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Il procuratore Khan delude i pro-Pal: "Gaza? Non è genocidio"

  • Postato il 11 maggio 2026
  • Esteri
  • Di Libero Quotidiano
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Il procuratore Khan delude i pro-Pal: "Gaza? Non è genocidio"
Il procuratore Khan delude i pro-Pal: "Gaza? Non è genocidio"

Il procuratore capo della Corte penale internazionale non ha prove che Israele abbia commesso genocidio a Gaza. Karim Khan avvocato penalista britannico di origini pakistane, eletto procuratore della Cpi nel 2021 ha rilasciato un’intervista a Zeteo, la piattaforma indipendente fondata dal giornalista Mehdi Hasan, tra le voci più accese della campagna mediatica contro Israele nel mondo anglosassone. È la prima volta che Khan parla in pubblico da quando, un anno fa, si era allontanato volontariamente dall’incarico nel pieno di un’indagine delle Nazioni Unite per presunte molestie sessuali nei confronti di una sua collaboratrice. Hasan lo incalza subito: perché non ha contestato il genocidio a Netanyahu? «Nessuno ha un lasciapassare. La legge si applica a tutti. Non esiste prescrizione per i crimini di guerra o i crimini internazionali», risponde Khan.

Poi: «Sarebbe sconsiderato e irresponsabile» procedere per genocidio senza le prove necessarie. «Sarebbe un procuratore sconsiderato quello che si muovesse semplicemente a causa del clamore. Ci si muove sulla base delle prove». Il genocidio, nel diritto internazionale, richiede il cosiddetto dolus specialis: la prova di un’intenzione specifica di distruggere un gruppo in quanto tale, non solo di colpirlo nel corso di un conflitto. Non bastano le immagini di distruzione, non bastano i numeri dei morti. Khan lo dice con una formula secca: «Non si può semplicemente prendere del materiale video, metterci un bel nastro viola e dire “Ecco la richiesta di mandato”». L’indagine, precisa, «non è chiusa» e «continua». Nemmeno la Corte internazionale di giustizia, il principale organo giudiziario dell’Onu, si è spinta oltre: nelle sue misure cautelari del gennaio 2024 ha stabilito soltanto che è «plausibile» che alcuni diritti dei palestinesi previsti dalla Convenzione sul genocidio siano a rischio, uno standard cautelare minimo, lontano da qualsiasi constatazione che il genocidio stia avvenendo. I mandati di arresto emessi nel novembre 2024 riguardano il premier Benjamin Netanyahu, l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant e Mohammed Deif, capo militare delle Brigate Qassam di Hamas, già ucciso da un raid israeliano mesi prima dell’emissione. La parità di trattamento è deliberata. Le accuse - crimini di guerra e crimini contro l’umanità, sterminio e fame come metodo di guerra - sono «estremamente gravi», precisa Khan, «non di serie B». Contestando sterminio e fame, l’accusa documenta una condotta criminale nel conflitto, non un piano sistematico di annientamento del gruppo palestinese, che è ciò che il genocidio richiede. «Tutto è in funzione delle prove», risponde Khan quando Hasan gli chiede se un mandato per genocidio possa arrivare.

La cautela ha una ragione storica precisa: la Corte ha già perso sei processi consecutivi in Kenya perché le accuse correvano avanti alle prove. Kahn racconta le pressioni politiche come una sequenza. David Cameron, allora titolare del ministero degli Esteri britannico, lo chiamò nell’aprile 2024: se la Corte avesse proceduto contro i leader israeliani, il Regno Unito avrebbe tagliato i finanziamenti e ritirato il proprio sostegno. Il senatore americano Lindsey Graham, repubblicano, in una teleconferenza del mese seguente, andò oltre: «Questa corte è per l’Africa e i delinquenti come Putin, non per democrazie come Israele e gli Stati Uniti d’America». Khan resistette a entrambi. L’amministrazione Trump rispose con le sanzioni contro la Cpi e i suoi funzionari. Sul caso personale, Khan nega ogni addebito. L’Onu ha indagato su commissione dell’Assemblea degli Stati Parte, il principale organo di supervisione della Cpi, e i giudici nominati dall’Assemblea hanno concluso all’unanimità: nessuna condotta impropria. L’Assemblea ha però votato per proseguire il procedimento disciplinare: Khan rimane sospeso dall’incarico. Israele ha depositato un ricorso chiedendo la sua rimozione dal dossier, sostenendo che i mandati di arresto siano stati accelerati per distogliere l’attenzione dallo scandalo. Khan definisce questa interpretazione «baloney», sciocchezza. Ciò che resta è una distinzione che il dibattito pubblico fatica ad accettare: che Gaza possa essere teatro di crimini documentati e al tempo stesso non configurare, sul piano giuridico, un genocidio. Il diritto internazionale non è un’estensione del sentimento collettivo. Lo dice il procuratore che ha firmato quei mandati di arresto.

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Libero Quotidiano

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