Il regime del terrore, così la cricca dei crotonesi dominava il carcere di Catanzaro
- Postato il 26 giugno 2026
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Il Quotidiano del Sud
Il regime del terrore, così la cricca dei crotonesi dominava il carcere di Catanzaro
Le indagini sul delitto del detenuto cirotano svelano una serie di pestaggi nel carcere di Catanzaro, clima di terrore imposto dai crotonesi
CATANZARO – Non una rissa isolata nata per futili motivi all’interno di una cella, ma la punta dell’iceberg di un vero e proprio regime del terrore. Le indagini sull’omicidio di Antonio Pugliese, il detenuto cirotano brutalmente ucciso il 7 luglio 2024 all’interno della cella numero 219 del carcere “Ugo Caridi” di Catanzaro, scoperchiano una realtà di sistematica sopraffazione tra le mura del reparto di reclusione ordinaria. Gli atti dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dalla gip Teresa Lidia Gennaro delineano un contesto in cui il 43enne Cataldo De Luca di Cirò Marina, ritenuto l’autore materiale del pestaggio mortale, e la cricca di crotonesi coindagati imponevano una «sostanziale egemonia» all’interno della sezione detentiva.
Codice del silenzio
La violenza, secondo quanto ricostruito dagli investigatori della Squadra Mobile di Catanzaro coordinati dalla sostituta procuratrice Sarah Cacciaguerra, non rappresentava un’eccezione, bensì lo «strumento ordinario di gestione dei rapporti interni». Chi parlava, chi provava a denunciare o semplicemente chi non si adeguava alle regole non scritte della cricca veniva punito duramente. E subito dopo il pestaggio, scattava la «prassi omertosa». Un codice del silenzio talmente radicato da spingere le stesse vittime a coprire i propri aguzzini davanti agli agenti della polizia penitenziaria, pur di salvare la pelle.
La spedizione punitiva nella cella 221
Il meccanismo per nascondere i pestaggi e blindare l’impunità del gruppo era collaudato ed è emerso in tutta la sua evidenza nel corso delle indagini tecniche successive. Lo stesso Pugliese, prima di spirare a causa della dissezione dell’aorta addominale provocata dai violentissimi colpi ricevuti all’addome, era riuscito solo a sussurrare all’agente accorso: «Appuntà, sono caduto». Una bugia fotocopia, dettata dal terrore di ritorsioni ancora peggiori, che si è ripetuta quasi identica meno di due mesi dopo.
Clima di ritorsioni
Le intercettazioni ambientali hanno infatti documentato un’altra violentissima aggressione avvenuta il 4 settembre 2024 all’interno della cella numero 221. La vittima, in questo caso, è Francesco Molinaro, il quarantaquattrenne lametino che nell’inchiesta sull’omicidio Pugliese figura tra gli indagati per aver socchiuso la porta blindata della cella per ridurre l’angolo visivo del corridoio. Intorno alle 18 di quel giorno, durante le ore di socialità pomeridiana, sorge un violento diverbio tra De Luca e Molinaro. Il motivo? Molinaro aveva manifestato l’intenzione di riferire un precedente episodio che aveva coinvolto il bulgaro Dimitar Dimitrov Todorov, accaduto nella lavanderia del carcere.
La messinscena della caduta nella doccia
De Luca non gli permette nemmeno di esporre i fatti: lo interrompe bruscamente con insulti e minacce di morte, preannunciandogli una imminente aggressione fisica. Intorno alle 20, terminata la socialità, dalle minacce si passa ai fatti. De Luca, spalleggiato attivamente dallo stesso Todorov, colpisce ripetutamente Molinaro con pugni, schiaffi e oggetti contundenti, identificati dagli investigatori in bastoni e arredi della cella. Un pestaggio feroce e prolungato, alternato a brevi pause durante le quali la vittima urla disperata dicendo di essere in pericolo di vita. Eppure, quando la polizia penitenziaria interviene intorno alle 20:49, Molinaro si allinea istantaneamente alla prassi omertosa e dichiara il falso, dicendo di essere scivolato e caduto in doccia. A smentirlo saranno i reperti imbrattati di sangue, le microspie e le dichiarazioni di altri due detenuti stranieri che confermeranno il quadro di totale sopraffazione.
