Il Caffè Norman in centro a Torino riapre ma resta l’ombra dell’inchiesta Postalcoop
- Postato il 28 aprile 2026
- Cronaca
- Di Quotidiano Piemontese
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Il noto locale torinese riprende l'attività dopo la chiusura, tuttavia la gestione rimane segnata dalle complesse vicende legali legate all'inchiesta Postalcoop. La riapertura rappresenta un segnale di ripresa, ma le questioni giudiziarie pendenti continuano a pesare sulla struttura e sulla sua reputazione in città. La situazione resta in evoluzione con sviluppi ancora attesi.
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TORINO – La riapertura del Caffè Norman di via Pietro Micca segna un timido ritorno alla normalità per uno dei locali storici del centro di Torino. Dietro la serranda rialzata, però, resta una vicenda complessa, fatta di indagini, fallimenti e centinaia di lavoratori rimasti senza occupazione.
L’indagine “Epicentro”
Il bar era stato chiuso lo scorso settembre nell’ambito dell’indagine “Epicentro”, coordinata dalla procura di Torino, che ha portato al sequestro di beni per oltre 26 milioni di euro. Al centro dell’inchiesta, un presunto sistema di frode fiscale da circa 100 milioni, basato su appalti fittizi, fatture false e società create per accumulare debiti fiscali e poi essere abbandonate.
Secondo gli inquirenti, il perno del sistema sarebbe stata Postalcoop, società considerata una “struttura filtro” utilizzata per aggirare le regole del settore della logistica e offrire servizi a prezzi fuori mercato a grandi clienti. Parallelamente, il gruppo aveva investito anche nella ristorazione, rilevando locali come il Norman e alcuni ristoranti, poi finiti sotto sequestro.
Il fallimento di Postalcoop
La riapertura del bar rappresenta oggi l’unico segnale positivo in una vicenda che ha avuto pesanti ripercussioni occupazionali. Il fallimento di Postalcoop, dichiarato dal tribunale di Ivrea a novembre, ha infatti lasciato a casa quasi mille lavoratori tra magazzinieri, corrieri, cuochi e camerieri. Molti di loro erano stati impiegati attraverso società “serbatoio”, realtà di breve durata che – secondo l’accusa – non versavano contributi né imposte, accumulando debiti prima di essere sostituite da nuove aziende.
“Le società serbatoio non versano contributi né imposte – aveva sintetizzato il giudice per le indagini preliminari Lucia Minutella nel decreto di sequestro –. In pochi anni accumulano debiti ingenti nei confronti dell’erario e vengono poi abbandonate, sostituite da nuove società”.
Nel frattempo, una parte dei lavoratori ha iniziato a vedere qualche sviluppo. Una decina di persone è stata riassorbita proprio al Norman, mentre altri attendono ancora risposte. Solo a febbraio, ad esempio, 81 ex dipendenti di una delle società coinvolte hanno potuto avviare le procedure per recuperare Tfr e stipendi arretrati, in alcuni casi fino a 20mila euro.
“Non possiamo accettare che questo fallimento diventi l’ennesimo schiaffo ai lavoratori – commenta Giuseppe Santomauro della Filt Cgil –. Stiamo seguendo circa 70 persone, ma la nostra battaglia riguarda quasi mille lavoratori coinvolti”.
Intanto, la vicenda giudiziaria è tutt’altro che conclusa. Oltre all’inchiesta torinese, anche la procura di Ivrea ha aperto un fascicolo, partendo dalle analisi del curatore fallimentare. Sul tavolo degli investigatori ci sono nuovi accertamenti che potrebbero portare a ulteriori contestazioni, tra cui l’ipotesi di bancarotta fraudolenta.
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