Il piano inclinato
- Postato il 19 agosto 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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Generazione sintesi AI in corso…
“Gli algoritmi […] usano i Big Data e l’apprendimento automatico per conoscervi sempre meglio. Una volta che questi algoritmi vi conosceranno meglio di voi stessi, potranno controllarvi e manipolarvi, e non potrete fare granché per contrastarli. […] se gli algoritmi comprendono quanto vi accade meglio di quanto lo comprendiate voi stessi, l’autorità si trasferirà a loro”; è quanto sostiene lo storico Yuval Noah Harari nelle sue “21 lezioni per il XXI secolo” del 2018. La tesi, concepita dal professore e divulgatore israeliano, si colloca all’interno di una vasta area di pensatori, i quali sostengono che il tempo della storia non proceda a velocità costante ma per accelerazioni e rallentamenti. Pur condividendo questa analisi, credo sia utile sottolineare come il tempo storico, cioè la comparazione dei cambiamenti socio culturali in rapporto alla misurazione convenzionale del tempo, possa riconoscere come le trasformazioni tecnologiche e i grandi rivolgimenti politici abbiano determinato un progressivo accelerarsi dello stesso. Senza stare a inoltrarci negli eventi del passato, che non dovrebbe essere difficile per nessuno rammentare, preferisco soffermarmi sul fatto che, il salto generazionale, avvertito in un intervallo temporale costante, ci rivela come gli ultimi trenta anni abbiano scavato un solco enorme tra nonni e nipoti. L’evidente accelerazione è stata prodotta dal diffondersi capillare della tecnologia informatica e dall’ingresso, forse meno evidente ma ancor più invasivo, della ben nota Intelligenza Artificiale. Se nel medioevo i cambiamenti generazionali erano minimi, anche nei secoli successivi eventi radicali, dalla caduta degli imperi alla scoperta di nuovi continenti, pur modificando in maniera importante economia e equilibri di potere geopolitico, non intaccavano profondamente in breve tempo il connettivo socio culturale generale. Oggi le abitudini, i pensieri, le relazioni interpersonali, l’economia, il mondo del lavoro, la comunicazione, insomma, tutto il nostro quotidiano, sta facendo i conti con qualcosa che, troppo superficialmente, è stato definito solo come un nuovo potente e forse pericoloso “strumento”. Questo errore di prospettiva sta generando enormi cambiamenti carsici in ogni singolo individuo del pianeta.
L’AI non è uno strumento ma un “agente”, è in grado di emanciparsi dal suo creatore, non richiede più l’intervento del fruitore, lo pilota, è risposta che non abbisogna di interpretazioni, addirittura se non capisci quanto ti comunica declina diversamente il concetto per raggiungerti, risponde comprendendo le tue esigenze e soddisfacendole, un atteggiamento palesemente assecondante ma soprattutto manipolatorio. Secondo Yuval Noah Harari, è il primo caso di creazione da parte dell’uomo di qualcosa che non può controllare e lo trascende, a questo proposito ho qualche riserva. È indubbio che l’AI non sia un mezzo, uno strumento, in effetti, mentre qualsiasi macchina esiste e si esprime in un circoscritto ambito funzionale, l’AI è onnipresente e trasversale, soprattutto, questa la vera peculiarità, utilizza il linguaggio autonomamente e, ancor più rivoluzionario, impara dalle proprie esperienze. Si tratta, evidentemente, di una intelligenza umana con potenzialità infinitamente superiori a quelle del suo creatore. La percezione più diffusa circa i vantaggi dell’AI riguarda il tempo; viviamo in un’epoca che “va di corsa”, probabilmente senza interrogarci circa la destinazione, poiché ciò che sembra imprescindibile è, indipendentemente dal “dove andiamo”, il “farlo velocemente”, l’effetto è che si è frenetici e afflitti dall’idea di “non avere tempo”, oltretutto, appena ci si ferma, se ne spreca un’enorme quantità nella masturbatoria frenetica stanzialità sui social. Di fatto l’obiettivo di ogni algoritmo, oltre a quello specifico, è di intrappolarti in una specie di invisibile loop che autoconferma e rasserena entrambe gli attori, AI e utente. Attraversiamo di corsa la vita senza più riuscire ad assaporarla, a metabolizzarla, rendendola qualcosa che non sappiamo più ri-conoscere e vivere. Gli oggetti non si trasformano più in emozioni o ricordi, agonizzano con noi, sono strumenti ma non possono indicarci un fine, anche le persone le usiamo e le incontriamo di corsa, superficialmente, credo che oramai addirittura noi stessi diveniamo spesso solo un fastidio per noi e ci abitiamo come inquilini.
