Il mito di Orfeo nel paesaggio dell’Annunciazione del Pollaiolo e di Leonardo
- Postato il 18 gennaio 2026
- Arti Visive
- Di Artribune
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La costruzione insolita del paesaggio nell’Annunciazione di Antonio e Leonardo merita un adeguato approfondimento. Lo schermo fatto dagli alberi sembra quasi voler lasciare chiaramente visibile soltanto la zona della cittadina sul mare (Otranto) dove convergono le linee prospettiche. Ma vi è anche un’altra ragione ben più importante. Tre degli alberi in esame sono potati a piani, a destra un cipresso, al centro e a sinistra verosimilmente due abeti rossi.
La potatura nel Rinascimento aveva un grande significato filosofico: l’uomo che potava le piante guidava e dava ordine alla natura: era il dio del microcosmo, specchio del Dio del macrocosmo. La potatura significava ordine e armonia, il primo stadio dell’anima secondo Platone, seguito dalla purificazione, dall’unificazione e dall’Eros, fautore del ricongiungimento con il Mondo delle Idee (Dio per i Neoplatonici). Ma qual era la linfa vitale per l’armonia dell’anima: ovviamente la musica e il canto. Ecco allora l’importanza che gli uomini del Rinascimento dettero al mito di Orfeo, il cantore che con la sua voce e la sua lira stregava tutti coloro che lo ascoltavano. Il mito di Orfeo ebbe grande risalto nell’antichità anche per la sua tragica storia.
La tragica storia di Orfeo nel paesaggio dell’“Annunciazione”
L’ineguagliabile cantore amava la ninfa Euridice ma un giorno il pastore Aristeo la vide e volle farla sua. Euridice fuggendo calpestò una serpe che la morse, Euridice morì. Orfeo disperato portò il suo canto inebriante agli Inferi. Proserpina spinta alla commozione convinse Putone a far tornare Euridice nel mondo dei viventi, con la condizione che Orfeo non si voltasse a guardarla. Il grande amore per Euridice tradì Orfeo che si voltò e la ninfa tornò nel mondo dei morti. Orfeo disperato cominciò a odiare le donne fintanto che le Menadi lo decapitarono.
Il nesso tra il mito di Orfeo e “L’Annunciazione” degli Uffizi
Ma quale è il nesso del mito di Orfeo con il dipinto? L’umanista Angelo Poliziano era il precettore dei figli di Lorenzo de’ Medici; Clarice Orsini, la consorte del Magnifico, non gradì il modo di agire del Poliziano e lo congedò. L’umanista lasciò Firenze nel 1480 e si recò a Mantova dove allestì la Fabula teatrale Orfeo. Successivamente, Lorenzo convinse Clarice a reintegrare Poliziano nel suo ruolo di precettore. L’episodio spinse Antonio del Pollaiolo, molto legato a Poliziano, ad inserire nel dipinto un celebrativo riferimento alla Fabula. Si ricorda che nel Rinascimento il teatro era costituito dal sipario sotto forma di un tendone scorrevole, una quinta e il proscenio. Lo schermo creato dagli alberi nel dipinto, secondo il costume del Pollaiolo di dare sempre due significati alle sue esternazioni, era il sipario, mentre il criticato cipresso che si fonde con le pareti della villa era la quinta e il muro troppo largo del giardino raffigurava il proscenio. L’espediente consentiva al Pollaiolo di realizzare il solito doppio messaggio: evocare il tanto amato cantore dei neoplatonici e nel contempo mettere in scena il dramma di Otranto.
[Nel disegno, da cui è stata tratta l’Incisione Prevedari Bramante, l’autore pone in un loculo Antonio del Pollaiolo di spalle con due centauri al di sotto; evidenziando in tal modo il ricorrente celarsi del suo maestro come autore delle sue opere per darne due chiavi di lettura]

L’Arcangelo con un’ala sola nell’“Annunciazione” del Pollaiolo e Leonardo
Ho già scritto in altra nota della Rivista sul grande significato neoplatonico della realizzazione dell’Arcangelo Gabriele volutamente con una sola ala, qualcosa di inconcepibile per gli artisti rinascimentali, Leonardo naturalista compreso, ma accessibile unicamente al profeta del messaggio simbolico, Antonio del Pollaiolo; un parto pittorico che corrisponde a una sua firma e all’esaltazione della vita contemplativa. Si vuole qui mettere in evidenza l’aspetto iconografico della soluzione adottata. Dopo l’Impresa di Volterra letterati e potenti si prodigarono a tessere le lodi di Federico di Montefeltro. Tra questi vi fu Jacopo Bracciolini, figlio di Poggio, dedito a fare dono di preziosi manoscritti ai potenti per ingraziarseli. Purtroppo le cose andarono diversamente perché il Bracciolini, coinvolto nella congiura dei Pazzi, fu impiccato nel 1478. Ma tornando al seguito dell’impresa di Volterra il Bracciolini nel 1474 volle donare a Federico di Montefeltro le Historiae Florentini Populi del padre Poggio tradotte in volgare.

Nel foglio di guardia del manoscritto è dipinto un cavaliere in primo piano e sullo sfondo la città di Volterra (Codice Urbinate Latino 491 Biblioteca Apostolica Vaticana). A prima vista il cavaliere viene identificato per Federico di Montefeltro; guardando meglio ci si rende conto che il cavallo è di Federico perché sulla coperta figura la sua impresa dell’ermellino ma il cavaliere è Lorenzo de’ Medici. Il significato è chiaro: Lorenzo era la mente dell’operazione di Volterra e Federico l’esecutore materiale. Orbene sulla parte alta della coperta del cavallo è presente un’ala che non appartiene né all’iconografia federiciana né a quella medicea. Si tratta anche in questo caso dell’ala neoplatonica della contemplazione che deve sempre prevalere sull’azione come aveva sentenziato Ficino nelle Disputationes Camaldulenses.
I fiori misteriosi nell’“Annunciazione” degli Uffizi
Trattandosi di un florilegio debbo tornare sui fiori del dipinto: innumerevoli, bellissimi, misteriosi, ma che non hanno rispondenza in natura. Sono fiori riferibili ai morti e ai morituri di Otranto. Del resto, come ho già scritto, per la grandiosità del suo messaggio simbolico che sovrasta l’incantevole cornice naturalista del paesaggio, questo dipinto si può considerare a pieno titolo l’Everest dell’arte.
Massimo Giontella
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L’articolo "Il mito di Orfeo nel paesaggio dell’Annunciazione del Pollaiolo e di Leonardo" è apparso per la prima volta su Artribune®.