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Il 4 aprile 1999 ci lasciava Francesco Grisi. Una letteratura tra vissuto mediterraneo e spiritualità, verso il Centenario della nascita

Il 4 aprile 1999 ci lasciava Francesco Grisi. Una letteratura tra vissuto mediterraneo e spiritualità, verso il Centenario della nascita


Pierfranco Bruni

Sono trascorsi anni. Decenni. Il linguaggio di Francesco Grisi è dentro il vissuto di una profonda spiritualità. Il 4 aprile del 1999 moriva Francesco Grisi. I Mediterranei e il Mediterraneo sono luoghi e saperi, anima e metafore. I mari della terra, in Francesco Grisi, di cui ricorre il quindicesimo anniversario della morte, appunto il 4 aprile, sono scavi di vita. Il Mediterraneo come luogo di un abitare la geografia dell’anima, dell’esistere, dei paesaggi. In una poesia datata luglio 1967, ore 18, Francesco Grisi (nato a Vittorio Veneto nel 1927 e morto a Todi nel 1999) annotava: “Viaggiare non è vedere/viaggiare non è affermarsi”. Si va verso il Centenario della nascita.
Il tema del viaggio, in Francesco Grisi, resta fondamentale. Il viaggio e il viaggiatore. Andare e tornare nelle maree del tempo.
Il viaggio nella poesia e la poesia che si fa viaggio. Poeta del viaggio. Poeta del ritorno. Un linguaggio che si abbandona al racconto e si lascia ascoltare non con una tensione narrante, ma con un battito lirico che ha richiami di antichi segni metaforici. Il raccontare è soltanto un incidere nel linguaggio, anche se la punteggiatura resta comunque nella cadenza poetica.
La poesia di Francesco Grisi è una recita costante che si definisce su alcuni riferimenti di fondo. La materia del linguaggio è parola vissuta, sofferta, angosciata. Il linguaggio è un’onda di nostalgia che si intreccia a dimensioni oniriche, che ritrovano eredità messianiche e approfondimenti ellenici.
La Calabria di Pitagora o il cielo della Magna Grecia rendono alcune delle tante fisionomie del Mediterraneo: “Il Mediterraneo/è la mia piazza infinita”. Qui, nella poesia di Grisi, non è soltanto un luogo geografico, ma è soprattutto un luogo dell’essere che si manifesta attraverso gli strumenti della poesia. Una poesia che ha suoni ed echi a volte andalusi, che si dichiarano in un progetto di vita che sprigiona tenerezza, confessioni d’amore, cammini che solcano il tempo.
I luoghi del tempo sono, infatti, i luoghi di quella poetica del mito che si intreccia con i giochi della memoria. I ricordi sono nella memoria. È profondamente una poesia della memoria. Una poesia del viaggio e del ritorno.
Il cerchio infinito, metafora grisiana, che è il sentiero metaforico di una circolarità del tempo, non vive solo dentro la concezione della vita, ma è parte integrante di una visione della letteratura nel rapporto con il tempo e con la vita stessa.
L’amore, la fede, il viaggio, il tempo-mito sono dei “dettagli” che costruiscono la poetica di Grisi. E il linguaggio è quello che viene recuperato dalla sua prosa e trasformato nella metafora lirica.
Francesco Grisi resta profondamente un poeta. Un poeta dei colori. Un poeta che realizza immagini, ma sa catturare, con i fantasmi delle parole che si agitano tra un salire e uno scendere nei versi e nell’intreccio dei ricordi, intercettazioni oniriche.
Quelle intercettazioni oniriche rendono comprensibile la pazzia. L’amore, la fede, le avventure girano nell’immenso misterioso della pazzia. Un percorso pavesiano è dentro il senso poetico di Grisi, ma ci sono verniciature lorchiane che sprigionano, appunto, il vento di un Mediterraneo che non abbandona mai la liricità della sua poesia.
Il pavesismo: “Al termine/del giro – cerchio ci accorgeremo/che c’è il nulla. O il tutto./Il nostro incontro è un gioco…/Nella sera hai tremato” (da “Stanotte hai detto che il giorno”).
