“Il cane considera fratelli gli altri cani? Assolutamente no, e lo capisco”

  • Postato il 15 marzo 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Da un racconto apocrifo di Carlo Emilio Gadda. Indubbiamente la mentalità del cane contiene parecchie incognite, tuttora sfuggite all’analisi dei biologi. Le sue virtù essenziali (ubbidienza, sottomissione, fedeltà) subiscono in certi momenti come delle brevi crisi che non costituiscono affatto una rivolta, ma piuttosto una momentanea distensione dei nervi, necessaria al buon equilibrio della sua giornata. Ciò è tanto vero che, dopo essersi messo d’un tratto a correre saettando tra le gambe di una folla in perpetuo moto, tra un interminabile ressa di veicoli; e sparendo, senza dare il minimo ascolto ai richiami; il cane, ritornando al padrone, non riesce a spegnere una scintilla di riso che gli frizza negli occhi, né a spianare una piega di gioia annidata agli angoli della bocca: e se mantiene ferma la coda e basse le orecchie, è per ipocrisia, insegnatagli dalla connivenza con l’uomo. Clara, mia sorella, ne ha uno. Considera fratelli gli altri cani? Assolutamente no, e lo capisco. Come tollerare le loro invereconde ispezioni anatomiche, le sconce insinuazioni del loro muso, gli insani significati espressi dal loro sguardo torbido? Ai circoli viziosi descritti da essi intorno alla sua altezzosa noncuranza, nel suo concetto essi erano veramente indegni dalla benché minima considerazione. Non esistevano. E una parca irrorazione di spigoli di negozio, o di ruota d’automobile ferma, o di un cestino dei rifiuti ai margini di un marciapiede, era tutto ciò che egli poteva dedicare alla loro nullità.

Da un articolo apocrifo di Vasco Pratolini. In una piccola città rissosa di una rissosa provincia toscana avevano il vizio del coltello. Primario dell’ospedale era un chirurgo, Lorenzo Menabuoni, che godeva di grande e meritata fama. Sicché, se correva una sfida fra giovani turbolenti, prima di dar corso alla rissa e di venire ai fatti, i contendenti s’informavano: “C’è il Menabuoni oggi in ospedale?” No, era assente: e allora si limitavano a prendersi a pugni e a darsele di santa ragione, senza metter mano al coltello. Sì, era presente: e allora cavavan di tasca la lama, tanto erano certi della sua bravura nel rabberciar ferite e ricucire fori e sfregi in faccia, in petto e all’inguine. Tanta, anche, era la reciproca fiducia in coltelli leali ed esperti nell’evitare ferite mortali, che avrebbero mandato il ferito al Creatore e il feritore all’ergastolo. D’altronde, mai che capitasse una denuncia; il feritore era sempre uno sconosciuto; e il Menabuoni, quando al tavolo operatorio li rimproverava deplorando l’uso del coltello, si sentiva rispondere: “Si sapeva che c’era lei”, come un motivo, un incoraggiamento, quasi un’istigazione al teppismo!

Da un articolo apocrifo di Paolo Fabbri. Mia nonna era una contadina di sano e retto giudizio: il suo analfabetismo aveva affinato il discernimento. Quando le annunciai che volevo fare l’università e dedicarmi allo studio, disse: “Mi pare una professione che non finisce mai”. Raccontai il suo commento a Eco e ad Abruzzese, che lo apprezzarono con una di quelle risate che in Abruzzese erano tutte gioviali, in Eco sempre un po’ saturnine.

Dal diario apocrifo di André Gide. Rifulge il contegno degli emigrati russi odierni, i quali, con dignità di gran signori, hanno scelto, come giochi, i mestieri più umili, mostrando come si possa restar nobile servendo un villan rifatto a un tavolino di caffè, o attaccando manifesti per le strade. E sono patrizi sul serio, gente che da secoli non conosceva necessità pratiche. Hanno fatto vedere, senza un lamento né una petulanza, come il mondo possa recare tutti i mali possibili, ma avvilire no.

Da un articolo apocrifo di Toti Scialoja. Coerenza plastica, astrazione stilistica, scansione ritmica, valori tattili, senso tonale: tutte cose giuste e belle, signori critici d’arte; ma è certo che come ci starebbe bene a capo del mio letto la foto nuda su raso rosso di Marilyn Monroe, una Madonna di Raffaello non ci saprebbe stare.

Dal diario apocrifo di Ivy Compton-Burnett. Remy de Gourmont, poeta, romanziere, giornalista e critico d’arte francese vissuto tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, era lebbroso e si faceva vanto raro di essere l’unico lebbroso d’Europa. Bisogna dire davvero che migliori esempi di mania francese per l’eccezione può darsi che se ne diano, ma non è facile.

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Il Fatto Quotidiano

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