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Il mio ’68 non a Roma o a Milano ma a San Lorenzo

In sintesi

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Il mio ’68 non a Roma o a Milano ma a San Lorenzo


di Pierfranco Bruni

Sembrano passati secoli, ma le radici di ciò che è stato definito Sessantotto, o meglio ’68, ancora restano e continuano a mescolare i linguaggi dell’etica e della morale moderna. Eppure sono passate epoche. Appunto.
In quel tempo frequentavo la Terza Media al mio paese. Un istituto scolastico che era stato inaugurato dalla mia generazione qualche anno prima. Soltanto due classi. Uscivo dalle Elementari un po’ impaurito. Si usavano ancora le punizioni pesanti. Ovvero gli schiaffi e le “rigate” sulle mani, o una punizione ancora più terribile: restare dietro la lavagna con la faccia al muro per un nonnulla.
Ho avuto alcuni insegnanti alle Elementari che erano di passaggio, tranne uno che ha rappresentato sempre il cuore di tutto l’istituto. Autorevole e sapiente. Sapeva insegnare e mi ha lasciato una traccia indelebile. Se continuo a leggere Cuore di De Amicis lo devo a lui. Mi accompagna sempre. Certo, più Cuore che Pinocchio. Dagli Appennini alle Ande non smetto di leggerlo, come la bella figura dell’Insegnante della penna rossa, affascinante con il suo sorriso sulle labbra e un faccino rosa.
Gli anni delle Medie, molti e intensi. Le mie prime poesie, le correzioni dolci della mitica docente di italiano dei primi due anni. Dolcissima. Robustella e armoniosa. Accoglieva come una madre. Mi ha insegnato a non aver timore delle interrogazioni scolastiche.
In Terza si cambiò registro. Più fatica. Giusto così. Dalle scienze a ciò che si chiamava applicazioni tecniche. La lingua e la letteratura francese in un ondivago atteggiamento. Ma il Ronsard delle rose che sbocciano e appassiscono senza lentezza l’ho capito in Terza. Sono proprio quelle rose che ho ritrovato nella canzone Marinella di Fabrizio De André subito dopo. E che nel 1970 raccontò La buona novella dai Vangeli Apocrifi mentre imperversavano le contestazioni pre ’78.
In Terza, dunque, si cambiò registro. Su tutti campeggiava la giovanissima docente di italiano e latino. Sensuale ma esigente. Intellettuale e penetrante nelle spiegazioni. La guardavo con attenzione, ma mi rimandò in italiano, che dovetti recuperare agli esami di settembre. Era il 1968. Il mio ’68. E non c’erano concessioni. D’altronde, in un piccolo paese… I paesi sono il sale della terra.
Non feci alcun approfondimento per rifare gli esami di recupero di settembre. Piccoli ripassi, ma molte altre letture. Intanto, un anno prima, a gennaio, mi aveva sconvolto il suicidio di Luigi Tenco al Festival di Sanremo. E non lo vidi come Un giorno dopo l’altro la vita se ne va, ma come Lontano lontano e Vedrai vedrai. Quella notizia cambiò la mia vita e il modo di accostarmi alla musica e alla poesia.
Tenco, gennaio 1967. Allora.
In tutti i mesi di luglio e agosto del 1968 lessi tantissimo. Da Pavese alle Anime morte di Gogol, che ho attraversato nelle Anime salve dell’ultimo Fabrizio. Ma mi tuffai a leggere i quotidiani e i settimanali. Ciò che mi ferì e che realmente mi impose una meditazione anche politica fu l’entrata dei carri armati sovietici in Cecoslovacchia e la morte del giovane Jan Palach. Si diede fuoco davanti a un carro armato. 20 e 21 agosto, piazza di Praga.
Quella Primavera di Praga di Alexander Dubček era finita nel sangue e nel terrore comunista. Mi lacerò. Allora come mi scarnifica oggi.
Ebbene, per non farla lunga.
All’esame di settembre svolsi il mio tema su questa traccia, avendo come consegna: come avevo trascorso l’estate. Raccontai di aver letto e di essere stato colpito da questa tragedia.
La docente sensuale, profumata sempre, un profumo che aleggia ancora nel mio vento, e affascinante, che mi esaminò, la stessa che mi aveva sanzionato a giugno, si sorprese tanto che disse queste testuali parole al docente di matematica: “Vedi questo… non è possibile… Un’altra volta è riuscito a capire? Come ha fatto se eravamo tutti qua…”.
Io sorrisi soltanto. Uscii dalla Terza Media con un profilo basso. Mi si consigliava, lo hanno scritto sul Libretto scolastico, che, se proprio dovevo continuare gli studi, si indicava un Istituto Tecnico Industriale.
