Il relativismo come malattia della modernità? Siamo esseri mortali ma il dubbio ci lacera
- Postato il 4 aprile 2026
- Antropologia Filosofica
- Di Paese Italia Press
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Pierfranco Bruni
Siamo intrisi di dubbi. Il dubbio, però, è l’altro cielo del relativismo. Purtuttavia, il relativo è la faccia centrale della modernità. Mi confronto con il tempo che vivo ma sono distante. Non può esserci relatività di fronte al tempo che uccide la vita. Dunque il tempo non è relativo. Se il tempo non è tale, tutto il resto non assume il carattere del passeggero. Il tempo che passa e lacera resta in rovina intorno a me e dentro di me.
Kierkegaard è stato uno dei più acuti critici del relativismo: la tendenza a ridurre la verità a una questione di opinione personale o di contesto culturale.
Nella ricerca di fede non può esserci relativismo. Per Kierkegaard il relativismo rappresenta una malattia dell’epoca, una forma di nichilismo che mina le fondamenta della morale e della fede. Il relativismo è una conseguenza della filosofia hegeliana, che ha ridotto la verità a un processo dialettico di sviluppo storico.
Per Kierkegaard, tale visione della verità, intesa come processo storico, porta a una forma di relativismo in cui ogni verità è relativa al contesto storico e culturale in cui si trova.
Infatti scrive: “Il relativismo è la malattia dell’epoca, la malattia che consiste nel non poter più distinguere tra il vero e il falso, tra il bene e il male”. Un concetto che riassume la sua critica al relativismo come forma di nichilismo che mina le fondamenta della morale e della fede. La verità è qualcosa che si trova all’interno dell’individuo, mai all’esterno.
Kierkegaard: “La verità è la soggettività”. O meglio: “… la verità è l’individuo”. Ha sostenuto che il relativismo è anche una conseguenza della tendenza della massa a ridurre l’individuo a un semplice numero, a un elemento anonimo della società. La massa è incapace di pensare criticamente e di prendere decisioni autonome; quindi si lascia guidare dalle opinioni della maggioranza.
Così Kierkegaard: “La massa è la menzogna, la massa è la negazione…”.
La fede non è una forma di irrazionalismo, bensì una forma di ragione che si apre alla trascendenza. Kierkegaard: “La fede è la passione per l’assoluto, la fede è la certezza dell’incertezza”.
Kierkegaard è il tremore che diventa agonia e destino. È comunque un pensatore che ha cercato di superare le limitazioni della filosofia tradizionale e di trovare un senso alla vita. Kierkegaard è entrato nel mio lavoro su Kafka, nel quale tra il reale e l’assurdo prevale il mistero: un punto di riferimento importante, simbolo della condizione umana e della ricerca della verità che si incontra con il paradosso.
In questa scacchiera entrano alcuni tasselli nevralgici, come la figura di Socrate e, in misura diversa, la presenza di Cristo: punti fondamentali nella sua opera, pilastri su cui costruire non solo una visione filosofica ma anche esistenziale.
Socrate, il maestro dell’ironia, con il suo metodo maieutico ha saputo scavare nelle profondità dell’anima umana, mettendo in luce le contraddizioni e le incertezze dell’esistenza. Kierkegaard ha trovato in Socrate un precursore, un’anima gemella che ha compreso l’importanza della soggettività e della ricerca individuale della verità.
Cristo, invece, rappresenta per Kierkegaard l’incarnazione della verità stessa: il Verbo che si fa carne e si offre all’uomo come via di salvezza. La figura di Cristo è centrale.
Come si intrecciano questi due riferimenti nell’opera di Kierkegaard? Come si conciliano la ricerca socratica della verità e la rivelazione cristiana?
Kierkegaard parte dalla constatazione che la filosofia moderna, da Descartes in poi, ha cercato di costruire sistemi onnicomprensivi, tentando di racchiudere la realtà in un quadro razionale e coerente. Ma questo approccio, secondo Kierkegaard, è destinato a fallire, poiché la verità è qualcosa di più profondo e personale. Proprio in virtù di ciò, Socrate e Cristo diventano i due poli di una dialettica esistenziale che vede l’uomo oscillare tra la ricerca della verità e la ricezione della Rivelazione.
Socrate rappresenta la ragione umana, che cerca di comprendere il mondo e se stessa. Cristo rappresenta la fede, che accetta la verità rivelata e si abbandona alla Grazia. Esistenza e verità sono i due estremi e le due voci che toccano la sfera terrena e quella divina.
La verità resta una ricerca ma anche un rischio. Tre elementi si intrecciano in tale contesto: la verità, la certezza e il dubbio. Kierkegaard non si pone soltanto domande di senso, ma cerca il senso delle domande. Porsi davanti alla vita o porsi davanti al divino: qui è l’intreccio che diventa una vera dinamica dell’uomo-essere.
Nell’uomo-essere c’è l’angoscia della finitezza. In ognuno di noi c’è la morte vivente. Dobbiamo prendere atto di ciò. La morte non appartiene soltanto a chi ci sta accanto. Quando capiremo che è dentro di noi, non potremo fare a meno del finito. Non finisce il tempo: finisce soltanto il nostro tempo. Non usciremo mai da questa ferita.
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Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura:
Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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