I Patriots sono già tornati a casa loro

  • Postato il 7 febbraio 2026
  • Di Il Foglio
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I Patriots sono già tornati a casa loro

Anni fa, interpellato all’intervallo di uno dei tanti Super Bowl che vedevano protagonista la sua squadra, un tifoso dei New England Patriots ci rispose di non avere problemi a programmare trasferte così frequenti: “la mia carta di credito ha un massimale di 50.000 dollari”. Ora, sorvolando sul fatto che quei 50.000 dollari vanno prima o poi ripagati, il tema non era frivolo: tra 2002 e 2019 i Patriots hanno giocato nove Super Bowl, vincendone sei, e al termine di ciascuna finale era ragionevole per i tifosi cominciare a fare programmi, o economia, per l’edizione successiva. E allora il percorso che ha portato New England al Super Bowl di domenica a Santa Clara, avversari i Seattle Seahawks, rischia di essere arrivato prima che si sia estinto il debito di alcuni avventurosi, probabilmente convinti, come il resto d’America, che per rivedere la loro squadra in finale ci sarebbero voluti anni e anni. Dal 2020 del resto non c’è più Brady e dal 2024 è andato via dopo 24 campionati anche il coach Bill Belichick, uovo e gallina, o gallina e uovo, di un dilemma che per tutti i 17 anni della pastorale bostoniana ha tormentato tifosi e critici: quello su chi avesse i meriti maggiori per i sei Super Bowl vinti, poi parzialmente risolto da Brady, che a Tampa Bay ha subito portato la nuova squadra al trofeo mentre Belichick, playoff 2021 a parte, affondava poco alla volta, chiudendo nel 2023 con sole quattro vittorie in 17 partite e un addio acrimonioso, coerente con un atteggiamento apparentemente in guerra con il mondo che ha spesso oscurato una competenza e una profondità tattiche fuori dal comune.

 

 

 

È anche per questo che nei giorni scorsi non ha ottenuto dagli aventi diritto al voto l’elezione alla Hall of Fame: esito inconcepibile se si pensa ai risultati ottenuti ma causato probabilmente da risentimenti, ripicche e dall’ombra dello scandalo Spygate, spionaggio di allenamenti e schemi altrui che a suo tempo gli causò una multa di mezzo milione da parte della Nfl. Pratiche – tra cui il tuttora inesplicabile scandalo dei palloni sgonfiati che costò a Brady quattro partite di squalifica – e sentimenti che nei 17 anni di quasi dominio della lega avevano reso i Patriots la squadra meno amata d’America, portando i loro tifosi ad assumere un atteggiamento di difesa e contestualmente di contrattacco, in linea con la mentalità locale poco incline ai compromessi e con un panorama mediatico infervorato, a volte pure fazioso, che ha spesso contraddistinto l’intera regione, come testimonia l’appellativo di ‘Orda’ dato al contingente giornalistico al seguito delle squadre maschili e femminili di basket della University of Connecticut. Ora ritornano, con la loro parlata caratteristica (per farvi un’idea guardate film come Mystic River, The Departed o Black Mass con audio originale) e speranze inedite, grazie alla rinascita della squadra, imprevedibile anche solo dodici mesi fa, dopo il doloroso licenziamento di Jerod Mayo, primo coach afroamericano della squadra, allievo di Belichick come giocatore e assistente, da parte del proprietario Robert Kraft, convinto che forse la miscela di scarso talento della rosa e inesperienza del 38enne Mayo fossero elementi non più conciliabili. Come spesso accade in questi casi, sono cambiati entrambi i fattori, così da rendere difficile capire se uno solo di essi sarebbe stato sufficiente per il rilancio: è arrivato un allenatore più esperto, Mike Vrabel, ed la squadra è stata profondamente rinnovata. Dei 52 giocatori in forza i nuovi sono ben 30, 15 dei quali già esperti e almeno 17 di quei 30 importantissimi per il cambio di rotta. Kraft ha speso come mai prima, per averli, quasi 365 milioni di dollari secondo il sito Spotrac, di cui 26 al difensore Milton Williams: anche se sono passati parecchi anni e il paragone è arduo, Brady al massimo ne prese 23, e questo fu uno dei motivi per cui i Patriots poterono sempre pagare somme adeguate ad altri giocatori importanti. Vrabel, allora: 50 anni, giocatore di punta di New England tra 2001 e 2008, difensore che però da attaccante estemporaneo segnò ben 12 touchdown, di cui due al Super Bowl, da lui vinto tre volte. Da coach dei Tennessee Titans era andato ai playoff tre volte in sei stagioni e l’11 gennaio 2020 aveva sconfitto al secondo turno New England nell’ultima partita di Brady con la maglia dei Patriots, e ora ha saputo gestire al meglio il terzo erede di Brady stesso, dopo l’insuccesso dell’immediato successore Cam Newton e di un altro giovane, Mac Jones: Drake Maye, 23 anni, ragazzone del North Carolina che al liceo dominava anche nel basket e che il 7 febbraio 2015, da tifoso dei Carolina Panthers, era ad assistere al Super Bowl 50 al Levi’s Stadium, lo stesso dove domani scenderà in campo per l’edizione LX. Il quarterback di quei Panthers, sconfitti da Denver, era proprio il Newton che lo ha preceduto nel vano tentativo di proseguire l’eredità sportiva di Brady. Vano per Newton, vedremo ora per Maye, che rispetto al più celebre numero 12 della storia dei Pats ha un enorme vantaggio, per ora: non lo detesta nessuno.

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Autore
Il Foglio

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