Il mafioso si riconosce dalla prepotenza (o allo specchio)
- Postato il 9 febbraio 2026
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Il Quotidiano del Sud
Il mafioso si riconosce dalla prepotenza (o allo specchio)

Il mafioso si riconosce dalla prepotenza ma riconoscere il mafioso non significa esserlo
Molti lettori del Quotidiano, dopo la lettura della bella pagina di Antonio Anastasi sabato scorso, si saranno fatti un conto sulla punta delle dita e magari ne avranno parlato in famiglia. “Ogni calabrese sa riconoscere almeno dodici mafiosi” ha detto il capo della Dia Beniamino Fazio agli studenti di Cutro. E tutti a discutere che cosa significhi questa affermazione. Di sicuro Fazio vuole dirci che il territorio è presidiato dalla criminalità, che pretende di dividersi le zone di influenza a tavolino: da quel semaforo a quel cartello, comando io. Che certi settori, come i lavori pubblici, sono continuamente sotto attacco. Ma con quella frase in qualche modo ci chiama in causa, evocando categorie vecchie (omertà, rassegnazione) e nuove (affarismo, colletti bianchi).
Proviamo intanto a ragionare sul numero: si suppone che quella sia una media, sotto l’ombrello del corso di Pedagogia dell’Antimafia dell’Unical. Perché la Calabria è fatta a macchie, citeriore e ulteriore, città e paesi, montagna, mare e tre pianure. C’è quell’esempio che il procuratore Gratteri cita spesso: la giustizia deve aiutare la vecchietta vessata dal vicino di casa mafioso che vuole allargarsi il pollaio, nel più piccolo dei borghi. La ‘ndrangheta è prima di tutto prepotenza. Poi ci sono le città e le metropoli, dove è più facile mimetizzarsi: anche se certe supercar, lo sfarzo di certi locali non finiranno mai di stupirci.
Ma riconoscere il mafioso non significa esserlo. Maria Chindamo sapeva chi erano i suoi assassini. Lo sapevano Giannino Lo Sardo, Peppe Valarioti, Rocco Gatto. Quindi conosciamo (le persone, le famiglie) e ne capiamo i comportamenti. Nel libro di Anna Mallamo “Col buio me la vedo io” si narra una Calabria dove tutto confina. Dove ci sarà sempre un terzo cugino nei guai, un parente da non frequentare. Li incontriamo ogni giorno, è vero. I cronisti ne devono scrivere, e magari li trovano alla cassa del supermercato. Gli insegnanti conoscono i ragazzi e le loro famiglie, e spesso ne raccolgono lo sfogo: la mia vita deve essere per forza questa?
Anche i luoghi sono targati, e il paesaggio è spesso il corpo del reato. Un paese più o meno mafioso si vede dalla cura, per esempio. Dal presidio del territorio, dal modo in cui un giardino e una piazzetta sono conservati, da certi cantieri sempre aperti, dagli scheletri di cemento confiscati. Ma se io mi faccio un piano abusivo fregandomene dei vincoli, delle norme e del vicino di casa sono di certo prepotente, e quindi allo specchio riconosco il mafioso che è in me.
Quindi, arrivo a dire, si parte da noi stessi. E poi c’è la famiglia: un mio amico, calabrese onorario, sostiene che da queste parti le diamo troppa importanza. Che la famiglia è sacra, con i suoi segreti, e non si può tradirla mai. Che in nome della famiglia si giustificano anche fatti gravi, reati. C’è chi si è ribellato, e l’ha pagata cara. Ma poi sono nati progetti come “Liberi di scegliere”, con i ragazzini tolti alle famiglie di ‘ndrangheta, e qualche vita è cambiata, molto spesso grazie alle donne, alle madri.
Nel suo “L’inferno” Giorgio Bocca racconta il Sud in modo quasi sprezzante, ma reale per quei tempi. “Reggio è la città dove il 15% dei consiglieri comunali è mafioso, e tutti gli altri ne hanno paura. Platì è il paese con mille pregiudicati su cinquemila abitanti”. Il libro è datato 1992, e per fortuna tanto tempo è passato. Platì oggi è il paese più giovane d’Italia, nascono ancora bambini, e non è stato granché ricompensato dallo Stato: giace una superstrada incompiuta, i collegamenti sono disastrosi.
Anche Reggio è uscita dal buio, la città dolente raccontata da Agatino Licandro ha un’altra faccia. Sempre piena di contraddizioni, certo, e con una politica lacerata e novecentesca, come se ci fosse ancora la Democrazia Cristiana, quella del manuale Cencelli. Ma “quelli” non comandano il flusso dei voti e non fanno paura, anche se continuano a fare business, si nascondono e portano al nord i soldi sporchi.
E quindi si torna a noi, e verrebbe da dire: sì, dottor Fazio, è vero che riconosciamo i mafiosi, anche perché leggiamo i giornali. Dobbiamo impegnarci e studiare, per esempio al corso di pedagogia all’Unical, e trasmettere ai nostri figli una visione diversa del futuro di queste zone, dove il boss non è più l’ufficio di collocamento. Dove il bullismo è il primo sintomo. Arrivo anche a dire che c’è una terza via fra la Calabria come luogo buio e mostro sbattuto in prima pagina (succede ancora) e Calabria vittima della pesca a strascico della magistratura.
Però, e questa non è retorica, abbiamo bisogno delle scelte buone della politica e della classe dirigente. In questi giorni si discute molto dei danni del ciclone Harry, di un nuovo piano per il territorio: quale migliore occasione per creare nuovi posti di lavoro, il vero antidoto al mafioso riconosciuto. La sanità, altro esempio. La scuola, non ne parliamo. Perché ci siamo un po’ stufati di essere colpevoli a prescindere.
Il Quotidiano del Sud.
Il mafioso si riconosce dalla prepotenza (o allo specchio)