Il globo d’acciaio di Taiwan, gli ammortizzatori di Istanbul e le nuove tecniche antisismiche: ‘Così le città sfidano i terremoti come quello in Myanmar’

  • Postato il 3 aprile 2025
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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C’è una gigantesca palla di acciaio nel grattacielo di Taipei, a Taiwan. Oscillando, controbilancia le vibrazioni indotte dal terremoto. A Istanbul, in Turchia, l’aeroporto Sabiha Gokcen è isolato da centinaia di ammortizzatori in grado di assorbire i movimenti provocati dalle scosse. Esempi straordinari a parte, oggi l’utilizzo delle tecnologie antisismiche è sempre più diffuso e non solo in Paesi come Giappone o California, da sempre all’avanguardia perché ad alto rischio. A Tokyo, più di due decenni fa veniva realizzato il Roppongi Hill, un intero quartiere a prova di terremoto. D’altronde, dicono gli esperti, si può prevedere dove avverrà, ma non stabilire con esattezza quando. Il sisma in Myanmar (Birmania), 7.7 di magnitudo, con epicentro a 16 chilometri di Sagaing, è l’ennesima prova di quanto sia importante agire su altri fronti, dati i limiti legati alle previsioni. Proprio Taiwan e la Turchia hanno imparato dagli errori del passato. Nella città turca di Izmit, nel 1999 sono morte 17mila persone e, nello stesso anno, a Taiwan ci sono state quasi tremila vittime. Qui, però, durante il terremoto del 2024 molti edifici hanno oscillato ma retto, perché costruiti con criteri antisismici. Cruciale non è solo la conoscenza dell’ingegneria antisismica, ma anche la scelta delle aree geologiche in cui si può o non si può costruire e l’informazione fornita alla popolazione. Negli ultimi anni si sono fatti diversi passi avanti anche in Europa, dove nel 2020 è stata elaborata una mappatura del rischio sismico aggiornata. “Il rischio ha una componente geologica, una legata al modo in cui si costruisce e un’altra che riguarda il valore di ciò che si trova sul territorio, sia in termini di popolazione, sia in termini di beni, di tessuto produttivo. Basti pensare a che cosa ha rappresentato il terremoto in Emilia-Romagna” spiega a ilfattoquotidiano.it Fabrizio Storti, vice rettore e professore di geologia strutturale all’Università di Parma. C’è un abisso tra un terremoto della stessa magnitudo che avviene in pieno deserto e un altro che sorprende una città densamente popolata.

I limiti delle previsioni e i tempi di ritorno – “Noi geologi sappiamo dove avverranno” spiega. A Saigang, nel Myanmar centrale, passa una faglia sismica di 1.200 chilometri, tra le più pericolose di tutto il sud-est asiatico. Segna il confine tra la placca tettonica indiana, che spinge verso nord-est scontrandosi con l’Asia e la placca della Sonda, che fa parte di quella eurasiatica. In quell’area, tra il 1930 e il 1956, si sono verificati sei terremoti di magnitudo superiore a 7. Il problema è che le statistiche a disposizione possono fornire, per una determinata faglia, dei tempi approssimati di ricorrenza di questi eventi. “Oggi la geologia riesce a dire ‘lì prima o poi arriverà un terremoto, possibilmente nei prossimi 20 anni o 50 anni’, ma non può dare certezze sul fatto che un sisma si verificherà tra un anno. E questo pone un serio problema riguardo l’opportunità di disporre misure straordinarie come, ad esempio, un ordine di evacuazione”. Anche nel caso della Birmania, infatti, c’è stata una previsione simile: due ricercatori, 14 anni fa, avevano previsto un evento di tale portata in uno di quei segmenti di faglia “silenziosi” da troppo tempo, dove l’energia si stava accumulando pericolosamente.

