Il brutto tra politica e filosofia ha preso il sopravvento e restiamo all’estremo limite nel tempo delle crisi
- Postato il 23 marzo 2026
- Antropologia Filosofica
- Di Paese Italia Press
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Pierfranco Bruni
Se la politica si è suicidata, la cultura, la filosofia e il pensiero sono assenti. Le civiltà muoiono nel sarcasmo degli uomini. Non ci sono più ribelli: ci sono conformismi, a sinistra come a destra. Categorie ormai incomprensibili, immerse in una disarmonia terribile. Noi siamo categorie? La filosofia parla di “ente” o di “cose”. Disgrazia di un destino apocalittico.
Si vive in un contesto in cui pensiero e politica sono contrapposizioni? Cerco di chiarire un rapporto che si presenta spesso come conflittuale, soprattutto oggi. Da un lato l’impegno concreto della politica, dall’altro la ricerca della filosofia. Questa tensione non è estranea alla storia del pensiero e la si ritrova in modo acuto in un libro importante come Confessioni di un impolitico di Thomas Mann.
Il libro aiuta a comprendere che la politica non esaurisce il compito del pensiero e che la filosofia non può ritirarsi in un vuoto lontano. Mann scrive mentre l’Europa è in guerra. Rifiuta la funzione dell’intellettuale che fornisce slogan utili all’azione immediata. Sceglie una fedeltà diversa: quella di mantenere la complessità dell’esperienza senza ridurla a programma.
Per lui la politica chiede di assumere una scelta dichiarata, ripetibile e difendibile in pubblico. La filosofia, al contrario, abita domande che restano aperte. Quando la politica trasforma quelle domande in risposte brevi, perde qualcosa di essenziale. Mann non rifiuta la politica come prassi, ma rifiuta di sacrificare la profondità del giudizio alla velocità della dichiarazione quotidiana, o meglio del presente.
Questo non è disimpegno. È la consapevolezza che la filosofia ha un ruolo specifico: rallenta il ragionamento, mostra contraddizioni e mantiene viva la possibilità dell’errore. La politica efficace ha bisogno di decisioni e di sintesi; la filosofia ha bisogno di esitazione e di revisione. Entrambe non servono semplicemente “alla storia”, ma operano con tempi differenti.
Mann sceglie il tempo della filosofia perché crede che il racconto prolungato dell’ambivalenza salvi il lettore dalla semplificazione.
Cosa vuol dire tutto ciò? Ho sviluppato un discorso ponendo i concetti come modelli quasi astratti, apparentemente avulsi dalla conflittualità attuale. Ma oggi questa scelta appare ancora rilevante. La comunicazione pubblica accelera e produce frasi che si consumano in poche ore.
Il pensiero filosofico resta utile se mantiene una reale apertura e se ricorda che ogni scelta politica poggia su domande mai chiuse una volta per tutte. Non si tratta di contrapporre contemplazione e azione, ma di riconoscere che l’azione politica resta povera quando dimentica il lavoro lento del concetto.
Mann non propone una fuga: propone la custodia della complessità. La politica senza filosofia diventa procedura vuota; la filosofia senza politica rischia un’astrattezza sterile. La loro relazione vive nella distinzione dei compiti.
Oggi tutto questo sembra non esserci. Perché? Perché le ideologie sono diventate una violenza semantica. Perché la storia si è destabilizzata e interessa solo l’attualità. Perché le società sono vittime del pressapochismo.
Siamo alla fine delle civiltà. Le lacerazioni valoriali hanno creato rotture tra pensiero e azione. La politica è finita e la filosofia vaneggia.
Insomma: Hegel è un fenomeno concluso, Marx è morto, Nietzsche è diventato una maschera. Il Novecento è dimenticato. Resterebbe Gentile, ma nessuno lo comprende. Le macerie si sono fatte cenere.
L’uomo dei nostri giorni è, in modo brutale, ignorante. Chi si salva? Se rispondessi, sarei arrogante. Pavese diceva che chi non si salva da sé non lo salva nessuno.
È questa la vera confessione del tragico che incombe sui nostri passi. E intanto i conflitti non smettono di uccidere.
Il brutto tra politica e filosofia ha preso il sopravvento e restiamo all’estremo limite nel tempo delle crisi. Ciò significa che il fallimento dell’estetica ha creato una voragine. Punto.
Se vuoi, posso anche proporti una versione più “giornalistica” oppure più filosoficamente strutturata (con passaggi argomentativi ancora più netti).
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