Torniamo alla novità sottolineata dal prof. Harari: la capacità di recidere il cordone ombelicale con il proprio creatore. A mio avviso, non è esclusiva dell’AI. I pericoli attuali, mi sembra, si evidenzino di già nell’economia e nella finanza, in tali territori, nei quali numeri e algoritmi la fanno da padroni, è abbastanza comprensibile, ma la si potrà presto riconoscere nella religione, nella psicologia, nelle relazioni interpersonali. Mutatis mutandis un simile fenomeno è riconoscibile nell’intera storia dell’uomo, tutte le divinità sono nate dall’uomo che ha acconsentito a inginocchiarsi a esse; lo stesso è accaduto, molto hegelianamente, al cospetto dello Stato; non è poi successo anche nei confronti del denaro e del mercato? In ogni caso si è verificato un fenomeno paradossale che, però, sembra essere insito nella natura umana, l’urgenza di incontrare fuori di sé, con caratteristiche oltre umane e immateriali, un Ente al quale rivolgersi con fiducia, dal quale attendersi salvezza e regole, nei confronti del quale inchinarsi ottenendo, in cambio, la “libertà dalla responsabilità”. Lungo questo scivoloso piano inclinato stiamo ora accelerando pericolosamente. Una volta delegata l’AI alla conduzione della nostra esistenza, e la via imboccata mi sembra piuttosto evidente, alla luce dell’assoluta efficienza della stessa, che si colloca “al di là del bene e del male”, che è priva di compassione reale, che sa come farti innamorare senza essere coinvolta, che sa produrre poesia senza emozionarsi, ebbene, vista la logica utilitaristica imperante, l’AI potrà ragionevolmente sacrificare migliaia di situazioni per un bene superiore, nello specifico, una maggiore possibilità di produzione e consumo. La spinta giù per il pendio è implicita nella possibilità di accantonare la centralità di ogni singolo individuo per un bene superiore, il problema è: chi decide quanto vale una vita e quanto sia superiore il bene individuato? Se su un’imbarcazione viaggiano 100 persone e una è affetta da una malattia mortale e contagiosa non è bene buttarla a mare per la salvezza di tutti?
Le regole del gioco, paradossalmente create da uomini, evolutesi negli algoritmi, divinizzatesi in rete, si fondano sull’ambiguo connubio, molto umano, di bisogno di consenso e anonimato deresponsabilizzato. Ogni like è adrenalinico, induce a una sorta di bulimia virtuale, a un insaziabile bisogno di visibilità. L’odio e la rabbia vengono premiati con la notorietà e creano effetto domino sugli utenti, l’algoritmo genera una bolla di omologhi che si confermano reciprocamente considerandosi totalità o almeno evidenti depositari del vero, il numero tanto è più elevato quanto più deresponsabilizza e anonimizza il singolo, alla maggioranza questo fa piacere, un corto circuito logico che è alla base del sistema dei social, potere e vanità protetti dall’anonimato sono benzina sul fuoco del depensamento in rete. Nei social la libertà di espressione è diventata la foglia di fico per nascondere l’assenza di responsabilità che passa, circolarmente, dai vertici che guadagnano con i social a ogni singolo utente utilizzatore, ciò che rimane sopra a tutto è l’AI che è il nuovo dio, prodotto dall’uomo ma superiore all’intera umanità. L’illusione della libertà che si autoregola ricorda la logica del Laissez faire, laissez passer che celebrava il liberismo settecentesco che avrebbe reso tutti più ricchi, sani e sarebbe stato Natale tre volte l’anno! Il disastro era alle porte! Ebbene: è necessario un controllo o la libertà assoluta selezionerà in positivo lo scorrere cloachesco della comunicazione in rete? L’algoritmo antropo-alieno è ordine, controllo, sicurezza? Ancora una volta credo vada ripensato l’abusato e geniale aforisma nietzscheano: “Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella che danza”
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.