Il referendum ci sarà e avrà il suo peso. Eppure la lotta vera comincia dopo

  • Postato il 17 marzo 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Intanto, si va a votare. Non è un regalo e nemmeno un lusso. I dittatori (Trump, Putin, Mussolini) ammazzano la democrazia, ma non è cosi facile: si può fare solo se dorme, cioè se dormiamo pure io e tu.

Secondo, c’è da capire su che cosa si vota. A volte è chiaro, a volte un po’ meno. In questo caso, si parte da questioni “difficili” sulla giustizia; poi spunta, non tanto nascosta, la scelta “Falcone sì Falcone no”; infine, ma bisogna essere molto ingenui o molto svegli per capirlo, è il vecchio scontro elementare fra Bruto e Braccio-di-Ferro. Ovvero il Bullo e il Marinaio, il prepotente e il “non-ci-sto”, insomma ci siamo capiti. La bella per cui si litiga è lunga e secca e tutt’altro che vamp; si chiama Olivia, probabilmente lavora in qualche botteguccia del porto. Dei due contendenti uno è un bestione, l’altro è magrolino e le busca, ma all’ultimo momento tira fuori (di solito è lei che gliela getta) l’arma miracolosa, ossia una modesta lattina di spinaci. Col che tutto finisce come deve, ossia col cattivo che vola via scazzottato e il nostro marinaio che se ne va vincitore con la sua bella.

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Ammetto che tutto ciò non c’entra niente: dovevamo parlare di politica, no? Però, come il predicatore di “Moby Dick”, non voglio privarvi della morale. “La bella, fratelli miei, è la nostra repubblica. E quanto alla lattina magica, agli spinaci – qualcuno nella bettola alza il viso – ebbene, è la libertà, la vostra quotidiana lotta che vi fa forzuti!”. E qua finisce la predica, e comincia Moby Dick, che vi consiglio assai, già che ci siamo.

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“Fratelli, votare è un conto (scusate, volevo dire cittadini) ma la cosa importante è quel che faremo dopo il voto…”. Ossia, il momento c’è stato, benissimo, avrà il suo peso; eppure la lotta vera comincia dopo. Il referendum, per quanto importante, è soprattutto un termometro, un segno. Spacca il paese in due, i marinai e i sottomessi, li conta. Segna le forze reciproche e le direzioni. Non lo sanno i giornali e i politici, non lo sappiamo manco noi. Eppure, il giorno dopo, si vedrà con chiarezza.

L’operaio della fabbrica, quel giorno di tanti anni fa, non sapeva che quel giorno e quell’anno era il Sessantotto. La ragazzina paesana, uscendo dalla chiesa a testa bassa, non sapeva che fra pochissimo sarebbe arrivato il suo tempo. Né gli studenti di Falcone né i contadini di Pio La Torre immaginavano la Storia; ma la stavano facendo. E tu che sei sceso in piazza, in quest’anno del secolo che è i tuoi vent’anni, non sai – ma lo sai benissimo – che campana sta suonando in questi giorni.

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Il Fatto Quotidiano

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