione del ciclismo sarebbe un modo nostalgico di preservare ciò che Pantani continua a rappresentare ma non renderebbe giustizia a un’impresa.

Perché la tecnologia non ha sostituito il talento.

Ha cambiato gli strumenti con cui il talento può esprimersi. Abbassare di oltre il tre per cento una prestazione che sembrava già al limite significa essere davanti a un campione che ha saputo portare il progresso oltre il suo stesso limite.

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Quando il gruppo della maglia gialla ha imboccato l’Alpe d’Huez, Pogacar aveva più di tre minuti da recuperare sui fuggitivi. Davanti c’erano i migliori scalatori. Avrebbe potuto lasciargli la corsa, gestire la classifica.

Invece ha attaccato quasi subito. E la salita è diventata un inseguimento. Il distacco: tre minuti, due e mezzo, meno di due, poco più di uno, quaranta secondi, dodici. Ha lasciato quasi tutti dietro. Poi anche Kuss. Infine Carapaz. È un pezzo di storia del ciclismo.

Pogacar è un cortocircuito del ciclismo contemporaneo

Sui ventuno tornanti più simbolici, Pogacar ha migliorato il personale del 2022 di tre minuti e quarantuno secondi. I dati confermano una performance fuori scala, con una potenza espressa vicina ai sette watt per chilo e una VAM intorno ai 1.800 metri di dislivello all’ora: sono i ritmi di una scalata eccezionale. Poco più di undici chilometri per annullare un distacco di oltre tre minuti dai fuggitivi. Sono i numeri che incrociano la passione. È fisiologia e carattere.

Sì, è facile. Pantani avrebbe sorriso vedendolo correre perché Pogacar è un cortocircuito del ciclismo contemporaneo. È un cuore che continua a battere in un ingranaggio di algoritmi e una corazza di cemento armato. È il talento istintivo che non si è fatto addomesticare dalla precisione. È la fantasia che ha imparato a convivere con i numeri. È il ciclismo antico che cambia forma ma non scompare. È Tadej Pogacar che in cima all’Alpe d’Huez ha trovato l’eco di una leggenda.

Autore
Virgilio.it

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