Violenze al campo di calcio
I confini dell’intimidazione del gruppo andavano ben oltre il perimetro delle celle, estendendosi a ogni spazio comune dell’istituto penitenziario. Il 23 ottobre 2024, le cimici registrano un ulteriore episodio di violenza consumatosi presso il campo da calcio del carcere. A seguito di un banale contrasto di gioco, De Luca colpisce un detenuto straniero con uno schiaffo. Immediatamente dopo, l’uomo viene sopraffatto e preso a calci e pugni mentre si trova a terra inerme da un gruppo di detenuti composto da tra cui Malena e Todorov.
La prassi dell’omertà
In quel frangente interviene un operatore di polizia penitenziaria per tentare di sedare il linciaggio, ma viene a sua volta aggredito e colpito. Nelle conversazioni captate dagli inquirenti, gli stessi indagati definiscono l’azione talmente violenta «da poter condurre alla morte della vittima», mostrando una totale indifferenza verso le divise e la propensione a reiterare le condotte violente. Anche in questo caso, la vittima mantiene l’omertà. Pur presentandosi dolorante davanti agli operanti, evita di fare i nomi dei responsabili e si limita a invitarli a visionare le registrazioni video.
Urla nella lavanderia
Un clima analogo a quello registrato il 15 settembre 2024 nella lavanderia del secondo piano, dove le urla dei detenuti spingono gli agenti a intervenire. All’interno viene trovato un detenuto, vittima di una pesante condotta intimidatoria da parte di un folto gruppo che comprende Malena, De Luca e Todorov. Iuliano non riferisce nulla nell’immediatezza, ma è talmente terrorizzato e in stato di agitazione da supplicare l’immediato trasferimento in un altro reparto (richiesta poi accolta con lo spostamento al primo piano). Sentito a sommarie informazioni, resterà reticente, lasciando intendere che una denuncia avrebbe compromesso la sua incolumità.
Il piano per coprire l’agonia di Pugliese
È in questo clima di ritorsioni che si consuma il delitto di Antonio Pugliese. Le pagine dell’ordinanza della gip Gennaro ricostruiscono in modo analitico e drammatico i momenti successivi al pestaggio nella cella 219, mettendo in luce un cinico e deliberato piano di depistaggio orchestrato dai compagni di cella della vittima per eludere le indagini e proteggere la propria posizione.
Una volta consumata la feroce aggressione da parte di De Luca – che ha continuato a colpire Pugliese persino dopo averlo trascinato all’interno del bagno – i detenuti presenti nella cella scelgono consapevolmente la linea del silenzio e della menzogna, secondo la ricostruzione accusatoria. Quando l’assistente della polizia penitenziaria si presenta alla porta della cella notando che qualcosa non va, gli indagati non solo omettono di segnalare la gravità della situazione o di richiedere l’intervento urgente dei medici, ma mettono in atto una precisa e orchestrata attività di disinformazione.
Cinico depistaggio
Secondo i verbali di interrogatorio di Gianluca La Forgia, fu Vincenzo Malena (l’ex body builder condannato per un omicidio compiuto nel 2018) a prendere la parola per rassicurare falsamente l’agente. Malena comunica all’assistente che Pugliese «aveva bevuto» e che «presto si sarebbe ripreso». Per rendere la messinscena ancora più credibile e allontanare i sospetti, Malena aggiunge persino che si sarebbe occupato lui stesso di assistere il compagno di cella qualora avesse vomitato. Parallelamente, lo stesso De Luca si limita a riferire all’agente che Pugliese semplicemente «non stava bene» e si trovava in bagno, prospettandone un imminente e tranquillo rientro nella zona detentiva della cella.
I mancati soccorsi
Una condotta che la gip definisce come una «consapevole e deliberata rappresentazione mendace della realtà fattuale». Gli indagati, infatti, avevano la piena e chiara percezione delle condizioni disperate in cui versava Pugliese, rimasto agonizzante sul pavimento del bagno a causa dello shock emorragico provocato dalla dissezione dell’aorta. Ciononostante, scelsero di mentire spudoratamente per guadagnare tempo utile a ripulire le tracce o a concordare una versione comune. La scelta di non sollecitare i soccorsi immediati era, per il giudice, «funzionale al perseguimento di finalità estranee alla tutela del bene giuridico leso», vale a dire il preciso intento di eludere le conseguenze di natura penale e disciplinare e preservare il proprio status di supremazia all’interno del carcere.