I commenti non mi appartengono. Lascio ancora il giudizio ad altri. Mai giudicare se non si giudica prima se stessi. Mai giudicare e giustificare se non si ha il coraggio della propria consapevolezza. Comunque è andata.
La cosa peggiore fu un’altra in quel mio ’68. Vissuto in paese.
In Terza Media fui anche sospeso per tre giorni. Cosa era accaduto?
Io stavo sempre al primo banco. Non perché ero considerato un bravo allievo. Tutt’altro. Perché ero un “ciuccio”. Quindi, per non disturbare e per osservare il mio comportamento, mi si metteva per tutto l’anno della Terza Media in prima fila.
Una mattina, scherzoso e ironico come ero, scrissi un bigliettino a una ragazzetta della fila delle femminucce. Era la prima volta delle classi “miste”. Ma file separate comunque. Questo bigliettino diceva semplicemente: “Ci vediamo oggi pomeriggio?”. Cosa impraticabile per quel tempo.
Il bigliettino fu intercettato dal vice preside, che neppure lui mi amava tanto. Vice preside del mio paese, quello che, in pratica, parlando con mio padre, aveva detto che lo studio non era per me, tranne poi, a distanza di decenni, diventare un suo “consigliere” in faccende storiche e archeologiche nel momento in cui pubblicò l’ultima edizione di un buon libro sulla storia del mio paese.
Fece una nota sul registro e mi condusse dal preside. La Media dipendeva da un paese vicino, molto più grande del mio. Scattò la sospensione per tre giorni dalla scuola.
Apriti cielo a casa mia.
Mio padre sprofondò nella vergogna di un’intera comunità. Mia madre calma e fortemente addolorata. Mia sorella, che ha frequentato Media e Superiori nel Collegio dei Canossiani a Cosenza, sorrideva.
Sospensione sospesa, dunque, in poche ore, perché il preside era molto amico di mio zio Mariano, che era docente al Telesio di Cosenza e con il quale avevano studiato insieme all’università a Roma.
Con mio grande rammarico, nella stessa mattinata ritornai tra i banchi. Sospensione sospesa. Si erano ricreduti tutti. Così fu.
È un fatto che ho già raccontato comunque in un altro mio libro.
E così finì il mio tratto di strada alle Medie. Ero stato classificato come svogliato, con scarsa capacità di applicazione, soprattutto nelle materie umanistiche.
Cos’è la vita…
Cosa sono le valutazioni…
Cos’è il pregiudizio…
Cosa sono le antipatie e le simpatie…
Poi giunse il Liceo. Il primo anno terribile. Assenze e fughe. Dispetti al docente di francese che ricopriva l’incarico di referente dell’istituto, al quale non stavo bene neppure in silenzio… Ma di questo ho già detto.
Vado un po’ più in là negli anni…
L’esperienza importante alla fine delle Scuole Superiori fu il mio impegno in politica.
Mi candidai al Consiglio Comunale in paese con una lista di Democristiani e Socialisti contro una lista storica del vecchio PCI. Perdemmo le elezioni, ma venni eletto comunque consigliere di opposizione. Il primo dei tre consiglieri. Ma il capogruppo, per età ed esperienza, era addirittura il mio antico vice preside delle Medie.
Ottima persona, ma sempre con delle riserve nei miei confronti.
Era il 1975.
Alla fine della consiliatura lasciai perché, laureato, cambiai città e mi sposai. Poi inizia un’altra storia in un’altra città e tra le scogliere del mondo.
I miei primi comizi riempivano le piazze. Era il periodo della Democrazia Cristiana di Zaccagnini, di Moro, di Andreotti. Roma cambiò tutto.
Gli unici che hanno creduto sempre in me sono stati mia madre, la mia immensa madre, grandiosa donna dolcissima, e mio padre, fascistissimo e profondamente umano, caritatevole e autorevole, fino al punto che da vecchio mi dava un bacio sempre con una lacrima negli occhi.
Sono stati il mio sostegno vero. Non hanno mai smesso di credere in me.
Fino al punto che mia madre mi riempiva di libri di poesie e di santi. Mio padre di libri di storia e mi portò da Cosenza, io ancora liceale, tutta l’opera di Pavese e di Nietzsche.
Senza di loro non sarei stato nulla.
Ora, ricordando, non ritorno a quegli anni. No. Sono loro che ritornano in me.
Con mio padre, mia madre, mia sorella.
Radici che sono certezza e identità.
Il tempo è passato.
Passa sempre e tutto resta.
Ho un paese dell’anima e della geografia.
Ho mio padre, mia madre, mia sorella che dialogano in cielo.
Tutto questo è un viaggio che scorre, ma non smette di essere vivo, è vero.

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