Il cinema e la fotografia di Agnès Varda. Cose rivoluzionarie in mostra a Roma
- Postato il 22 aprile 2026
- Fotografia
- Di Artribune
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Ci sono mostre che sembrano film. E film che sembrano mostre. Nel caso di Agnès Varda (Ixelles, 1938 – Parigi, 2019) e la sua mostra all’Accademia di Francia a Roma sono vere tutte e due le cose. Non solo perché Varda è stata fotografa, cineasta e nel nuovo millennio anche artista contemporanea, battezzata dalla Utopia Station alla Biennale del 2003 anche come performer e maestra assoluta in tutte le sue discipline.
Chi era Agnès Varda
E neanche perché, come suggerisce il sottotitolo, la mostra oscilla “Qui e Là. Tra Parigi e Roma”, tra la fotografia e il cinema. Ma soprattutto perché tutto il percorso dell’esposizione curata da Anne de Mondenard e Carole Sandrin, (in prima battuta nel 2025 al Musèe Carnavalet) si muove come un lungo piano sequenza tra la Parigi del dopoguerra e quei luccicanti anni Sessanta che vedono nascere con la Nouvelle Vague, un nuovo linguaggio e una nuova scrittura visiva. La storia comincia in una Parigi poeticamente bohémien e velata da una nostalgia di avantgarde Anni Venti. Una città che emerge dalla guerra dove una ragazza piccolina con un caschetto fitto come un elmo e degli occhi fin troppo grandi per il suo volto minuto, fotografa in bianco e nero il mondo intorno a sé a cominciare dalle sue coinquiline artiste, stampando le foto nel bidet del bagno e giocando a travestirsi o truccarsi.Volti che arrivano da un’altra epoca, segnata dalla fame e geneticamente diversa dalla nostra. Ritratti e autoritratti esistenzialisti quanto il tempo richiede, scolpiti da ombre che segnano gli zigomi, circoscritti da folte sopracciglia e resi intensi dalle ombre che scavano occhi profondissimi. Volti che Agnès cattura ovunque: sia nelle persone che nel casuale assemblage degli oggetti più disparati che lei considera opere in serie degne di un titolo, “Drôles de gueules”, in omaggio ai giochi intelligenti dei padri dadaisti.
La Parigi di Agnès Varda
La città che la circonda invece è ancora ottocentesca: un solitario pescatore in barchetta con la sua lenza nel mezzo della Senna; bambini che giocano liberi nel mezzo di strade ancora regno per soli pedoni e biciclette; cagnolini senzaguinzaglio che rispondono ai fischi dei padroni.
Varda nata in Belgio e cresciuta a Sète cittadina della Linguadoca, arriva nella capitale nel 1943 in piena occupazione nazista per iscriversi all’Ècole du Louvre dove tra tutte le tecniche sceglie la fotografia perché a suo parere era il punto di incrocio fra artigianato e arte, creazione e documentazione. Cosa che in fondo è una bellissima metafora anche per il cinema, anche se il cinema per Agnès arriverà dopo (qui dalla terza sala della mostra). Nei primi anni Cinquanta invece lei è molto più legata al teatro soprattutto a Jean Vilar direttore del Teatro nazionale popolare che l’assume come fotografa di scena e a cui lei regala ritratti iconici di attori e registi come il Gerard Philippe nel costume del principe di Homburg sceso dal palcoscenico e immortalato tra le grate di un montacarichi.
I suoi ritratti le rendono. Genitori chiedono di immortalare i loro bambini. Riviste la ingaggiano per speciali reportage. Lei fa posare grandi e piccini, amici e colleghi, star e illustri sconosciuti tutti con inventive messe in scena. Ecco Alexander Calder che agita un suo “mobile” in mezzo a un incrocio; Giulietta Masina di fronte all’insegna del negozio “Gelsomina”; Federico Fellini in un apocalittico scenario tra le pietre della fortificazione della Porte de Vanves; Brassaï costretto a posare in piedi contro un muro a Place des Vosges. La piccola donna con un caschetto da Giovanna d’Arco li convince sempre tutti.
