Il Grammy ai Cure: nove motivi per cui avrebbero dovuto vincerlo prima

  • Postato il 2 febbraio 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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I Cure hanno vinto due Grammy Awards. È successo ieri a Los Angeles, nel contesto della cerimonia di assegnazione dei premi. Uno come miglior album di musica alternativa con Songs of a Lost World, uno per miglior performance con Alone. Non un premio alla carriera mascherato, ma un riconoscimento arrivato adesso, mentre la band è ancora in scena, con un disco nuovo, pubblicato nel 2025, che non cerca scorciatoie e non fa sconti a nessuno.

Songs of a Lost World non è un album accomodante. Anzi: sono più i motivi per cui non dovrebbe piacere di quelli per cui dovrebbe. È cupo, lungo; ostinatamente lento. Per non parlare della produzione: irregolare e a tratti fragile; lontana da qualsiasi artificio contemporaneo. È un album che chiede attenzione. E poi, Alone, non è una hit radiofonica: supera i sei minuti, non strizza l’occhio a niente e a nessuno. Dimenticate Friday I’m in Love. Qui non c’è la nostalgia come rifugio, ma un presente che pesa e che pretende spazio.

Ed è proprio qui che nasce il corto circuito. Che un’istituzione come i Grammy premi oggi un disco così non è una cosa bella. È un premio che arriva con un ritardo clamoroso. Davvero dobbiamo considerare normale che Robert Smith e soci vincano il loro primo Grammy nel 2026? C’è qualcosa che non torna. Non tanto nella vittoria in sé, quanto nella sua collocazione temporale. La qualità della musica del gruppo inglese, era evidente da decenni.

Ti lascio quindi qui nove motivi per cui i Cure avrebbero dovuto vincerlo ben prima del 2026. Nove, giusto per restare fedeli al diktat di questo blog.

  1. Non hanno inventato un linguaggio che altri hanno copiato.
  2. Sono stati popolari senza mai sputtanarsi.
  3. Hanno attraversato il tempo senza inseguirlo.
  4. Che l’amore non è rassicurante, in musica, ce lo ha insegnato Robert Smith
  5. Il buio nei Cure non è mai stato una posa.
  6. Molto di quanto venuto dopo è stato da loro influenzato
  7. Non hanno mai reclamato nessun merito
  8. Non sono mai scesi a compromessi
  9. Non hanno mai chiesto consenso, semmai ascolto.

“Non è una cosa bella. Ma è una cosa giusta”.

Perché questo premio racconta un sistema che, per un attimo, si ricorda dove passa il senso delle cose. E va detto senza girarci intorno: i Cure quel senso non l’hanno mai inseguito. Non hanno nemmeno rincorso il presente cercando di adattarsi a ciò che funzionava in un determinato momento storico. Sono tra i pochi che quel senso lo hanno costruito, disco dopo disco, senza preoccuparsi di piacere. Si chiama coerenza.

“Quello dovevano fare e quello hanno fatto”.

Diciamolo chiaramente: questo riconoscimento non cambia i Cure. Figuriamoci: è facile immaginare quanto possa importare a Robert Smith. Cambia semmai — si spera — la misura di chi premia. E il fatto che se ne accorga così tardi dice molto di più del sistema che della band.
Chiudo anche stavolta con la musica, che resta il vero filo di tutto: una playlist dedicata, disponibile sul mio canale Spotify (link qui sotto). Se vuoi intervenire, fallo nei commenti — o, meglio ancora, sulla mia pagina Facebook pubblica, dove questo blog continua davvero a vivere.

Buon ascolto e buona lettura.

9 Canzoni 9… dei Cure

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Il Fatto Quotidiano

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