Il Premio Nazionale Pratola 2026, quando la cultura incontra la luce dell’Abbazia morronese
- Postato il 7 giugno 2026
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- Di Paese Italia Press
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di Goffredo Palmerini
SULMONA – Ci sono pomeriggi in cui la luce sembra avere memoria. Scende lenta, sfiora le pietre, si posa sulle architetture come una mano antica che riconosce ciò che tocca. Così accade all’Abbazia di Santo Spirito al Morrone quando il sole del tardo giorno si inclina verso la Valle Peligna e il monte che le dà il nome si accende di riflessi dorati. È un momento che non si può descrivere, si può solo abitare. In questa luce sospesa, sabato 6 giugno, ha preso forma la XVII edizione del Premio Nazionale Pratola, un appuntamento che non è più soltanto una cerimonia, ma un rito civile, un incontro tra eccellenze e territorio, un modo per affermare che la cultura, quando è autentica, è un ponte che unisce, un respiro che attraversa.
Ci sono poi luoghi che non si limitano a ospitare un evento, invece lo amplificano, lo custodiscono, lo trasformano in un’esperienza.

L’Abbazia di Santo Spirito è appunto uno di questi. Nel pomeriggio, quando il sole inizia a scendere, l’imponente complesso celestiniano, tra i più grandi d’Italia, sembra tornare a respirare come nel tempo di Pietro del Morrone, l’eremita che qui cercò silenzio e trovò una visione. Questo lo scenario suggestivo dell’edizione 2026 del Premio Nazionale Pratola, un appuntamento che negli anni ha saputo crescere fino a diventare una delle manifestazioni culturali più riconosciute dell’Abruzzo. Un premio che non celebra solo eccellenze, racconta un territorio, un’identità, un modo di intendere la cultura come servizio e come dono.
L’Abbazia è un respiro di storia che avvolge tutto. L’Abbazia non è un fondale, è quasi una creatura vivente. Fu la casa generalizia dei Celestini, il luogo dove Pietro Angelerio – futuro papa Celestino V – quando nel 1241 vi arrivò trovandovi una semplice cappella dedicata a Santa Maria, la ampliò avviando man mano la costruzione di una chiesa dedicata allo Spirito Santo, con monastero annesso, ispirandosi alle previsioni teologiche di Gioacchino da Fiore e alla speranza di un’Era dello Spirito che avrebbe rinnovato la Chiesa, liberandola dal potere temporale e avviandola ad un tempo spirituale, di pace per l’umanità e di perdono tra gli uomini, sotto la guida di un “Pastor Angelicus”.
E infatti, quel monaco che sarebbe poi diventato nel 1294 Papa Celestino V, ispirò nell’abbazia diverse rappresentazioni pittoriche della colomba, simbolo dello Spirito Santo, ancor oggi ben visibili. All’interno dell’abbazia c’è la stupenda chiesa a croce greca, che presenta pregevoli opere in legno, tra cui il coro di Leonardo Macchione di Pacentro. E poi la Cappella Caldora, con affreschi attribuiti a Johannes de Sulmona e in una nicchia ad arco semicircolare il monumento sepolcrale dei Caldora, scolpito nel 1412 da Gualterio de Alemania.
Riformando la regola benedettina è qui che Pietro del Morrone fonda la comunità monastica dei Celestini, è qui che si radica la spiritualità che lo avrebbe portato al soglio pontificio, è qui nell’eremo di Sant’Onofrio sulle coste del monte Morrone che l’elezione a papa, nel Conclave di Perugia, gli viene comunicata, è qui che sceglie di andare a L’Aquila per essere incoronato pontefice, il 29 agosto 1294, istituendovi il primo giubileo della storia, la Perdonanza. Questo è dunque un luogo che trasuda storia, meditazione e spiritualità profonda. Questo luogo incornicia, dopo quella del 2025, anche l’edizione 2026 del Premio Pratola.
Alle 16 e 30 la navata della chiesa abbaziale è già colma. Il pubblico riempie anche le cappelle laterali, come se la comunità peligna voglia abbracciare l’evento con la stessa intensità con cui l’Abbazia abbraccia la sua storia. A condurre la cerimonia, il giornalista Enrico Giancarli, volto di Rete 8, con la sua consueta bravura. Testimonial d’eccezione è Marcello Sorgi, editorialista de La Stampa, premiato nel 2019. I saluti iniziali hanno il tono delle cose autentiche. Mons. Michele Fusco, vescovo di Sulmona-Valva, richiama la spiritualità del luogo e il messaggio celestiniano di perdono e riconciliazione come via alla pace; Pierpaolo Bellucci, presidente dell’Associazione Futile Utile, racconta la sfida dei quindici anni di vita del Premio nel farlo crescere con coraggio e visione; le Consigliere regionali Antonietta La Porta e Maria Assunta Rossi sottolineano il valore culturale e identitario dell’iniziativa; il sindaco di Sulmona Luca Tirabassi annota come il Premio sia ormai un punto fermo della vita culturale abruzzese. Gli insigniti confermano il ritratto dell’Italia migliore, che compete, che informa e racconta, che con l’arte crea. Eccoli, in sintesi, i vincitori del Premio 2026.

