“Il problema di Medicina non è il numero chiuso, ma che non per forza selezioniamo i migliori. Serve un colloquio per valutare anche l’empatia”
- Postato il 31 marzo 2025
- Lavoro
- Di Il Fatto Quotidiano
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“Il problema dell’ammissione a medicina non è il numero chiuso, che comunque non viene assolutamente intaccato da questa riforma. Bensì che, nel selezionare i ragazzi, non valutiamo affatto una serie di qualità fondamentali per fare il medico. Come la capacità di instaurare relazioni interpersonali e di entrare in empatia con il malato e i suoi familiari”. Riccardo Zucchi – medico e rettore dell’università di Pisa – ha molti dubbi riguardo ai risultati positivi che potrà apportare al sistema la riforma del test d’ingresso a medicina, voluta dalla ministra dell’Università, Anna Maria Bernini. Secondo Zucchi, ancora è presto per dare un giudizio definitivo. Per farlo bisogna prima attendere i diversi decreti che attueranno la legge delega. Ma l’impressione è che il modello del semestre filtro, di ispirazione francese, potrebbe costare alle università, ai ragazzi e alle loro famiglie tanta fatica, consumo di risorse e aumento dello stress. Questo, senza apportare modifiche sostanziali e lasciando disattese le speranze di chi auspicava una vera rivoluzione nel sistema di accesso alla facoltà di medicina.
La riforma prevede un grande sforzo, ma di fatto non elimina lo sbarramento. È stato solo spostato?
Per avere un quadro preciso dobbiamo ancora attendere il dettaglio della delega esercitata dal governo. Ma su alcune cose possiamo già essere chiari. Non si tratta di una riforma che abolisce il numero chiuso, nonostante qualcuno ancora lo creda. Quello c’era e rimane. La selezione sarà semplicemente spostata in avanti. Probabilmente non di un semestre, ma di un quadrimestre. Visto che l’esame si prospetta a dicembre, prima di Natale.
Questo periodo di formazione comune può avere aspetti positivi?
Dipende dai dettagli. Se la selezione continuerà a essere fatta su temi di fisica, chimica e biologia, con un esame unico nazionale, e quindi con un test a crocette o qualcosa di molto simile, allora si tratterà di una grossa fatica, con molte complicazioni pratiche e pochi benefici. Ci si chiede se ne valga la pena.
Le strutture universitarie saranno in grado di accogliere tutti gli studenti nel primo semestre?
Noi quest’anno a Pisa abbiamo 345 posti. I candidati l’anno scorso erano circa 1200. Con questi numeri non saremo in grado di mettere in piedi un semestre preliminare in presenza. O li mettiamo all’Arena Garibaldi o ci facciamo prestare il Duomo di Pisa dall’arcivescovo, altrimenti è impossibile (scherza, ndr). Dovremo fare lezione, almeno in parte, a distanza. Come durante il Covid. E l’esperienza della pandemia ci ha insegnato che non è certamente l’ideale. L’interazione diretta dà sempre qualcosa in più, è un valore aggiunto. In ogni caso, l’organizzazione non sarà banale.
E chi non entrerà dopo il primo semestre cosa farà?
Storicamente si iscrivono ad altri corsi di laurea. Soprattutto scienze biologiche, biotecnologie, farmacia, chimica farmaceutica. Secondo quanto sappiamo al momento, gli studenti potranno iscriversi in sovrannumero a questi corsi e otterranno il riconoscimento dei crediti. Ma come farlo nella pratica ancora non è chiaro. Aspettiamo le disposizioni attuative.
Come si poteva intervenire diversamente?
Dovremmo cambiare completamente il focus. Il vero problema dell’ammissione a medicina non è il numero chiuso, ma è che non necessariamente selezioniamo i migliori. Il test, oltre alle criticità che conosciamo, sulle domande e sul problema di riuscire a garantire a tutti di prepararsi allo stesso modo, ha il problema che non ci permette di valutare alcune qualità fondamentali per fare il medico. Molto più importanti di saper rispondere a quesiti di chimica, fisica e biologia.