I ritratti di Agnès Varda
Non è solo una straordinaria ritrattista è già regista. La sequenza che costruisce nel dicembre del 1955 inseguendo tra i viali di Parigi e le stazioni del metro la sua alata nipotina invitata a partecipare a un presepe vivente vestita da angioletto, è un piccolo corto metraggio. Ne aveva già girato uno in parte a Sète, in parte in quel piccolo cortile stretto e lungo della sua casa di Rue Daguerre. Comprata nel 1951 (forse ispirata dal nome del padre della fotografia) l’ex bottega di un corniciaio diventa lo spazio dell’anima e del lavoro della Varda. Quel cortile raccoglie la sua vita e gran parte della sua opera. È lì che vivrà con Jacques Demy,crescerà con lui i suoi figli e farà nascere i suoi lavori. Le foto immortalano Agnès con amici celebri e non, scene conviviali, momenti di scrittura, bambini, gatti e piante. Quel cortile stretto dal pavimento scombinato, con le sculture degli amici, la finestra dei vicini in affaccio sarà il palcoscenico della sua personale commedia umana. Una collana di immagini e “tranches de vie” che lei esplora, colleziona perché diventino materia dei film progettati (molti) e realizzati (troppo pochi). Eppure, si gridò alla nascita di una grande regista quando uscì “Cléo dalle 5 alle 7” un film che sembra una mostra. Storia della bella e bionda Cléo che attraversa la paura in tempo reale attendendo il risultato di un’analisi che le dirà se ha o meno un cancro. E con questa angoscia, mista a speranza e sospensione Cléo attraversa Parigi in un abbandono da “flaneur” tra luoghi iconici e incontri occasionali.
Il cinema di Agnès Varda e il film scomparso
Fino alla conclusione onirica e surreale che vede Jean-Luc Godard e Anna Karina agitarsi in un cortissimometraggio accelerato come un vecchio film muto. Agnès è l’unica regista donna accettata nella NouvelleVague anche grazie all’amore che l’ha legata fino alla fine a Jacques Demy incontrato a un festival nel ‘58. E mai più abbandonato. Unica in un gruppo di maschi che volevano fare la rivoluzione e che le concessero uno spazietto. Pronto a richiudersi se necessario. Come narra la “non bella” storia che si legge in catalogo quando il gruppo nel 1978 si decise a fare un politico film collettivo dal titolo “Loin du Vietnam”. Episodi firmati da Godard, Resnais, Demy, Lelouch, Varda. A Chris Marker il compito di assemblare il tutto. Ma nel montaggio finale il corto di Agnès scompare. Di quel suo lavoro non è rimasto neanche un metro di pellicola. Sopravvivono solo qualche foto di scena in bianco e nero, un quaderno di appunti con una sinossi che racconta le sedici scene del film e una dichiarazione bellissima “Voglio parlare delle donne di fronte alla guerra. Voglio raccontare la storia di una donna che non sa niente, che non capisce la guerra del Vietnam. Una madre senza coraggio che ha solo paura delle bombe”. Un approccio evidentemente troppo rivoluzionario persino per Godard.Ma è il mondo di Agnès grandissima ritrattista dei sentimenti veri, semplici e dei gesti spontanei. Interprete dello spirito di un’epoca irripetibile. Documentarista alla Balzac capace di trasformare un mercato in una galleria fisiognomica (nel corto del 1958 “Opéra-Mouffe”) e un cortile in un teatro perenne. Per non parlare di una mostra che sembra un film e che si consiglia di non perdere: a Villa Medici fino al 25 maggio.
Alessandra Mammì
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L’articolo "Il cinema e la fotografia di Agnès Varda. Cose rivoluzionarie in mostra a Roma " è apparso per la prima volta su Artribune®.