Francesca Lollobrigida, la velocità che diventa esempio. Campionessa olimpica di pattinaggio su ghiaccio, due ori ai Giochi di Milano-Cortina, dedica il premio alla famiglia, invitando i giovani a non arrendersi mai. La sua voce ha il passo di chi conosce la fatica e la trasforma in velocità e luce.

Antonio Polito, la profondità del pensiero civile. Vicedirettore del Corriere della Sera, è un intellettuale che da anni interpreta l’Italia con lucidità e misura. La sua presenza porta il peso della parola ben usata, quella che costruisce.

Antonio Preziosi, ovvero la storia del TG2. Direttore della testata Rai, che quest’anno compie 50 anni, ricorda il valore del servizio pubblico e la responsabilità di raccontare il Paese con rigore.

Lodovica Bulian, la voce sul campo. Inviata Mediaset del programma Quarta Repubblica, porta la testimonianza di un giornalismo che vive nelle strade, nelle piazze, nei luoghi dove la cronaca accade.
Pierluigi Franco, trent’anni di mondo. Per tre decenni nella redazione Esteri dell’ANSA, è un giornalista che ha attraversato crisi internazionali, guerre, vertici globali, portando sempre con sé la sobrietà del cronista vero.
Remo Rapino, la letteratura degli invisibili. Premio Campiello, voce poetica e profonda, parla della sua scelta di raccontare gli ultimi, i dimenticati, i personaggi che vivono ai margini, ma che custodiscono un’umanità luminosa nel cuore.

Edoardo Purgatori, il teatro e il cinema come eredità di valori. Attore tra i più promettenti del panorama italiano, dedica il premio al padre Andrea, giornalista di grande valore, trasformando l’evento in un luogo di affettuosa e grata memoria.

Sabatino Aracu e Duccio Marsili, la forza dello sport rotellistico. Il primo, Presidente della federazione mondiale e italiana degli sport rotellistici; il secondo, campione mondiale, europeo e italiano. Due storie di dedizione assoluta e di straordinari risultati.
Santilli Gioielli, l’arte orafa che parla abruzzese. Una delle realtà più importanti del territorio peligno, custode di una tradizione che unisce tecnica, bellezza e identità.

ReteAbruzzo.com, l’informazione che nasce dal territorio. Diretta da Claudio Lattanzio, la testata online regionale ha saputo diventare punto di riferimento per tempestività e affidabilità.
Durante la premiazione gli intermezzi musicali – la voce di Rosanna Di Lisio, il pianoforte di Massimo Domenicano, la tromba di Gianni Ferreri – hanno trasformato la cerimonia in un viaggio sensoriale. Le caricature di Franco Pasqualone hanno aggiunto un tocco di leggerezza, come finestre aperte sul sorriso. Il Premio Nazionale Pratola è arrivato ai suoi 15 anni con la maturità delle cose che hanno ormai radici profonde.
È un Premio che ha portato e porta nel cuore dell’Abruzzo eccellenze nazionali, personalità di grande valore nei loro settori d’impegno. È una manifestazione culturale che valorizza le realtà locali, crea ponti tra generazioni e discipline, restituisce dignità al territorio peligno. È un evento rilevante in Abruzzo, racconta un’Italia che lavora, crea, pensa, sogna. È un Premio che non si limita a celebrare, ma interpreta un’Italia che propone esempi di tenacia, talento, valore professionale, creatività.
Quando la cerimonia di premiazione si conclude, la splendida chiesa dell’Abbazia offre agli sguardi del pubblico un’ultima occasione per ammirare le sue meraviglie, mentre il sole del tramonto tinge di rosa i lineamenti della sua facciata. L’Abbazia sembra ricordare a tutti che la cultura, quella vera, nasce sempre da un gesto di libertà, da un atto di coraggio, da una visione che sa guardare oltre.
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