Per esempio?
Il medico deve saper parlare con il prossimo, avere empatia con il malato. Deve svolgere una funzione cruciale: assistere chi soffre e i suoi familiari. Deve prendersi cura dell’altro, in senso proprio. Aiutare il paziente e la sua famiglia a entrare in contatto con la realtà del dolore, della sofferenza e della morte. Al momento non prepariamo quasi per niente gli studenti a questo. Se non in misura molto marginale.
Ma è un qualcosa che si può insegnare?
Dipende molto dalla predisposizione individuale. E noi non la valutiamo in sede di selezione. Questo è il motivo per cui dalle nostre università stanno uscendo medici tecnicamente molto preparati che però peccano nella capacità di relazionarsi con il prossimo. Soprattutto se confrontati con le generazioni precedenti. Se il semestre aperto servisse a colmare questa lacuna, sarebbe sacrosanto e meriterebbe tutti gli sforzi. Ma è un approccio molto complicato. Si dovrebbero fare corsi e attività specifiche. E anche l’esame dovrebbe cambiare, diventando un colloquio complesso. Questa sarebbe una rivoluzione, correggerebbe la vera stortura del sistema.
Rimangono molti dubbi sulle modalità con cui verrà redatta la graduatoria nazionale. È possibile farlo senza ricorrere a un test a crocette?
Non lo so, non riesco a immaginarlo. Anche parlandone con i colleghi non abbiamo capito come pensano di realizzare una graduatoria unica nazionale senza fare un test a crocette. O farne uno aperto che poi di fatto è una specie di test a crocette. Allora tanto valeva tenersi quello di prima.
L’alternativa potrebbe essere affidare la selezione ai singoli professori, ma non è pericoloso mettere in mano il futuro dei ragazzi alle sensazioni di un singolo docente? Non c’è il pericolo di raccomandazioni?
A prescindere da qualsiasi ipotesi malevola, fare un esame tradizionale, affidato a tante commissioni diverse, pone evidenti difficoltà nell’uniformare il giudizio. È vero che ci sono molte tecniche per apportare correttivi, ma sono tutte molto discutibili e si presterebbero, oltretutto, a una serie infinita di ricorsi, anche fondati. In questo panorama, l’unico modo per redigere una graduatoria nazionale è rifare il test a crocette.
C’è il rischio che l’ipercompetizione del semestre filtro abbia un impatto sulla salute mentale degli studenti?
Sì, ed è un rischio serio. L’unico Paese europeo che ha adottato un modello simile è la Francia, e stanno pensando di abolirlo perché non si è rivelata un’esperienza brillante.
Gli atenei privati non verranno toccati dalla riforma. Si rischia di creare un doppio binario formativo?
Una sperequazione esiste già oggi. Gli atenei pubblici devono usare un test nazionale, mentre i privati selezionano gli studenti con criteri propri. In alcuni casi lo fanno anche meglio, valutando aspetti psicologici e attitudinali che noi non possiamo considerare.
Che ne sarà della programmazione delle altre professioni sanitarie se a metà anno si troveranno a dover accogliere i delusi da medicina?
Questa è una preoccupazione reale, sia per i colleghi delle professioni sanitarie che per noi rettori. Con l’attuale normativa, non è possibile iscriversi contemporaneamente a due corsi di laurea a numero chiuso. Se gli studenti del primo semestre aperto di medicina vorranno iscriversi a infermieristica, per esempio, dovranno comunque sostenere un test d’ingresso. Servirà un intervento normativo per chiarire questi punti.
Le università dispongono del personale necessario a gestire la burocrazia di un sistema che appare complesso?
Il carico burocratico è già adesso esagerato. Da tempo facciamo i salti mortali per fronteggiarlo, e ora senz’altro verrà aggravato ulteriormente. È chiaro che non è il primo dei problemi, il futuro dei giovani ha la priorità. Ma sarà un’altra criticità che ci troveremo ad affrontare.
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