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La prima cosa che colpisce di Alter-Ego, il robot umanoide che da qualche settimana lavora nei reparti dell'IRCCS Maugeri di Milano, sono le mani. Alto circa 1 metro e 20 centimetri, si muove su due ruote e afferra oggetti, apre maniglie, passa una bottiglia. A renderlo diverso dai robot industriali che siamo abituati a immaginare è proprio quella capacità manuale: le braccia sono fatte di moduli a rigidità variabile che funzionano come muscoli artificiali, le mani SoftHand stringono senza far male.
«Le caratteristiche che lo rendono adatto a questo tipo di applicazione sono la sua intrinseca morbidezza, la sofficità con cui può interagire con le persone», spiega Antonio Bicchi, professore di robotica all'Università di Pisa e ricercatore dell'Istituto Italiano di Tecnologia, dove il robot è stato sviluppato. «Lo rendono sicuro e anche piacevole al contatto. Tutte queste caratteristiche fanno in modo che l'interazione con i pazienti, con i giovani e anche con il personale sanitario sia più naturale e accettata meglio».
È il principio della soft robotics, la robotica soffice: invece di costruire macchine rigide e potenti, si progettano robot che possono toccare un corpo fragile senza rischi. Una scelta che qui non è un dettaglio tecnico, perché Alter-Ego entra in contatto con malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica, la SLA, una patologia neurodegenerativa che toglie progressivamente il controllo dei muscoli.
Avatar del medico. La sperimentazione, parte del progetto Fit4MedRob finanziato dal Piano complementare al PNRR, prevede due modalità di lavoro. Nella prima, la telepresenza, il robot diventa l'avatar di un clinico: il medico indossa un visore e impugna un joystick, vede attraverso gli occhi-telecamera di Alter-Ego, ne usa le mani e la voce. Può così fare una visita di controllo a distanza, una cosa preziosa nella fase più difficile, quando il paziente è tornato a casa e portare il personale sanitario sul posto diventa complicato.
Nella seconda modalità, semi-autonoma o autonoma, il robot svolge da solo i compiti ripetitivi: accoglie e orienta i pazienti, comunica informazioni di base, somministra semplici scale di valutazione come quella del dolore, accompagna le persone nelle attività della giornata. L'idea non è sostituire chi cura, ma togliergli di mezzo le mansioni meccaniche. «Alleggerisce il carico di lavoro degli operatori sanitari, permettendo loro di dedicare più tempo alle attività che richiedono competenze cliniche e relazionali», osserva Manuel Catalano, responsabile dell'unità NuBots dell'IIT. Quelle, cioè, che un robot non potrà mai replicare.. Un robot costruito con i pazienti. La particolarità del progetto, però, non è solo tecnologica. Prima ancora di mandare il robot in corsia, i ricercatori hanno coinvolto medici, fisioterapisti, infermieri, psicologi, pazienti e familiari in focus group e osservazioni sul campo, per capire quali compiti fossero davvero utili e quali no. Sono emerse sei aree di impiego, dalla teleassistenza al monitoraggio, dalla consegna di oggetti al supporto alla riabilitazione. «I focus group con tutti gli utilizzatori finali hanno permesso di individuare i compiti ritenuti davvero utili dal personale e dai pazienti», sottolinea Catalano.
C'è poi una prospettiva che ribalta tutto. Oggi Alter-Ego è il corpo a distanza del medico, ma domani potrebbe diventare quello del paziente. «Sono in fase di sviluppo soluzioni che permetteranno ai pazienti di controllare direttamente il robot attraverso i loro movimenti residui», anticipa Bicchi. In altre parole, una persona che ha perso gran parte del controllo muscolare potrebbe comandare l'umanoide con i pochi gesti che le restano, e tornare ad agire nello spazio.
È qui che il robot smette di essere una macchina e diventa qualcosa di più intimo. «Potrebbe diventare parte di loro come una grande protesi del loro corpo e farli agire nell'ambiente che gli sta intorno», racconta Bicchi. «O in alcuni casi anche aiutarli psicologicamente a superare quegli ostacoli, quelle limitazioni che il loro corpo potrebbe avere». Non più un assistente esterno, ma un'estensione del sé.
Per ora siamo a una sperimentazione pilota, un primo passo. Ma l'obiettivo dichiarato è costruire un modello replicabile, capace di portare la robotica avanzata dentro gli ospedali senza che resti confinata nei laboratori. La distanza tra ricerca e corsia, per una volta, sembra accorciarsi..
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