Il Pakistan aiuta l’Iran a nascondere aerei militari mentre media con gli Usa
- Postato il 12 maggio 2026
- Esteri
- Di Formiche
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La mediazione pakistana tra Stati Uniti e Iran si scontra con un problema che va oltre la diplomazia. Mentre Islamabad prova a proporsi come canale di de-escalation tra Washington e Teheran, emergono nuovi elementi che rafforzano la percezione di un doppio livello operativo: interlocutore utile sul piano politico, ma al tempo stesso parte integrante dell’ecosistema logistico e strategico che contribuisce alla resilienza iraniana.
Secondo uno scoop pubblicato da CBS News, l’Iran avrebbe trasferito alcuni asset aeronautici in Pakistan nei giorni successivi all’annuncio del cessate il fuoco temporaneo voluto da Donald Trump. Fonti statunitensi citate dall’emittente affermano che Teheran avrebbe parcheggiato velivoli militari presso la base aerea pakistana di Nur Khan, vicino Rawalpindi, probabilmente per proteggerli da possibili attacchi americani. Tra questi figurerebbe anche un RC-130 iraniano, piattaforma utilizzata per ricognizione e intelligence.
Parallelamente, secondo le stesse fonti, un velivolo civile iraniano appartenente a Mahan Air sarebbe stato trasferito in Afghanistan prima a Kabul e successivamente a Herat, vicino al confine iraniano, dopo i bombardamenti pakistani contro obiettivi afghani legati al Tehrik-e-Taliban Pakistan. Pakistan e Taliban hanno negato ufficialmente la presenza di asset iraniani, ma il quadro delineato dalla CBS suggerisce un tentativo di dispersione e protezione delle residue capacità iraniane nel pieno della crisi regionale.
Lo scoop si inserisce inoltre in un contesto più ampio. Islamabad continua infatti a muoversi su una linea di equilibrio estremamente sottile: da una parte presenta sé stessa a Washington come facilitatore della de-escalation; dall’altra evita mosse che possano compromettere i rapporti con Teheran e soprattutto con Pechino, principale sponsor strategico sia dell’Iran (per quanto in modo controllato e assolutamente non scenografico) sia dello stesso Pakistan. Non a caso, la CBS ricorda come la Cina abbia ormai fornito circa l’80% delle principali forniture militari pakistane negli ultimi anni, consolidando una rete triangolare sempre più integrata.
Questa ambiguità non rappresenta un elemento nuovo. Già nelle scorse settimane erano emersi segnali di un ruolo pakistano ben più strutturato all’interno delle supply chain che consentono all’Iran di mantenere operative parte delle proprie capacità militari e tecnologiche sotto pressione sanzionatoria. In questa architettura, il Pakistan appare come dorsale logistica terrestre collegata al China-Pakistan Economic Corridor, l’infrastruttura che unisce lo Xinjiang cinese al porto di Gwadar e al Mar Arabico.
Queste rotte consentirebbero il transito di materiali dual use, componenti tecnologici e sistemi sensibili sfruttando la minore esposizione delle vie terrestri rispetto alle rotte marittime monitorate. Il risultato è una rete distribuita in cui la Cina fornisce tecnologia e capacità industriale, il Pakistan garantisce continuità logistica e l’Iran integra e utilizza gli input operativi. Una struttura costruita proprio per massimizzare negabilità e resilienza.
Anche sul piano diplomatico erano già emersi limiti strutturali nella mediazione pakistana. Il tentativo di Islamabad di ospitare una nuova fase di colloqui indiretti tra Washington e Teheran si era arenato dopo la decisione di Trump di cancellare la missione dei propri emissari, giudicando il quadro negoziale troppo fragile e poco definito. La prudenza iraniana nel descrivere il ruolo pakistano — più vicino a un semplice canale di trasmissione che a un reale mediatore — aveva già evidenziato un problema di credibilità e percezione.
È proprio questo il nodo che torna oggi al centro. La fragilità della mediazione non dipende soltanto dalla distanza tra le posizioni di Stati Uniti e Iran, ma anche dall’ambiguità dell’attore che prova a facilitare il dialogo. Islamabad continua a oscillare tra funzione diplomatica, dipendenza strategica dalla Cina e rapporto operativo con Teheran. Una postura che ricorda, almeno in parte, le ambivalenze già emerse durante la War on Terror, quando il Pakistan era al tempo stesso alleato degli Stati Uniti e territorio in cui Osama bin Laden riuscì a nascondersi per anni ad Abbottabad.