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Il calvario di Denise: sfruttata dai Cosco per inchiodare Lea, uccisa due volte

  • Postato il 12 settembre 2026
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  • Di Quotidiano del Sud
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Il calvario di Denise: sfruttata dai Cosco per inchiodare Lea, uccisa due volte

Il Quotidiano del Sud
Il calvario di Denise: sfruttata dai Cosco per inchiodare Lea, uccisa due volte

Il dramma di Denise Cosco tra sofferenza e coraggio, fiori anche per lei nel giardino intitolato alla madre Lea, uccisa la seconda volta



PETILIA POLICASTRO – Il calvario di Denise Cosco, terminato in un suicidio su cui ora si indaga, è un percorso di sofferenza, paura e straordinario coraggio. Nata quando Lea aveva poco più di 17 anni, Denise era per la madre molto più di una figlia. Era un’amica con cui scambiare i vestiti, andare ai concerti e condividere il letto nei mesi in cui Lea, terrorizzata dalle minacce del clan che faceva capo al padre di Denise, Carlo Cosco, dormiva con un coltello sotto il cuscino.

Un rapporto simbiotico sfruttato dai killer di sua madre, per i quali Denise doveva trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Nel grimaldello per attirare Lea in trappola a Milano sfruttando le difficoltà economiche della madre. L’alibi perfetto per il padre, Carlo Cosco, che decise di non partecipare materialmente alla fase del sequestro proprio per poter recitare la parte del genitore estraneo al fatto ed evitare di figurare come il primo e immediato sospettato.


Il viaggio del silenzio


Subito dopo la scomparsa di Lea nel nulla milanese, per Denise inizia un incubo kafkiano. Costretta a salire in auto per fare ritorno in Calabria insieme al padre, a suo zio Massimo Cosco e a un conoscente di nome Diego, la ragazza visse ore di strazio profondo mentre gli uomini in macchina ridevano, scherzavano ed erano visibilmente felici.

Arrivata a Petilia Policastro, rifiutò la proposta del padre di andare a vivere dalla nonna e scelse di stare con la zia Marisa Garofalo. Nei mesi successivi, pur avendo capito fin dal primo istante la verità – e cioè che era stato suo padre a fare sparire la madre – Denise fu costretta a fingersi ignara, a girare con lui e a sorridere per pura e disperata sopravvivenza. «Mentre giravo con lui ho fatto finta di niente, come ho fatto finta di niente tutto l’anno successivo. Non ho insistito con mio padre, devo fare la stessa fine di mia madre?».

La morsa del clan

Un terrore alimentato dalla consapevolezza di essere sola, senza protezione e costretta a sottostare alle regole del clan. Persino poche settimane dopo la scomparsa della madre, fu costretta a partecipare alla festa per il suo compleanno organizzata dal padre nella frazione Pagliarelle. E quando cercò timidamente di allontanarsi, l’apparato scattò immediatamente: lo zio Vito Cosco mobilitò il cugino Daniele Costanzo per far arrivare alla zia Marisa l’ordine tassativo che Denise rientrasse subito all’ovile.

Nelle intercettazioni dell’epoca emerge tutta la disperazione della ragazza. «Ma cosa devo fare? Così fanno fuori pure me? Devo stare zitta e basta, perché loro questo temono… Quando scendo non so neanche se vado in carcere, a vedere quella faccia di cazzo».
In quel contesto di isolamento e minacce silenziose, Denise scrisse persino una lettera al padre in carcere – dal contenuto affettuoso (“per papà, ti penserò, anche se lontano da me ti sono vicina…”) – che non spedì mai e che ammise di aver vergato unicamente perché qualcuno le intimava di farsi viva per non destare sospetti nei parenti paterni che la circondavano.


Dal baratro alla dignità del teste chiave


Nonostante le difese degli imputati abbiano cercato in tutti i modi di smontare la sua credibilità puntando su marginali contraddizioni, le sentenze hanno blindato il valore della sua testimonianza, esaltandone la coerenza, la lucidità e la straordinaria maturità dimostrata a dispetto della giovanissima età. Denise, che nei corridoi protetti ascoltava le macabre testimonianze sulle modalità agghiaccianti con cui fu uccisa la madre, è il teste chiave che ha smontato le bugie dei carnefici, raccontando anche dei prodromi della tragedia, come il tentato rapimento subito da Lea a Campobasso nel maggio 2009 a opera del finto tecnico delle lavatrici poi condannato.

La sua scelta di costituirsi parte civile contro il padre (dichiarato decaduto dalla potestà genitoriale e condannato all’ergastolo) e di rientrare sotto la protezione dello Stato ha segnato il definitivo taglio con un mondo di omertà e violenza familiare. Ma il calvario è stato pesantissimo e non ce l’ha fatta.


L’inchiesta e i sigilli all’appartamento


La Procura di Velletri ha sequestrato l’appartamento dal quale Denise si è lanciata. Sarà analizzato anche un secondo cellulare rinvenuto nel corso del sopralluogo. Nella prossima settimana, i pm, che procedono per istigazione al suicidio, sentiranno il suo compagno, che era in casa al momento della tragedia, quale persona informata sui fatti.

I fiori e il nome


Ai funerali laici di sua madre celebrati a Milano, parlando da una località segreta davanti a tremila bandiere, Denise ha racchiuso tutto il senso del loro sacrificio. «Se è successo tutto questo è solo per il mio bene e non smetterò mai di ringraziarti. Per me è un giorno triste ma la forza me l’hai data tu. Grazie, mamma». Anche Lea si sentiva forte con Denise. Ora è morta due volte. Per questo in tanti stanno deponendo un fiore per Denise nel giardino intitolato a Lea in via Montello, a Milano, che sorge dov’era il quartier generale dei Cosco. Qualcuno con un pennarello ha aggiunto anche il nome di Denise alla targa commemorativa.

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Il calvario di Denise: sfruttata dai Cosco per inchiodare Lea, uccisa due volte

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