“Il successo non cambia quella sensazione di inadeguatezza. La morte? Ineluttabile, vorrei avere il tempo di salutare”: Max Pezzali si racconta
- Postato il 7 giugno 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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“Il successo, anche mostruoso, non potrà mai cambiare quella sensazione di inadeguatezza“: parole importanti, quelle che Max Pezzali dice al Corriere della Sera. In un’epoca dove conta essere al massimo a qualsiasi costo, il cantautore prosegue: “Da ragazzino ero il classico nerd: occhiali da miope tipo fondi di bottiglia, in disparte alle feste, incapace di stabilire contatti. Ero appassionato di modellismo militare, studiavo i colori esatti delle livree… cose che non piacciono alle coetanee e alle persone di successo della tua classe. Questo mi ha dato la possibilità di capire gli altri inadeguati”. E si definisce “sfigatello“.
Nella lunga chiacchierata si vede una sincerità che è merce rara nei cantautori d’oggi: “(…) il patrimonio genetico da inadeguato l’ho portato sempre con me. E nel mio lavoro non aiuta. In quei dieci minuti che vanno dal momento in cui hai la consapevolezza che dovrai salire sul palco a quando ci salirai fisicamente mi passa per la testa di tutto: critico le mie scelte, scatta la sindrome dell’impostore… Come quando trovi un posto di blocco e ti consegni alla polizia anche se non hai fatto nulla e loro ti dicono ‘vada vada’”.
Dalla consapevolezza di essere l’artista che quest’anno vende più biglietti, ai ricordi di prime volte (“Avevo 17 anni. Con Luciana, che fu la mia fidanzatina per un po’ di tempo”), e gli aneddoti su canzoni cult come “Sei un mito“: “È la storia di un amore che sembrava impossibile. Estate 1992, l’anno del successo di Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Io e Mauro Repetto facevamo avanti e indietro tra Riccione — per le feste di Radio Deejay — e Pavia, vuota e deserta. Una sera si creò il clima da isola deserta: lei, il mito…”. Chi è il mito? Il nome Pezzali non lo dice ma racconta: “È andata bene; ma dal giorno dopo non si è più fatta sentire”.
I ricordi, quelli di ragazzo e la vita di oggi, con il figlio adolescente che si chiama Hilo “come una città delle Hawaii che prende il nome da un esploratore polinesiano”, per arrivare alla politica con Meloni che, secondo Pezzali, “ha delle doti e, in un tempo molto difficile e delirante come questo, sia riuscita a barcamenarsi come immagine internazionale” ma anche Schlein “conosciuta a un concerto e l’ho trovata molto simpatica. Mi sembra una che conosce il tempo in cui viviamo”, e Vannacci che “parla di cose obsolete. Ho imparato grazie a mio figlio a vedere gli avvenimenti lungo la timeline: sulla linea del tempo Cleopatra è più vicina all’iPhone che alle piramidi. Quando sono nato io nessuno era così ossessionato da quello che accadeva 80 anni prima, a fine Ottocento, quanto Vannacci invece mi sembra avvitato sul 1945“.
L’intervista è lunga, densa, e c’è spazio anche per il Festival: “Chi fa questo lavoro ha delle superstizioni e la mia è un po’ quella della maledizione di Sanremo. Con gli 883 ci andammo nel 1995 con ‘Senza averti qui‘ e come autori di ‘Finalmente tu‘ di Fiorello. Avevamo lo stesso team e il fatto che Fiore fosse favorito ma non avesse vinto, il suo fidanzamento con una delle presentatrici e altro ci avevano messo addosso così tanta pressione che sono tornato con herpes, sfoghi cutanei e 40 di febbre”.
E il rapporto con Dio? “Credo in qualcosa tipo lo spirito della natura, una spiritualità in linea con la necessità che abbiamo un po’ tutti, ma non ho bisogno di trasformarla in un’immagine, in un’effigie”. La morte, dice Pezzali, “è ineluttabile. Mio padre dice che vorrebbe addormentarsi e non svegliarsi più per paura della sofferenza. Io invece vorrei avere il tempo di salutare tutti quelli a cui voglio bene”.
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