L’accusa di omicidio volontario
Questo comportamento post-delittuoso ha un peso specifico enorme nella qualificazione giuridica del reato operata dalla magistratura. La gip Gennaro esclude in modo radicale che si sia trattato di un omicidio preterintenzionale. Per De Luca l’accusa è di omicidio volontario sorretto da dolo diretto: l’efferatezza e la straordinaria intensità del pestaggio, i colpi sferrati ripetutamente a mani nude e con violenza inaudita su sedi corporee vitali (regione cranio-facciale, toracica e dorsale) anche quando la vittima era ormai inerme al suolo, dimostrano una chiara volontà omicida o, quantomeno, una totale indifferenza rispetto agli esiti letali dell’azione, ampiamente prevedibili e accettati. Ma l’ordinanza compie un passo importante anche nei confronti dei compagni di cella che assistettero alla scena.
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La qualificazione giuridica
La tesi difensiva secondo cui Malena, La Forgia e gli altri sarebbero rimasti paralizzati da uno stato di paura o soggezione psicologica di fronte alle minacce di De Luca viene bollata come «scarsamente plausibile». Il giudice evidenzia che i detenuti si trovavano in una netta situazione di superiorità numerica rispetto all’aggressore e che potevano contare sulla notevole prestanza fisica dello stesso Malena, descritto dai testimoni come il più possente del gruppo. I due tentarono solo inizialmente di arginare la furia di De Luca (Malena trascinò anche Pugliese nel bagno per sottrarlo ai colpi), ma desistettero quasi subito da ogni iniziativa volta a interrompere l’azione violenta.
Inerzia e omicidio in concorso
I compagni di cella hanno consapevolmente optato per una condotta passiva e di sostanziale inerzia per evitare un proprio coinvolgimento diretto. Di conseguenza, l’aver assistito al pestaggio senza attivarsi e l’aver attivamente depistato i soccorsi configura per la gip una piena adesione volitiva all’evento morte, qualificata giuridicamente come omicidio in concorso nella forma del dolo eventuale.
La minorata difesa
A rendere ancora più pesante la posizione degli indagati si aggiunge, infine, la contestazione dell’aggravante della minorata difesa. Dalle ammissioni dello stesso Todorov e di La Forgia è emerso che, durante l’ora di socialità precedente al delitto, i detenuti stavano consumando bevande alcoliche all’interno della cella insieme alla vittima. Tutti gli indagati erano perfettamente consapevoli dello stato di forte alterazione alcolica e di manifesta ubriachezza in cui versava la vittima. Una condizione di grave alterazione psicofisica che, secondo la gip, ha oggettivamente agevolato l’azione criminosa, azzerando le capacità di reazione e di autodifesa di Pugliese di fronte alla ferocia del suo assassino.
Gli interrogatori di garanzia
Gli indagati hanno fatto quasi tutti scena muta. L’unico che ha deciso di fornire la sua versione dei fatti è il crotonese Gianluca Laforgia, che, assistito dall’avvocato Aldo Truncè, ha confermato quanto già dichiarato nella fase delle indagini. Laforgia precisa che a parte De Luca nessuno degli indagati aggredì Pugliese. E sostiene di aver tentato di frapporsi fra l’autore del pestaggio e la vittima, e di averlo fatto insieme al più robusto Malena. Avrebbe cessato di intervenire quando ha visto che anche Malena, dopo aver tentato di sottrarre uno sgabello a De Luca, si era ormai astenuto da ogni azione contenitiva. Il pestaggio poi proseguì anche nel bagno. Ma su questo e altri aspetti della vicenda si sono avvalsi della facoltà di non rispondere Cataldo De Luca (difeso dall’avvocato Giovanni Salzano), Francesco Molinaro (avv. Antonio Larussa), Vincenzo Malena (avv. Luigi Scaramuzzino), Dimitar Todorov (avv. Roberto Coscia).
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Il regime del terrore, così la cricca dei crotonesi dominava il carcere di Catanzaro