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Ibico e la riva del mito. Magna Grecia come coscienza mediterranea

  • Postato il 30 luglio 2026
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  • Di Paese Italia Press
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Ibico e la riva del mito. Magna Grecia come coscienza mediterranea

Pierfranco Bruni

Ibico nasce a Rhegion intorno al 570 a.C. Muore probabilmente a Corinto, dopo il 522 a.C. La sua è poesia lirica corale. Verseggiatore greco della metà del VI secolo a.C., in Magna Grecia. Dire Ibico significa rileggere la storia della letteratura nella sua classicità, tra viaggio ed esilio.
Ibico:
«A primavera i meli cotogni, bevute l’acque vive dei fiumi, fioriscono nell’inviolato giardino delle Vergini; e i fiori della vite, sotto i tralci ombrosi, sbocciano rigogliosi».
Ibico è una riproposta. Serve a penetrare i tessuti di civiltà. Rileggerlo è ascoltare profezie. Si ritorna a parlare della grecità e dell’eleganza lirica di Ibico. È il rappresentante di una grande poesia mediterranea della Magna Grecia.
L’antico che è in noi. Il sentimento dell’antico è profezia che va oltre la storia. C’è il mito.
Sulle rive del mito la Magna Grecia è un lungo racconto. La memoria attraversa i territori del Mediterraneo che abitano la nostra storia. È un racconto che recita frammenti di tempo. È riappropriazione di segni che si lasciano ascoltare tra i venti della nostalgia.
Per metafore e per simboli si è sviluppato il percorso di una letteratura che ha radici nel Mediterraneo. Con i temi e le analogie si presentano nella loro interezza. Resta a vivere una memoria che, nonostante tutto, ci manca. Perché ci manca quella poesia. Cosa recuperare? Cosa lasciare? Cosa segnare come tracciato di un destino? Gli echi che ci riportano a quel tempo — tempo che è stato e continua a vivere nella coscienza — sono le voci dei poeti.
È la voce della poesia. Il Mediterraneo è un intreccio tra Occidente e Oriente. Culture e civiltà sono vita nel tempo e nella storia.
Sulle rive della nostalgia il mito si intreccia nelle parole. C’è stata una Magna Grecia.
La Magna Grecia di Ibico, di Nosside, e poi la recita degli altri: da Leonida a Stesicoro.
C’è stata una Magna Grecia nella poesia latina. Orazio e «Le Camene latine». C’è una Magna Grecia che ha percorso tutta la cultura moderna e contemporanea e continua a vivere nel presente. Questo presente si raccoglie come suono nella conchiglia del tempo. Lo viviamo come se vivessimo i giorni della memoria, fruscio nel nostro ascoltare. Un ascoltare che è sogno. Che è vita. Che resta, appunto, nostalgia.
E la poesia è un andare tra i rivoli di una nostalgia che ha senso anche nel nostro tempo, fatto di maree, di viaggi, di metafore, di popoli con richiami antichi. Ma è qui, tra queste rive della Magna Grecia che si leggono come mito, che è nata la cultura occidentale. Una cultura con eredità che provengono dall’Oriente e che disegnano il quadro di una nuova visione, vissuta tra storia e poesia.
La Magna Grecia, in fondo, è un tracciato.
Non soltanto culturale. È tracciato di consapevolezza, di radicamenti, di appartenenza. Ha disegnato un quadro spirituale e testamentario. È linea geografica e, insieme, profondamente etica e filosofica. Ci sono due strade che si completano in questo viaggio: la leggenda e la tradizione.
Non si può «vivere» la Magna Grecia senza porre come base la complementarità di questi due modelli, che racchiudono il senso del mito nel passaggio tra antico e moderno.
L’antico e il moderno sono i due principi portanti per una consapevolezza della ragione dell’essere mediterranei, e quindi del vissuto della Magna Grecia. La Magna Grecia è il Mediterraneo. Non si possono disconoscere le indicazioni della poesia e, più in generale, della letteratura. Ieri e oggi.
I confini prestabiliti hanno due riferimenti: la storia e il mito. La letteratura, o meglio la poesia, non è tramite tra questi «pilastri».
La poesia è dimensione simbolica che già vive nel mito. E il mito è indefinibile, ma c’è. Si lascia ascoltare. I poeti, quelli che restano, sono i «legislatori» del mito. Sulla sponda del mito, le eredità letterarie sono principalmente eredità esistenziali. Lasciano segni nella contemporaneità.
Quella poesia si traduce in metafora. La metafora è nel tempo.
Ibico scriveva:
«Ora non ho desiderio di cantare
Paride ingannatore di ospiti
né Cassandra dalle agili caviglie
e gli altri figli di Priamo e il giorno nefasto
della presa di Troia;
né la splendida virtù degli eroi
che le cave navi ben connesse portarono,
sventura per Troia, eroi gloriosi; (…)
e qual numero di navi da Aulide
da Argo attraverso il mare Egeo
andarono…».
Sulla sponda del mito i simboli richiamano quei tasselli di un mosaico. È un andare, un incontrare il tempo dell’essenza. Forse è questo il tempo che ci manca. O forse vorremmo ritrovarci ancora sulla sponda dei mari, a capire il senso della Magna Grecia, recitando il gioco infinito di un sentimento che è quello del ritorno.
La grecità non è soltanto forma simbolica.
È l’essere che attraversa le coscienze.
Anzi: è la coscienza che diventa consapevolezza di un processo culturale che diviene profondamente etico ed esistenziale, in un quadro di valori la cui eredità è nel rispetto delle appartenenze, in cui l’eros ha una sua forza indelebile, tema molto caro a Pavese, che tradusse così Ibico:
«Ma per me Amore in nessuna stagione riposa: simile al vento di Tracia che d’improvviso, rosso di folgori, muove da Cipride con torride follie, tenebroso e impassibile, tiene inchiodato il mio cuore».
La nostra grecità non è soltanto dimensione storica. Resta principalmente visione onirica ed esistenziale, che trova nella poesia una chiave di lettura fondamentale.
Ibico, il poeta amato da Pavese, raccoglie storie e racconta storie. Ma queste storie si perdono nel tempo, come fughe di cronaca. Restano con noi come immagini e segmenti di un’antica metafora.

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