Ma Grisi ha una sua autenticità di fondo. Le parentele formano l’intelaiatura letteraria, formativa, critica. Ma il poeta ha una voce autentica e originale, soprattutto per la misura del verso e per il metro del linguaggio. Linguaggio che diventa vita e tempo. Il mare e il deserto sono le metafore che hanno un significato certamente poetico, ma anche culturale: l’incontro tra la cultura dell’Occidente e quella dell’Oriente.
La donna orante, la donna preghiera, la donna viaggio, la donna attesa, la donna peccato, la donna amante rappresentano tutte la donna profezia, ma anche la donna nostalgia: “Vorrei amarti in un dolciastro tramonto/nella gialla foresta dei girasoli” (da “Risvegli improvvisi”).
L’uomo, con il suo bisogno di rivelazione e di redenzione, ha un suo cammino specifico e recita senza maschere la nudità del sentimento. Un sentimento che condensa manifestazioni di tempo.
Così in “Nel pensiero di te”: “Nel pensiero di te incontro il peccato./Il desiderio corrompe il sogno./Il fantasma nell’attesa è più del reale./I baci finiranno dopo la notte./E le mani geleranno per paura./Ti guardo. E mi accomodo con il tuo fantasma./Deserto e cielo. Carovane promesse./Mi perdo. E non mi trovo nel risveglio./L’amore è sogno che resta eterno./È strano come tu possa resistere/In questo mio amore cattolico./Forse il cuore non chiede ricompense./L’abitudine è la nostra terra peccaminosa”.
È una delle poesie che rivela una straordinaria tensione lirica e sentimentale. Un vissuto che entra nella parola e viceversa. Un vissuto che comunque non lascia trasparire quella storia raccontata come cronaca.
Quest’amore immenso segna nel tempo il poeta e l’uomo, in un linguaggio (ovvero in una semantica di perfetta eleganza nell’originalità dell’offerta stilistica) che si fluidifica e trasmette incanto e immagini. Questa pazzia dell’amore peccaminoso, vissuto però con la bellezza che si addice al poeta, fa coppia con i temi di un ellenismo marcato, nel quale il ritornare alle appartenenze perdute, alle radici, alla terra è un costante singulto dell’anima. L’isola dell’anima.
Il ritorno all’isola, al paese, al centro di un’identità riporta una linea mediterranea di matrice kavafisiana ben indicata.
L’Itaca, che è ritorno in Grisi, ha un valore mitico ma anche cristiano, di una cristianità paolina. Il senso di morte è un “sentimento” di comunione che diventa un “affettuoso sentiero”. Affettuoso sentiero è appunto il titolo di un suo libro di poesie risalente al 1994, mentre le poesie di Un amore sono del 1992.
L’amore, dunque. L’amore sogno che racconta una favola. Ma il tempo del sogno ci riporta al viaggio. La vita come viaggio nella letteratura, che è viaggio grazie a una indefinibile nostalgia.
La poesia di Grisi si traccia proprio attraverso l’indefinibile nostalgia, in una memoria che continua la sua recita oltre la vita stessa. Restano i segreti nel misterioso incanto: “Ho segreti da custodire. Teneramente” (da “Nel confine della solitudine”, in Affettuoso sentiero).
Non solo metafora, ma il misterioso, come si diceva, che gioca in quel cerchio magico che raccoglie il tempo. Il mare, i ritorni, le partenze, la provvisorietà sono singulti dell’anima. Spazi indefinibili nel cerchio dell’infinito.
Francesco Grisi è un poeta del viaggio nel tempo, che intreccia i fili di un tempo che è memoria, magia e nostalgia.
Poesia della nostalgia? Poesia nel destino dei segni che incidono solchi. Tutta la nostalgia di Grisi è nostalgia del centro e del labirinto. Il labirinto non è solo grecità. È Oriente che incontra l’Occidente. Ovvero è l’incontro dei Mediterranei. Mediterranei che non sono territori e spazi, ma restano una profonda dimensione spirituale. Una geografia dell’essere e del tempo.

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