La scelta del luogo in cui edificare – Ma gli studiosi avevano anche lanciato l’allarme rispetto alla nuova capitale del Paese, Naypyidaw, costruita proprio nei pressi della faglia, spiegando del rischio che correva la popolazione. “Scegliere dove costruire significa anche valutare la qualità del terreno, che influenza la stabilità dell’edificio e la capacità di amplificare le onde sismiche” spiega il vice rettore dell’Università di Parma. C’è un altro parametro che bisognerebbe considerare nella pianificazione urbanistica: “Le pianure sono generalmente più popolate, ma sono spesso frutto della migrazione nel tempo dei corsi d’acqua. E questa migrazione lascia delle sacche di sabbia, soggette a liquefazione”. È un fattore sottostimato, ma è accaduto in Emilia-Romagna, nel 2024 a Taiwan ed anche in Birmania. “Abbiamo visto edifici inclinati perché fondati su queste sacche di sabbia” dice. Certamente in alcuni Paesi la prevenzione è più difficile. In Italia, ricca di borghi medievali, c’è un numero di edifici di valore inestimabile, ma costruiti con criteri obsoleti. Soprattutto quelli edificati prima del 2009, quando è entrata in vigore la nuova normativa sismica. Ma in molte aree del mondo, esposte a un rischio sismico molto maggiore rispetto all’Italia, si edifica esattamente come è stato fatto a Naypyidaw o nell’antica capitale di Mandalay. In entrambe le città in pochi anni sono sorti edifici e grattacieli senza alcun criterio antisismico. “Una situazione venutasi a creare anche per la poca consapevolezza della popolazione rispetto al pericolo alla necessità di adottare (e far rispettare) norme antisismiche – aggiunge Storti – e all’esistenza di tecnologie oggi diffuse in tutto il mondo che permettono di salvare vite e limitare i danni”. In Giappone, i cittadini non solo conoscono i piani di evacuazione ma, a casa e in ufficio, dispongono di kit di sopravvivenza.

Materiali e tecnologie antisismiche sempre più diffuse – Oggi sono diverse le tecnologie adottate diffusamente nel mondo, fino a un decennio fa utilizzate soprattutto in alcuni Paesi ritenuti globalmente più a rischio, come California, Nuova Zelanda o Giappone. Qui da decenni si costruiscono palazzi e grattacieli con il baricentro basso, per dare maggiore stabilità, le strutture portanti sono in cemento armato o in acciaio, per garantire flessibilità e, per gli edifici più alti, vengono adoperati materiali leggeri, come calcestruzzo armato precompresso, legno, cemento con all’interno barre di acciaio al carbonio. “Tra le tecnologie, sono ormai consolidate la dissipazione, l’isolamento sismico e, per gli edifici alti, l’inserimento di masse oscillanti a una certa altezza – spiega a ilfattoquotidiano.it Beatrice Belletti, ordinaria di Tecniche delle Costruzioni presso il dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Parma – ma anche la corretta concezione strutturale dell’edificio, in termini di distribuzione di massa e di rigidezza. Si sceglie in base alle caratteristiche dell’edificio, del terreno, dell’area”. I dispositivi di isolamento sismico vengono posizionati alla base dell’edificio, che diventa elastico e resiste alle oscillazioni. Poi ci sono i dissipatori di energia cinetica, come quelli posizionati tra i piani e i sistemi Active Mass Damper, entrambi utilizzati soprattutto nei palazzi più alti.

Dalla palla d’acciaio alla torre Taipei all’aeroporto di Istanbul – Un esempio di mass damper è la ‘palla’ di acciaio inserita nella torre Taipei 101 di Taiwan, alta oltre 500 metri. È il più grande smorzatore a massa risonante del mondo: oscillando, controbilancia le vibrazioni indotte dal terremoto. Ma a Taiwan continua a crescere il numero di edifici antisismici, mentre la popolazione è ormai preparata ad affrontare questo tipo di emergenze. Sono passati più di 20 anni, invece, da quando è stata completata la realizzazione, a Tokyo, di Roppongi Hill, un intero quartiere a prova di sisma. A Città del Messico, c’è la Torre Reforma, con due muri in cemento armato a taglio, disposti a libro aperto e una facciata vetrata con cerniere flessibili che permettono all’edificio di piegarsi. “Gli esoscheletri, invece, sono una possibile soluzione per la protezione degli edifici esistenti. Si tratta di strutture metalliche che lasciano intravedere i prospetti esistenti, ma garantiscono la sicurezza dell’edificio in caso di scosse” spiega Belletti. In Italia ci sono diversi progetti, per esempio per l’ospedale Cto di Torino e quello Borgo Roma di Verona.

Cambio di paradigma in Europa – Fino a qualche tempo fa l’Europa era indietro rispetto a Paesi come il Giappone. “Negli ultimi anni c’è stato un cambio di paradigma e oggi l’obiettivo è combinare le varie prestazioni degli edifici – spiega Beatrice Belletti – tenendo conto di vari aspetti, come ciclo di vita, durabilità, sostenibilità e resistenza. Nel 2020, inoltre, è stata elaborata una mappatura del rischio, con un modello di pericolosità sismica aggiornato rispetto a quello del 2013”. La nuova mappa ha confermato quali sono i Paesi europei con la maggiore pericolosità sismica: Turchia, Grecia, Albania, Italia e Romania, seguiti dagli altri Paesi balcanici.

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Il Fatto Quotidiano

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