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I parchi minerari dimenticati di Agrigento oggi rivivono: sono i giovani a riaprirli dopo anni senza progetti e milioni spesi

  • Postato il 12 maggio 2026
  • Cronaca
  • Di Il Fatto Quotidiano
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  • 4 min di lettura
I parchi minerari dimenticati di Agrigento oggi rivivono: sono i giovani a riaprirli dopo anni senza progetti e milioni spesi

Nasce un germoglio nelle abbandonate miniere della provincia di Agrigento. E nasce dalle generazioni che non le hanno vissute neanche nei racconti dei loro avi. Sono i più giovani, infatti, a riaprire quei posti simbolo prima di lavoro, poi di abbandono e infine di spreco. Per la miniera Ciavolotta tra Favara e Agrigento, era stato speso più di un milione di euro, quasi vent’anni fa per riprendere i fabbricati, senza un vero progetto per le visite di turisti e appassionati. Uno dei ragazzi apre invece la chiesetta di Santa Barbara, la protettrice dei minatori e dei pompieri, l’unico posto che per la sua sacralità è rimasto intatto. Le stanze che dovevano accogliere i turisti, invece, hanno visto solo l’arrivo di piccioni che negli anni hanno quasi distrutto tutto. Gli studenti dell’istituto “Enrico Fermi” di Aragona hanno adottato la miniera, hanno ripulito i locali e, dopo aver studiato, hanno accolto i visitatori all’interno dei locali che un tempo erano dei minatori e che poi sono state abbandonate, vista la mancanza di progettualità. “Il patrimonio svelato”, progetto dell’università di Palermo, scuola di specializzazione in Beni Archeologici, ha proprio questo obiettivo: riprendere quei patrimoni che sono stati abbandonati negli anni e che invece dovrebbero avere un futuro diverso.

“Abbiamo iniziato con i corsi sulle tematiche dei siti che gli studenti dovevano adottare– spiega uno dei formatori del progetto, l’archeologo Luca Zambito – poi abbiamo fatto dei sopralluoghi con docenti e alunni, creando dei percorsi all’interno delle aree scelte. I docenti facevano da mediatori ma i protagonisti sono stati gli studenti che dopo aver acquisito le conoscenze essenziali sono diventati ciceroni dei luoghi da loro adottati”. Dalle zolfare del Parco minerario di Comitini fino a quelle di Favara, le miniere sono quindi tornate a rivivere grazie ai giovani che adesso vogliono continuare questo percorso. “La ricaduta sugli studenti è stata altamente formativa – spiega Beatrice Vita, docente -. Gli alunni infatti hanno imparato a leggere le fonti per la ricostruzione storica del sito, hanno compreso come questo umile materiale abbia influenzato la stesura di opere letterarie di grande valore di molti autori siciliani e non”. Sì, perché le zolfare siciliane hanno una loro unicità: hanno influenzato alcuni tra i più grandi scrittori del Novecento come Andrea Camilleri, Luigi Pirandello, Leonardo Sciascia. “Il progetto inoltre – spiega ancora la docente – ha suscitato un enorme interesse perché dalle ricerche effettuate dai ragazzi è emerso che in ognuna delle loro famiglie c’è stato un antenato che ha lavorato in miniera e quindi il lavoro ha assunto un valore diverso, cioè quello di ricostruire un tassello del loro passato”.

Anche ad Aragona, sempre in provincia di Agrigento, per la miniera Taccia Caci, appartenuta alla famiglia di Luigi Pirandello, erano stati spesi diversi milioni di euro per rifare la strada, riprendere i forni Gil, costruire un centro di accoglienza turistica che però non ha visto alcun visitatore. Il tempo, i vandali e l’abbandono hanno fatto il resto. C’è chi però non vuole che quel luogo muoia e con lui anche la memoria degli zolfatari che sono morti dentro. È Giuseppe Chiarelli, geologo che nella sua campagna limitrofa alla miniera ha deciso di creare un museo, riuscendo a fare ciò che amministrazioni ed enti non sono riusciti a portare a termine: continuare a raccontare la storia dei “carusi” (i ragazzi, ndr) e dello zolfo che in quegli anni faceva di quel luogo il cuore pulsante dell’economia della provincia agrigentina. Armato di spirito di sacrificio, con l’aiuto dei componenti dell’associazione Mintini, organizza camminate, incontri con scrittori e serate, per far rivivere quei posti.

L’ultima, organizzata con Wwf, ha portato decine di bambini a conoscere quel luogo di cui si parla nei libri di letteratura, importante nella vita di Pirandello, perché è a causa del suo allagamento e dei conseguenti problemi psichici della moglie che lo scrittore premio Nobel aveva cominciato a studiare Freud e la psicologia. “Con l’associazione cerchiamo di mantenere vivo il luogo che è appartenuto ai nostri genitori e ai nostri nonni. L’obiettivo è far conoscere un luogo cruciale nella storia della nostra comunità che è stato dimenticato, lo dobbiamo ai nostri antenati e io lo devo ai miei zii che qui hanno lavorato e vissuto”, ha spiegato Chiarelli. Il luogo si è trasformato quindi in un museo con le sole forze dell’associazione e di Chiarelli che pezzo dopo pezzo, è riuscito, senza contributi, a creare un percorso che racconti la storia del luogo attraverso pezzi di zolfo, foto d’epoca e reperti storici di valore.

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Il Fatto Quotidiano

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